Mutismo,

cablato.

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Jurassic instant classic

Soffro di una bizzarra forma di semi-autismo che mi porta a fare certe cose (in tempi recenti: guidare l’automobile per giorni, andare in bicicletta per ore, correre, collezionare amplificatori e casse acustiche d’epoca) in maniera coatta, ripetitiva e continua, forse perché intravedo, cattolicamente, il profilo della redenzione nell’espiazione attraverso – appunto -, la ripetizione prolungata di un atto o di uno sforzo. O forse perché attraverso detta ripetizione prolungata perseguo l’alterazione e l’inebriamento, come quei bambini che girano su se stessi come dei piccoli Sufi. Potrebbe anche essere perché non ho figli.

Non è per dischiudere una prospettiva sul mio inutile privato, quanto per contestualizzare il fatto che sono quattro giorni che ascolto esclusivamente ed ininterrottamente The Hunter. The Hunter nella Volvo, The Hunter a casa, The Hunter in cuffia correndo, in cuffia camminando, The Hunter in ascensore, per le scale, al mercato, The Hunter di giorno, The Hunter di notte. Non avevo una fissa simile dai tempi in cui passavo i pomeriggi a fissare la copertina di Pinups di Bowie nel 1979.

Gli è che, a voler a tutti i costi citare l’impoetico magistero di Claudio Baglioni, in questo periodo scatologico che sto attraversando, The Hunter, ultimo misfatto degli ultrametallers Mastodon, è il mio gancio in mezzo al cielo; o meglio, è il gancio da macellaio al quale appendere quel quarto di bue a cui al momento somiglia detto mio privato; no, è un maledetto virus di un album, un colossale forziere stracolmo di riff e ganci venefici, sostenuto da quel patrimonio dell’umanità di batterista che è Brann Dailor (che qui sale a vertici mai raggiunti fino adesso), dalle grattugiate simil-banjistiche di Brent Hinds e Bill Kelliher e dalle epiche voci soliste di Hinds e Troy Sanders, il bassista.

Che sia piovuto dall’oscurità impenetrabile dell’universo o dalle viscere urlanti di lava dell’oltretomba geologico, partorito da un grifone fiammeggiante, da una lupa carca nella sua magrezza o da una copula concettuale fra l’Iliade e gli Slayer, poco importa: TH è tra gli ascolti più esaltanti che abbia fatto negli ultimi anni.

Ma prima di venire al dunque di quello che il disco è e significa per me, ci tengo a mettere preliminarmente una cosa in chiaro (e qui mi ripeto, chi se n’è accorto mi scusi): che una grossa – la maggiore -, fetta di consumatori di musica consideri la musica estrema come una degenerazione sonica e attitudinale di una subcultura specifica (punk, metal e quant’altro) dimostra, a parte la naturale questione di gusto estetico e tolleranza ai decibel, una preoccupante miopia: ormai sempre più spesso è proprio la musica estrema, e proprio perché tale, a dimostrare di avere al suo interno un sano tasso di spontaneità e creatività, ormai sconosciuto al pop, all’indie e che mi pare sia in preoccupante calo nell’hip-hop. Lo dimostra questo lavoro del quartetto di Atlanta: se ancora esiste, il vero folk anglosassone di oggi non si trova nelle pur garbate flânerie acustiche dei tremila gruppi con la barba e la camicia fuori dei pantaloni (spesso esponenti di una middle class capace di guardare al passato e di assimilarne le lezioni) ma proprio in questa stessa musica estrema, che solo per convenienza e sbrigatività ci limiteremo a definire metal: non a caso, tra le influenze della band il country figura in modo massiccio.

Diciamolo subito, secondo gli standard dei fedeli della chiesa della band di Atlanta si tratta di un disco decisamente “commerciale”. Niente tematiche storico-mitologiche, niente concept, niente pezzi di quattordici minuti con sessantacinque cambi di tempo, poche voci vomitate dalle interiora sulfuree dell’inferno. Nondimeno, è un disco mostruoso.

Già, perché tutto, nei/dei Mastodon, è mostruoso. La tecnica, gli staccato, la velocità di esecuzione, i suoni, la batteria, l’aspetto fisico (Brent Hind sembra un ossesso Nettuno con pezzi di gomene sfilacciate incastrati nella barba, un Laocoonte che lotta asfissiato contro i suoi incredibili tatuaggi), le copertine (fantastici animali polimorfi feriti a morte, denti affilati, froge fumanti, palchi di corna, artigli, occhi iniettati di odio e terrore). Sono un gruppo così sfacciatamente superiore ai loro pari (di ogni genere di musica) da rendere il paragone con molti imbarazzante. Provengono dal regno della musica estrema, una musica genericamente definita come metal, ma di quel genere – il metal -, sono chiaramente i seppellitori, avendone, proprio con questo disco, sancito il definitivo superamento, dimostrando che da quella piattaforma si possono visitare svariati generi (speed/classic/ death metal, country/bluegrass, progressive, anche alternative rock – basti pensare alla sghemba “Creature Lives”, chiaramente indebitata ai Pink Floyd di l’altroieri come agli Animal Collective di oggi), dando loro foga e spessore parossistici.

Dopo l’inutile (non l’ho nemmeno ascoltato e lo proclamo con morettiana arroganza) disco dei Red Hot Chilli Peppers (se conoscete qualcuno che meriti la palma di gruppo più spettacolarmente lontano dallo zeitgeist contemporaneo, ditemelo), i Mastodon tirano fuori un monumento che li introduce definitivamente nella superstardom. Perché The Hunter è esattamente l’opposto del disco dei RHCP: è lo stato di grazia di una band al culmine delle proprie energie creative, che gli farà compiere il salto nel mainstream. Comunque, siamo qui non per commentare le scelte dadaiste di certa stampa musicale italiana, bensì per apprezzare appieno il significato che l’uscita di un album come questo può avere per le nostre vite.

The Hunter scintilla di creatività e di gioia di suonare. Contrariamente ai quattro album-menhir precedenti, sorta di poemi epici suonati a breakneck speed, l’album non è concept (i precedenti avevano visitato gli elementi empedoclei di aria acqua, terra e fuoco); tuttavia restano le maestose cattedrali gotiche di staccato, cambi di tempo e gargolle solistiche a fare di questo disco un possente prontuario di come dovrebbe essere la musica oggi: rabbiosa, precisa, veloce, epica, introspettiva, luminosa. È un disco che rivisita e rifonda in un’architettura potentissima tutto l’obsolescente canone rock senza rigurgitarlo stancamente, come ormai siamo abituati da un quindicennio buono, se non da prima. È un disco al momento qualitativamente irraggiungibile da chiunque, la dimostrazione che una band al massimo della propria felicità compositiva può fare quello che vuole: mandare in pensione definitivamente Metallica e Slayer, certo (pur nel rispetto della lezione dei maestri), ma anche QOTSA e Tool, Foo Fighters e tutto quel bandwagon stracarico di epigoni dei Led Zeppelin. Di più, facendo un disco che piacerà a chiunque, tanto è buono, che non mancherà di allargarsi alle platee di massa, che sarà citato e tenuto presente da artisti pop ovunque.

Perché questo, ricordiamoci, è il disco “pop” dei Mastodon, dove si canta di più e si urla di meno, dove i brani hanno degli hooks infettivi, dei passaggi strumentali di struggente meraviglia, dove le tracce durano tutte meno di sei minuti, dove non si parla di struzzi ectoplasmatici dislessici (vedi Crack the Skye) e dove Brann Dailor diventa la rappresentazione più fedele della bellezza dell’umano gesto musicale, imbottendo ogni spiraglio libero dei brani con quel rullante (che usa meglio di qualunque altro batterista rock) quei tom e quei piatti implacabili, dove i suoni sono aperti e croccanti. Sembra quasi un disco di cover “mastodonizzate”, una collezione di classici rivisitati; e dove a tratti spunta anche la gioia: come nella per me s-u-p-e-r-l-a-t-i-v-a “Octopus has no friends”, ad esempio. Dove il senso della tragedia violenta dell’esistenza (“The Hunter”, “All the heavy lifting”) quasi ipocritamente espunto dalla musica popolare come per paura di mettere in crisi l’egemonia democratico liberale che garantisce la pace interna col disseminare orrore esterno, viene proclamato in tutta la sua drammaticità e icasticità: è anche così che questa diviene autentica, seppur inconsapevole, musica popolare. Aggiungete la fatica, l’esercizio, gli innumerevoli concerti, la cura artigianale della tecnica e si capisce come questa band assurgerà ora ai massimi vertici, forse anche radiofonici. Perché hanno alzato la barra con la quale dovranno confrontarsi negli anni a venire tutti coloro che suonano musica, che sia estrema oppure no. E, per rimanere ai primi, la pietra di paragone sarà il climax di tensione e forza di “All the heavy lifting”, sostenuto dalla vertiginosa doppia cassa di Dailor:

We didn’t come this far
Just to turn around
We didn’t come this far
Just to run away

A una cosa del genere, intensa quanto un’ouverture di Wagner, io mi ci aggrappo. Con le unghie e con i denti.

Ora che i REM si sono finalmente consegnati, benché in modo criminosamente tardivo, alla storia, la Georgia ci ha donato il quinto album di un altro suo gruppo fondamentale. Onde per cui, non fatevi spaventare da volume, pesantezza e velocità: mai come in questo caso sono stati messi al servizio di leggiadria e immediatezza. Un macigno, certo, ma con ali di farfalla.

Corporate Protopop

All’inizio degli anni Novanta ascoltavo molta roba rumorosa, più o meno come adesso.

La musica proveniente dagli USA dominava, soprattutto quella di Seattle. Non posso dire che non ascoltassi il grunge, anche se non mai posseduto un album dei Nirvana (la mia copia de poche di Nevermind apparteneva alla mia fidanzata di allora). Dei Nirvana ho sempre riconosciuto la missione storica ed economica (rendere l’attitudine punk appetibile al mainstream)  ma la cristologia di Cobain mi ha sempre lasciato freddino.

Tutto sommato, preferivo Alice in Chains e Soundgarden, li trovavo musicalmente più interessanti. la California ancora teneva, con Faith No More e Chili Peppers (questi ultimi ancora inspiegabilmente in giro). I Metallica erano da poco diventati un mostro, l’Air Force One del metal. Ma il barometro stava cambiando. Figuriamoci: ancora un poco e da questa parte dell’Atlantico sarebbe dilagata la spocchiosa manfrina del britpop. Aiuto.

Ma anche allora guardavo a New York come epicentro della musica che valeva la pena di seguire. A New York, madre della No Wave, di Suicide, Sonic Youth e dei miei venerati Swans, e dei Prong, the most underrated band in metal (i loro Cleansing e Rude Awakening sono due montagne di piombo fuso). La New York degli Helmet, band dal suono che era un incrocio fra un rasoio e una mazza (un’accetta?).

Nessuna città produce punk e derivati come New York, con la stessa cattiveria e cinismo, con la stessa lucida spietatezza, lo stesso ghigno intelligente.

E da New York proveniva questo fuoco fatuo di band, i Cop Shoot Cop. Figli della No Wave, influenzati pesantemente da Foetus e Swans, avevano una struttura “avantgarde”, senza chitarra: tutto agganciato a campionamenti, a due bassi e una batteria che impostavano staccato brucianti su cui il cantante, Tod A, rovesciava la sua dialettica al vetriolo. Anche un uso dei fiati avevano, interessante. E qualche pezzo notevole, soprattutto nei primi tre album: Consumer Revolt, White Noise e Ask Questions Later.

Registravano nel mitico studio BC di Brooklyn, erano prodotti da Martin Bisi, figura chiave di quel suono. Erano industrial, eppure biologici: avevano un’ironia sconosciuta al genere. Li vidi al Circolo degli Artisti a Roma e mi scalmanai parecchio. Un caos, quel concerto. Molto intenso. Ma la ragione per cui sto scrivendo dei Cop Shoot Cop non è certo la musica, nè per l’amarcord di un old dog che si commuove per un antico pogo dietro Piazza Vittorio.

Mi sono tornati in mente perché i riots di due settimane fa qui a Londra non sono altro che una Consumer Revolt, l’assalto di un esercito urbano di adolescenti inselvatichiti dalla frenesia repressa di consumare, repressa perché impedita dalla povertà.

Poi ho riascoltato White Noise. E sono inciampato in questo:

Che è senz’altro qualcosa in più del solito “fuck the government” ripetuto ad nauseam da una generazione di incendiari pronti a indossare la divisa da pompiere al primo cospicuo assegno. E’ una provocazione, certo, ma così vicina ai fatti, a ciò che siamo. Tutti noi, non solo gli Stati Uniti.

I CSC non ressero, non avevano un repertorio sufficiente. Ma non meritano l’oblio completo. Vi lascio con il loro pezzo mio preferito: “All the Clocks are Broken”, da Ask Question Later: quando la fecero, il Circolo venne letteralmente giù.

Fight for a fucking cause

La situazione sta rientrando nella normalità, la parabola della violenza è ormai compiuta. Si raccolgono i cocci delle cose: quelli delle vite, perdute davvero o metaforicamente, non si possono raccogliere.

Se c’è un immagine che parla di questo disastro meglio di quella delle macerie, è quella di questa donna straordinaria, che nel mezzo dell’inferno che era Hackney in quei momenti ha dato voce al dramma del suicidio sociale e politico di una generazione, schiacciata fra coltelli, nike, playstation e blackberry.

Ha un qualcosa di epico e allo stesso tempo profondamente toccante, l’invettiva di questa donna. E’ un grido di rabbia e dolore, il suo, che si riallaccia alla rabbia e al dolore del blues più autentico e antico, passando attraverso la lotta per i civil rights dei neri americani. E’ la rappresentazione potente e drammatica di una sconfitta. Mi aspetto di sentirla campionata presto in qualcuno dei mille brani ancora da scrivere che tutto questo sta indubbiamente ispirando.