The best, strongest and stablest deal for Britain

Tre sconfitte per May: posson bastare? Naturalmente no, almeno in quel vituperato guazzabuglio-politico-legale infelicemente battezzato Brexit. E nemmeno quando una di queste non ha precedenti storici, pur provenendo dai libri di storia. Con le tre sconfitte di martedì, infatti, il Parlamento ha in buona sostanza obbligato il governo a pubblicare il documento di consulenza legale sul meschino accordo con l’Ue sull’uscita – fornitogli dalla massima carica giuridica, l’Attorney General – e ad assumere esso stesso un ruolo dirimente qualora detto accordo non passasse al voto finale, il prossimo martedì undici dicembre.

UNA DI QUESTE SCONFITTE costituisce anche un precedente inedito, vera ghiottoneria per gli storici della costituzione che non c’è (quella inglese non è scritta: l’Amazzonia ringrazia, l’Europa meno). Il rifiuto del governo di informare la Camera bassa circa il contenuto di detta consulenza è stato definito nientemeno che «oltraggio al parlamento», un verdetto in prima assoluta che nell’Ottocento sarebbe stato punibile con la reclusione nel Big Ben. May, gravemente accusata di aver fuorviato la Camera, ha perso per 311 contro 293 in un voto che ha visto i puntellatori del suo governo di minoranza, i dieci del Dup, andarle contro. Dovevano essere cinque giorni di dibattito prima del voto X di martedì, in cui si era prefissata di convincere l’aula della validità e dell’insostituibilità del “suo” accordo: Galileo avrebbe avuto vita più facile con il tribunale vaticano.

COSA CONTERRÀ MAI tale documento da provocare sì unanime levata di scudi a Westminster? Nel suo parere, l’Attorney General Geoffrey Cox conferma prevedibilmente gli incubi più nefasti dei brexittieri di cappa e spada circa quello che chiamano, nella loro futuristica psicosi, «vassallaggio» nei confronti di Bruxelles. Tale vassallaggio (per chi volesse altri esempi di cialtroneria nell’uso politico della storia si rimanda all’ex Governatore della Banca d’Inghilterra Mervyn King, che ha paragonato l’accordo all’appeasement di Hitler) scaturirebbe da quei termini che nella bozza si prefiggono di eliminare il ritorno a un confine fisico tra le due Irlande. Così siglato l’accordo rischierebbe, di fatto, di far rimanere tutto il Regno Unito «succube» commercialmente e giuridicamente dell’Ue a tempo indeterminato e impossibilitato a chiamarsene fuori (sulla carta questa clausola, detta backstop, entrerebbe in azione solo qualora un nuovo accordo commerciale fra i due contraenti non fosse in auge entro il dicembre del 2020).

SONO QUESTE le due macchie principali in un accordo che tutti (tranne i suoi autori: May e Barnier si limitano a non amarlo) odiano. La presenza, per tacere dello strapotere, della posse del Dup in tutto ciò naturalmente evoca il caos che Brexit infligge a un processo di pace che sta faticosamente cicatrizzando l’Irlanda del Nord da secoli di sanguinario settarismo religioso: caotica conseguenza di cui, nella campagna referendaria degli euroscettici, quasi non vi era traccia, figuriamoci una soluzione.

Insomma, barcollando a testa alta sulla via della Storia, sorda alla lancinante crisi costituzionale che la sua lettura dell’esito del referendum ha inflitto al Paese, Theresa va avanti nel buio. Facendo un Grand Tour dei talkshow televisivi dove mette la sua innegabile stamina e la sua infelice coazione (dialettica) a ripetere (i soliti tre slogan) al servizio delle sue 585 pagine, che la maggior parte di Westminster ha finora sepolto con una pernacchia. Senza rendersi conto che simili perorazioni sono dei boomerang, forse anche peggiori della sua fallimentare campagna per le elezioni anticipate dell’anno scorso, e che potrebbero alienarle irrimediabilmente quel 52% che aveva votato per uscire (e parte del quale ha già ovviamente cambiato idea).

Dalla sua parte, per ora, la confindustria e l’intervento del governatore Mark Carney – predecessore di King alla Bank of England – che ha pubblicato un rapporto nefasto sull’economia in caso di uscita “dura”: raddoppio della disoccupazione e inflazione al 6,5%. Ma per quanto importanti, i timori dei “mercati” è difficile sormontino l’aritmetica dei numeri che la sua mancanza di carisma e il vicolo cieco in cui ha ficcato il Paese rischiano di precluderle martedì prossimo.

(il manifesto, 06/12/18)

 

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