Live is Life

Ancora sotto la botta dei Laibach, ieri. Naturalmente, la questione rimane una, imprescindibile: se il loro metodo, lungi dall’essere preso sul serio,  viene applicato ai tre quarti della cultura popolare contemporanea, il rischio è che essa mostri un nemmeno troppo nascosto volto fascista, il suo vero volto, quello che siamo stati programmati a non vedere. La loro disinvoltura nel manipolare il totalitarismo e giocare con la nostra fin troppo morbida acquiescenza a subirne il fascino è sfacciata e terribile.

Mi sono piaciuti ieri sera, lo ammetto con una certa riluttanza. La loro è pura pornografia musicale e iconografica (le uniformi, i simboli pseudo celtico runici) che ti aggancia col suo misto di disgusto e bieco appagamento di bassi sensi. Ma i Laibach non li puoi liquidare con un netto, anche se apparentemente, salvifico, rifiuto: come ho sempre fatto io trincerandomi dietro un “no” ideologico. Il loro è un discorso più raffinato dell’apparente, brutale idolatria della forza e della milizia. È terribile vedere come giocano con l’estetica pop dimostrandone la funzione uguale e contraria a quelle totalitarie del passato e del presente. Le loro cover di pezzi eurotrash rifatte in chiave wagneriana sono irresistibilmente comici, ma anche sinistramente esaltanti: la forma di straniamento musicale più potente che abbia mai sentito. Il loro decostruire e ricostruire assai più raffinato di quanto sembri:

Ma il trattamento non risparmia nemmeno i classiconi della tradizione, anche se il risultato è meno irresistibile:

Mi sono chiesto immediatamente cosa ne potesse pensare uno come Slavoj Žižek: non ci ho messo molto a trovare questo clip di un quindicennio fa, in cui il filosofo sloveno (come loro) applica il tipico capovolgimento dialettico-paradossale, che è il nerbo del suo metodo, all’estetica della band di Lubljana, pardon, Laibach:

In pratica la questione è: siamo davvero convinti che la sedicente non-ideologia del mercato, che avrebbe, ci vogliono convincere, sconfitto definitivamente le ideologie totalitarie, non sia essa stessa un’ideologia totalitaria mascherata da democrazia liberale, in cui tutti sono liberi di fare quel che vogliono purché producano, consumino e ottemperino così alla propria funzione nella società di mercato? Siamo sicuri che le adunate calcistiche e le arene rock siano così lontane da quelle di Leni Riefenstahl? Perché vedere dei tizi grandi e grossi in uniforme che urlano su ritmi robotici e opprimenti suona così familiare?

Non sono in grado di dare alcuna risposta esauriente alle domande di cui sopra. Ma una cosa credo di averla capita: quello che i Laibach dimostrano essenzialmente è che la storia non è finita, che l’Occidente crede di aver sanato le sue oscenità, seppellendole sotto fiumi di frappuccino fair trade. Non è vero. Dobbiamo ancora fare i conti con il Novecento, e con i fiumi di sangue che scorrono carsici, nemeno troppo, sotto i nostri piedi.

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Mute anniversary @ Roundhouse (day two, a post in real time)

ERASURE

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More to follow (Andy Bell is a camp idol, Vince Clarke a synth god)

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SCUM, l’ultima giovane scommessa di Daniel Miller, un piccolo salto di epoca e di clima.

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LAIBACH

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Il cuore nero dell’Europa. Il ritorno di atmosfere della seconda guerra mondiale frantuma il sogno pop. Perfetta colonna sonora ustascia. Il fascino perverso della militarizzazione. I Death in June in confronto sono i 99 Posse. Sull’attrazione dell’estetica fascista per la cultura pop Susan Sontag ha scritto pagine interessanti. Ma questa non è roba anglosassone.

MARTIN GORE DJ SET

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Un set teso e dritto, in my humble opinion più interessante di quello di R. Hawtin di ieri sera. Gore è un’anima fragile, in bilico fra la disumanità della macchina e un timido lirismo. Ed è la forza del songwriting dei Depeche Mode. Riesce a rendere musicale anche un Dj set. Semplicemente esaltante vedere uno di questa statura usare la tecnologia. Conclude il set, epico suonandoci sopra. Ah, quei synth, ah quei suoni. Sembra Harmonia. Deutschland.

NOTA CONCLUSIVA

Senza i Kraftwerk, il gruppo più influente della storia dopo i Beatles, tutto questo – e molto altro ancora – non sarebbe mai accaduto.

Ps: sorry per le fotacce telefoniche.

Lune, dita, alte fedeltà

Sarà senz’altro meno peggio dell’emofilia, ma l’audiofilia rimane un’insidiosa patologia. Me ne sto accorgendo in queste settimane, dopo un upgrade del mio impianto. No, non è un pretesto per scrivere un poema epico su quest’ultimo, visto che avrei bisogno di ritirarmi in una log cabin su un fiordo norvegese per rendergli giustizia. È solo una considerazione indotta dal fatto che, da quando l’ho installato, non faccio altro che rivisitare la mia collezione a caso, senza altro criterio che la curiosità di paragonare i nuovi ascolti con quelli del passato.

La differenza è innegabile; e visto che l’impianto precedente non era esattamente un citofono, risulta chiaro che mi stia affacciando sull’orlo di un abisso: quello della riproducibilità impossibile del reale, il perno su cui si innesta l’industria intera dell’alta fedeltà e dei facoltosi tossicodipendenti che la sostengono. Com’era quel detto? Se il dito indica la luna, l’imbecille guarda il dito: ebbene, da giorni io sono quell’imbecille.

Il rischio è finire come quello che mi ha venduto l’impianto: giudicare i dischi in base alla qualità delle registrazioni. Pare assurdo, ma quando ci si abitua a sentire bene la fonte si sente anche quando in studio si è fatto un lavoro rabberciato. In questo caso, sentire meglio equivale a sentire peggio. Anche lasciando da parte il fatto che in moltissimi album di molti generi la cattiva registrazione è programmatica o quasi, al pari della incompleta padronanza tecnica dei musicisti, si rischia di incorrere in cocenti scoperte.

Ad esempio, che i primi dischi dei Genesis dell’era Gabriel fino a “The Lamb Lies Down on Broadway”, che scorrono nelle vene del sottoscritto (la prima cosa di mio gusto della sua collezione su cui mi fosse caduto l’occhio), hanno un suono davvero miserello. “Terrible recording!” proclamava inorridito il mio dealer, che quasi non voleva che quei suoni sporcassero le casse da quattordicimila Euro che gli avevo pregato di farmi ascoltare ,  con lo stesso spirito con cui ti faresti due passi nel parco di Windsor: fruire, con la disarmante consapevolezza che non si possiederà mai.

Anche se nemmeno i remaster riescono a redimere la pochezza audio di quei dischi fantastici se riascoltati Come Si  Deve, ciò naturalmente non toglie che restino alla base del mio emocromo al pari di altre sostanze; eppure, ora la loro aura è intaccata per sempre da questa nuova consapevolezza. Allo stesso tempo, vedo chiaramente affacciarsi un altro pericolo: quello di allontanarmi dal contenuto formale ed emotivo della musica alla ricerca del puro diletto sensoriale fornito dall’ascolto di un’informazione nitida. Una riproducibilità tecnica che, a forza di lucidarla, ammazza l’arte nelle nostre orecchie. Non significa che sia meglio ascoltare la musica male, come facciamo tutti i giorni attraverso le mille stupide cannule con le quali ci viene inoculata, basta non esagerare nell’altro senso. Continuare a guardare soprattutto la luna insomma, ma non  prima di aver scelto  bene il dito che ce la indichi.

Una cascata di diamanti

Il capriccio, il nonsenso, il gioco, l’enigma, una punta di Dada. Questo, e molto altro nella musica dei – per me – imprescindibili Cocteau Twins. Ascoltandoli (il loro suono mi ha sempre fatto pensare al rumore di un sacchetto di diamanti bruscamente rovesciato su una superficie metallica, ma non ho ancora avuto il piacere di verificare) mi sono posto sempre delle domande importanti. Manco a dirlo, come tutta la buona musica, sono bravissimi a domandare: a rispondere non ci provano nemmeno. Da anni voglio scrivere qualcosa che renda giustizia, se non a loro, alla passione che ho per loro e la voce di Liz Fraser. Ma siccome – come mille altre cose che avrei dovuto scrivere – ancora non l’ho fatto, mi limito a gettare sulla carta questo spunto a caso, mentre ascolto questo stesso pezzo che potete ascoltare anche voi. Mentre scrivevo altro, mi ha inchiodato: tutto il resto può aspettare questi dieci minuti.

Quando è finito, avvertimi

Nulla di più appropriato per esprimere il sentimento condiviso da migliaia di londinesi – tra cui il sottoscritto – di “Tell me when it’s over”, cavallo di battaglia dei Dream Syndicate, antiche creature di quella degnissima persona che è Steve Wynn, col quale ci siamo piacevolmente intrattenuti dopo un concerto, qualche mese fa.

Su cosa? Ma sul mercimonio surreale, ça va sans dire.

Will, Kate, do us a favour: quando è finito, svegliateci.