Teenage Lobotomy

Hero Jamiro

Versante ludico: su Rolling Stone Italia di questo mese, c’è un’intervista spensierata a Jamiroquai, tornato a funkeggiare con un nuovo album. Sarà leggibile qui – come quella assai più pensierata a Jaz Coleman per Rockerilla – i primi di dicembre.

Nel frattempo, da queste parti si ascolta – con il dovuto ritardo – il singolo di Best Coast (“Boyfriend”: lobotomia da adolescenti tra l’irritante e il commovente, ve lo piazzo sotto), le Dum Dum Girls e altri giovani resuscitatori/trici dello surf-psych-beach-garage-noise pop.

Devo ancora capirne il senso, ma tant’è. Ho provato a spiegarlo in un pezzo in uscita su L’Espresso questo venerdì. Ho anche visto i Wavves and had good fun: ne scriverò qui prossimamente.

PS: Grazie a Onan per avermi fornito lo scan del pezzo, sottraendomi così agli eccessi di zelo della redazione di RS.

L’autunno caldo di Londra

Sembrano gli anni Ottanta all over again. Ci voleva il ritorno del Thatcherismo, della disoccupazione e delle mazzate Tory Libdem sullo stato sociale per risvegliare un paese, fin troppo noto per la passività politica, dal proprio torpore secolare.

Come si sa, gli inglesi hanno fatto una sola rivoluzione (sbagliata): quella industriale, i cui sviluppi fuori controllo stanno massacrando il pianeta. Tornando in superficie cicilicamente, le contraddizioni di un sistema che fino a ieri sembrava trionfatore assoluto rendono l’esistente di nuovo interessante.

Se non il cambiamento, da tutto questo casino mi aspetto, almeno, un sacco di buona musica. Le scene di ieri mi hanno fatto ripensare a un pezzo fantasmagorico dei Dead Kennedys: Riot, tratto dal criminosamente misconosciuto Plastic Surgery Disasters.

Ve lo allego qui sotto.


Dieu et Mon Facebook

Siccome il Tg1 non ci parla mai della regina e ci tiene penosamente a stecchetto di notizie pregne e significative sulla famiglia reale britannica, l’esigenza – mentre fuori dalla finestra imperversa un micidiale lunedì mattina di novembre grigio e bagnato come un cane randagio – di scrivere due righe su Windsor e Facebook s’impone imperiosa.

Come saprete, Elisabetta II è entrata in Facebook, che, a sua volta, è la nuova incarnazione del Grande Fratello, dove per grande fratello si intende l’occhiuta declinazione labirintica di chiunque nei confronti di chiunque (oltre a una feconda e salvifica circolazione di idee, naturalmente).

Nel solito, falsamente interessante mix di vecchio e nuovo, assolutismo e liberalismo, monarchia e democrazia, libertà e controllo sociale, una delle più arcaiche, inutili e costose istituzioni del mondo si dà a malincuore una mano di vernice per meglio affrontare i rigori della contemporaneità. E lo fa entrando ufficialmente nel paradiso virtuale e giovanilistico par excellence che, nonostante l’apparenza ludica, è un coacervo di cose serissime.

Naturalmente la pagina reale ha solo una funzione illustrativa: non si può diventare amici di Elisabetta né, inspiegabilmente, sarà lei ad aggiornare la sua pagina, pubblicando le foto delle vacanze in Grecia, o del battesimo della nipotina. A dirla proprio tutta, la cosa è un po’ deludente.

Ma la forma, l’ancién regime deve pur salvarla. E che la massa borghese postmoderna e affratellata possa accedere alle stanze private della monarchia britannica così, semplicemente in nome della democrazia virtuale non è ancora accettabile.

I resti della modernità resistono dunque testardi all’inebriante abbraccio dell’Amicizia come in uno striptease interminabile, dove ci si scopre una parte del corpo solo per coprirne un’altra. Conturbante.

Il Fascio a Sanremo e la (mancata) fuga degli stomaci

La notizia delle canzoni fasciste al Festival di Sanremo – rientrata o meno che sia – pone soprattutto una questione che credo coloro che dibattono su par condicio, democrazia, revisionismo storico, tutela delle minoranze oppresse, tralascino.

La questione è: come mai nel giornalismo presunto d’opposizione dell’Italia contemporanea, quello del gruppo Espresso soprattutto, si parli così spesso di “fuga dei cervelli” (il talento nostrano sottoutilizzato in patria ergo costretto a un’umiliante migrazione) e mai, che so io, di “fuga degli stomaci”?

La risposta è dolorosamente ovvia: gli stomaci degli italiani “dissidenti” dell’era berlusconiana sono di ferro, digeriscono qualunque porcata. E francamente, dopo gli ultimi sviluppi riguardo alla night life del Premier (che io continuo a considerare la marca di una batteria), un inno fascista sul palcoscenico di una manifestazione come Sanremo, con i post fascisti al momento l’alleato principale della sinistra, è una bazzecola.

Insomma, la fuga degli stomaci, la fuga di quelli a cui viene da vomitare a guardare il Paese in faccia, non c’è e non ci sarà. Fuga da dove, e per dove poi? Si rimane qui, a temprare la propria resistenza gastrica, proprio come ai tempi dell’olio di ricino.

“Quello che non mi stomaca mi rafforza” insomma, parafrasando Nietzsche. Più che lecito, è disperatamente necessario dubitarne.

Immagini di un concerto non visto: Swans @ Koko

Swans live at Koko, London 28/10/10 © Antonio Pagano

Cominciare una nuova fase parlando di qualcosa che non si è visto, da una parte può sembrare di cattivo auspicio, dall’altra un conformarsi a un diffuso malcostume giornalistico, ma tant’è. No, non sono riuscito ad andare al ritorno live degli Swans giovedì scorso al Koko, sebbene fosse tra le mie priorità, soprattutto perché ero presente all’ultimo prima della reunion, all’Astoria (o Astoria 2?) nel 1997.

Sebbene sia ancora in rehab per la delusione, volevo condividere con voi qualche scatto dell’amico Antonio, che c’era: tutte foto dell’almighty Michael Gira. Se qualcun’altro che passa da queste parti c’era, per favore ci faccia sapere com’è stato. Ho la sensazione che sia stato come il Tuono: la band, come si sa, sta portando in giro l’ultimo, stupendamente unsettling, My Father Will Guide Me Up a Rope to the Sky.

Michael Gira
Swans live at koko, London 28/10/10 © Antonio Pagano
Swans live at Koko, London 28/10/10 © Antonio Pagano
Swans live at Koko, London 28/10/10 © Antonio Pagano