Il sublime reazionario

V.S. Naipaul è uno dei massimi scrittori viventi in lingua inglese. La sua prosa è quanto di più vicino alle “chiare, fresche et dolci acque” di pertrarchesca memoria. Il suo occhio è lucido, tagliente, analitico, impassibile. Il carattere, molto difficile, per non dire pessimo.Ha ottant’anni e nel 2001 ha ricevuto il Nobel. Di lui sono famose le escandescenze e la ruvidità durante le interviste (a questo proposito fa pensare a un Lou Reed della letteratura) i giudizi sprezzanti verso i colleghi: vivi, morti, imbalsamati. Ho avuto il privilegio di intervistarlo due volte per l’Espresso, le due interviste senz’altro più difficili che abbia fatto. Ma sono riuscito a terminarle entrambe senza farmi indicare la porta prima del tempo pattuito, già di per se un piccolo primato. La prima la potete trovare qui. L’altra è nel giornale in edicola questa settimana ed è leggibile interamente qui, anche se come al solito mi preme pubblicarne di seguito la versione integrale, e originale.

Parlargli è una sublime tortura. Quei silenzi, quelle pause, creano un oceano di distanza ma servono a impreziosire le risposte. Che puntuali arrivano, rarefatte e essenziali, a volte volutamente illogiche, come certi koan buddisti. Oracolari a volte, sempre liberatorie.

A ottant’anni compiuti, il Nobel per la letteratura V.S. Naipaul sembra aver un minimo levigato le asperità che lo hanno reso protagonista di leggendarie dispute con i colleghi, come di plateali schermaglie giornalistiche. Gli resta la solennità, quella di un grande del Novecento, consapevole della propria grandezza. E la solitudine. Il suo è uno splendido isolamento, come un tempo quello della patria d’adozione, la Gran Bretagna, nella quale trovò asilo culturale e linguistico per sfuggire all’asfittico provincialismo coloniale della nativa Trinidad. Indiano sradicato dall’India, trapiantato assieme a immigrati greci, portoghesi, africani, cinesi, venezuelani in un’isola i cui indigeni erano stati sterminati dagli Europei, Naipaul incarna l’interrogativo letterario sull’identità – o sulla sua assenza: anche se lui disprezza il concetto, soprattutto nell’accezione che questo ha assunto nella letteratura progressista degli studi postcoloniali. Artigiano della parola, apollineo nello stile, il chiacchiericcio del politicamente corretto lo ha sempre fatto imbestialire. “Il mondo è quello che è”, secondo l’incipit di “Alla curva del fiume” suo memorabile romanzo del 1979 (e titolo della sua biografia): “Non ha posto per gli uomini che non sono nulla, che si lasciano diventare nulla” (traduzione mia). Distacco zen, ma anche assegno in bianco ai simpatizzanti del darwinismo sociale. Alla vigilia della Milanesiana 2012, che lo vedrà ospite, ha accettato di parlare con l’Espresso per la seconda volta in quattro anni nella sua casa londinese, vicino Gloucester Road.

Sir Vidia, il tema dell’incontro di quest’anno è l’imperfezione. Cosa dirà al pubblico in proposito? 

“Farò un piccolo discorso, del tutto informale, anche se molte delle cose che sento riguardo l’imperfezione non ne faranno parte. Sono abbastanza attratto dall’idea dell’imperfezione, mi attirano le cose che faticano ad essere ma non sono ancora diventate ciò che sono. Ma di questo con Lei non parlerò».

Crede che l’imperfezione sia qualcosa da accettare, correggere, alla quale adattarsi? 

«L’imperfezione lascia aperte mille possibilità. Qualcosa di perfetto sarebbe un cerchio, e quindi assai noioso, mentre pensi a un dipinto che fatica a diventare qualcos’altro: mantiene ancora intatte tutte le proprie possibilità. È una cosa esaltante».

Senza la spinta verso la perfezione l’Occidente non avrebbe raggiunto molti dei suoi importanti obiettivi. 

«Si tratta di perfezione o semplicemente di fare le cose per bene, correttamente? Probabilmente questa spinta di cui parla tende soltanto verso una maggiore comprensione. È anch’essa un tipo di perfezione? Forse. Alla completezza preferisco senz’altro l’incompletezza».

Vede il suo lascito letterario come un contributo all’idea d’incompletezza? 

«No, non ragiono affatto in questi termini».

Perché no? 

«Perché sarebbe un modo troppo magniloquente di considerare le cose e non voglio fare una cosa del genere».

Crede sarebbe troppo arrogante? 

«Esattamente. Ad esempio, torniamo alla storia della pittura. Ciò che la rende interessante è che ha a che vedere con molte modalità di imperfezione e non con la perfezione. Ed è proprio questa la sua caratteristica notevole».

Quando parla di storia della pittura allude agli antichi maestri o comprende anche il XX Secolo? 

«La storia della pittura comincia a diventare interessante quando assume toni drammatici, ad esempio nel caso dell’opera di un Van Gogh. Mentre uno come Ingres è quello che è, non gli si può aggiungere troppo».

Viene in mente la retrospettiva di Lucian Freud alla National Portrait Gallery: un’implacabile, continua ricerca della verità corporea attraverso il ritratto durata decenni. 

«Per poter continuare ad essere produttivo nella fase tarda della propria vita ed opera, l’artista deve rimanere inquieto. Non ti puoi fermare ed accontentare di quello che pensi di essere. Si finisce per diventare noiosi. Eppure non vedo il mio lavoro, il mio pensare alla pagina in questi termini. Il lavoro dello scrittore semplicemente si dà, emerge, e se ci si pensa troppo si finisce per perdere fiducia in sé stessi e sviluppare difetti. Non voglio fare commenti sul lavoro altrui, ma ha citato Freud e la sua ricerca: ebbene, non arrivava costantemente alla stessa cosa»?

Un detrattore la vedrebbe in questi termini. 

«Quello che potrebbe esser visto come fascinosa, ossessiva ricerca può facilmente rovesciarsi in noiosa ripetizione».

Dove crede che la pittura del Novecento riesca a salvarsi dalla trappola della ripetizione? 

«Mi chiedo se sia affatto in grado di salvarsi, o se piuttosto non abbia già detto tutto quello che aveva da dire. Mi chiedo se non le rimanga altro che esplorare il fantastico, il triviale e il decorativo. Credo che tutta l’arte del Ventesimo secolo, come quella del Ventunesimo, abbia perso la capacità di meravigliarsi davanti alle cose. Temo non sia che un rimasticamento».

Immagino non mi dirà a cosa sta lavorando. 

«Davvero non posso. Il fatto è che non sto affatto scrivendo. Al momento sto solo pensando a questo incontro di Milano».

La diverte ancora andare a questo tipo di avvenimenti? Condividere i suoi pensieri e opere con un pubblico? 

«Un tempo lo facevo molto volentieri. Ma con l’età non mi riesce più di leggere bene come prima. Produco degli strani fischi o sbuffi che finiscono per rovinare l’insieme. È una cosa che mi addolora molto. Non mi riesce più di ottenere quell’effetto di comunione col pubblico».

Che rapporti ha con l’Italia? 

«Ho degli amici italiani, la famiglia Nonino a Udine. I miei ricordi italiani sono  legati a loro». 

Ne apprezza il prodotto?

«Non posso berne troppo perché mi stende». 

Cosa pensa delle celebrazioni del Giubileo monarchico e di simili rievocazioni in pompa magna? Le ritiene importanti? 

«Per nulla. Non mi sorprenderebbe che anzi alla fine di tutto questo ci fosse un’ondata di sentimento repubblicano, come reazione alla noia di tutta la manifestazione. Mi rendo conto che non sia un’opinione profonda. Ma per cose di questo genere tendo a non avere opinioni. Anzi, ci vedo dietro una forma di inutilità. L’idea che tutti coloro che vi hanno partecipato possano davvero essere monarchici è velleitaria, un boomerang. Non solo non è importante: credere che possa giovare ai fini di una riaffermazione della leadership culturale dell’Occidente è quantomeno sciocco».

Lei definì il governo Blair una disgrazia per questo paese. E quello attuale? 

«Non credo affatto che l’attuale ritorno al potere dei Tories possa riportare il Paese a prima dell’avvento di questa democrazia sospinta dai media. Le cose vanno avanti, evolvono, sebbene con lentezza. Cambiano. Solo questo è veramente importante: l’idea del cambiamento. Si va avanti. Ma bisogna sottrarsi alla tentazione di etichettare il cambiamento, di considerarlo positivo o negativo. Di certo non è compito dello scrittore. Tentare di fare previsioni sul futuro è tipico di un approccio giornalistico. Mi chiedono spesso se sia ottimista o pessimista, se le cose andranno bene o male. Impossibile dare una risposta. Il compito dello scrittore è quello di osservare. La chiarezza nell’osservazione è quello che mi sta più a cuore». 

Come si è perfezionato in questa scrittura della chiarezza?

«Quando ero giovane – avrò avuto venti, ventidue anni – mi esercitavo a lungo nello scrivere bene, nel senso che non mi bastava accettare l’insegnamento alla scrittura che mi veniva dalla scuola o dall’università. Quello non era scrivere. Aspiravo a un altro tipo di scrittura. Ho cercato di arrivare alla chiarezza attraverso un duro lavoro, ma senza pensarci deliberatamente. Facevo quello che dovevo fare. L’idea dello scomparire, del non essere niente o tutt’al più un veicolo, è molto importante.  Lo scrittore non deve pensare troppo a se stesso».

Quali erano i suoi punti di riferimento nella tradizione? 

«Inizialmente non ne avevo. Solo dopo sono venuto a conoscenza del gruppo di Cambridge che faceva capo a F. R. Leavis (critico letterario britannico molto influente negli anni ‘50, NdR) che parlava di una grande tradizione letteraria eccetera, ma non sentii il bisogno di farla mia. Leavis è stato accusato di elitismo ma ingiustamente. Era semplicemente il suo modo di guardare alla letteratura».

Ha un ricordo dei suoi esordi come di un periodo stimolante per un giovane scrittore?

«A essere sincero proprio no, non c’era quella consapevolezza di far parte di alcunché, scena o gruppo che fosse. Cercavo semplicemente di fare il mio lavoro, insistendo proprio come Lucian Freud, cercando di arrivare al nocciolo della questione». 

Ma cos’era che la spingeva a voler raccontare il mondo?

«Una cosa abbastanza semplice. Se non avessi fatto i viaggi che ho fatto, visto i posti che ho visto, sarei rimasto senza materiale di cui scrivere molto presto. Quello che avevo in testa si stava esaurendo. Provenivo da una società molto semplice, che ben presto non avrebbe più avuto nulla da dirmi. Sarebbe stato  terribile dover smettere di scrivere perché non avevo più nulla di cui scrivere. Il viaggiare ha esteso la mia visione del mondo. È stato una componente indispensabile della mia scrittura. Non sono mai stato uno scrittore introverso, continuamente intento a scandagliare la mia psiche, lo troverei orribile». 

Dunque non scrive tutti i giorni di un mondo esclusivamente interiore.

«Perché, ci sono scrittori che scrivono tutti i giorni? Forse ne conosco qualcuno. Uno come John Updike scriveva tutti i giorni. Molti saggi, molte recensioni di libri, oltre ai romanzi. Ma vede, non è possibile scrivere in quel modo perché bisogna pensare. Se non si pensa, se si scrive ogni giorno, tutto diventa abbastanza piatto. Non ho mai concepito il mio lavoro come se fosse una routine. Prima veniva la riflessione, poi la scrittura. Non ho mai affrontato la pagina bianca senza un quadro definito. Lo faccio ancora oggi, nella vita quotidiana. Se devo fare una telefonata la compongo nella mia testa prima di parlare al telefono. Faccio così con tutto».

La composizione: un concetto fondamentale in pittura, letteratura e – ovviamente – musica. Lei è musicale?

«Sono del tutto privo di sensibilità musicale, né sono mai stato attratto dalla musica. Per molti anni mi sono duramente sforzato di scoprire il fascino della musica, sia occidentale che orientale, ma poi ho lasciato perdere una diecina di anni fa, con mio grande sollievo.  Non riesco nemmeno a comprendere gli strumenti e dunque non capisco cosa cercano di fare quando suonano tutti assieme». 

Pensa che sia importante avere una visione filosofica dell’esistenza?

«Si può averne anche senza formularla, si possono avere delle opinioni filosofiche. Hanno cercato di insegnarmi filosofia all’università: mi sentivo come lo studente di zen giapponese che quando rispondeva correttamente veniva punito con una sonora bacchettata. Ma contrariamente allo scopo di questo paradossale metodo, non ha suscitato in me un aumento di interesse per la filosofia».

Viviamo in tempi economicamente turbolenti, in cui in molti rischiano di perdere, o hanno già perso, il proprio lavoro o status sociale. Come crede che la collettività saprà reagire? 

«La crisi porterà gli individui a chiudersi, ne aumenterà gli egoismi, li renderà ancora più disperatamente attaccati a quello che hanno, o che gli rimane. Sento dire spesso che la povertà può avere un effetto positivo. Non credo».

E la democrazia, grande conquista dell’Occidente? Sembra anch’essa sempre più inflazionata rispetto agli imperativi dell’economia.

«È ancora una forza vitale per certi paesi, soprattutto quelli più vasti, che privi precipiterebbero nel caos, ne hanno un bisogno disperato. Un paese come l’India non potrebbe farne a meno, non avrebbe altro modo di gestire una popolazione con tutta quella varietà di opinioni e idee, sarebbe un disastro. Sono senz’altro favorevole alla democrazia, se è questo che mi chiede». 

Nel nostro precedente incontro sostenne che l’India non ha una valida produzione culturale.

«Ne sono ancora convinto».

I motori dell’economia mondiale attualmente sono i paesi dell’ex Terzo mondo. Come vede questo passaggio di consegne dall’Occidente al Sud e all’Est del mondo? 

«Credo che il modo migliore di descriverlo sia pensare a un viaggio su una strada non asfaltata, piena di buche. Ma anche per quello che si diceva poc’anzi preferisco astenermi su se e quando si arriverà a destinazione». 

Ma la incuriosisce.

«Credo che l’idea di questi grandi paesi che diventano motore del mondo sia un’idea molto interessante, che deve essere senz’altro incoraggiata».

In Occidente c’è una vera e propria ossessione per la crescita economica. Crede che il concetto di crescita in generale sia sempre positivo? 

«Sono anni che mi preoccupa l’idea di una crescita indiscriminata. Un tempo sembrava illimitata, progrediva di anno in anno. Ma a un certo punto doveva per forza arrestarsi. Se questa si estingue, non sarà necessariamente in modo catastrofico: produrrà piuttosto una necessaria correzione nel modo di pensare». 

Dovremmo dunque cominciare a limitarci?

«Ci si sta già limitando, si sta cercando di allontanarsi dall’idea della crescita a tutti i costi, che peraltro già da molto tempo ha cominciato a invertirsi».

Non vede come moralmente fallace la posizione di un Occidente che dopo aver semidistrutto il pianeta per i proprio sviluppo ora bacchetta Cina e India perché fanno lo stesso? 

«Non c’è una ricetta, una via d’uscita da questa contraddizione. Bisognerà che si risolva da sola. Ma cesserà prima che si arrivi alla completa devastazione ecologica. La gente è stupida, ma non così stupida. Quando si trova in uno stato di calamità sa come uscirne».

Cosa pensa del suo lascito letterario? 

Non ho opinioni in merito.

Per umiltà o autoironia? 

«Nessuna delle due. È perché so che il mondo va avanti. Ci sono molti scrittori in giro e ancora di più ne verranno. Solo l’idea che un singolo scrittore possa lasciare un’eredità in questo caos…è troppo, non potrei farlo. Lei crede che sia importante per uno scrittore lasciare un segno?» 

La scrittura è comunicazione di qualcosa ad altri individui. 

«Vede, dal momento che non posso leggere le mie opere, non so cosa sia questo qualcosa. Qualunque cosa sia nella scrittura, lo ignoro. Sta al lettore il compito di trovare quello che c’è». 

Le capita mai di rivisitare la sua opera passata come lettore? 

«Ero del tutto incapace. Forse ora che sono invecchiato e che aumenta la distanza fra me e le mie opere giovanili mi riesce meno difficile, ogni tanto posso provarci. Ma è un’operazione che mi rende sempre nervoso e trepidante. È sempre arduo scoprire dove lo scrittore inciampa, e un sollievo quando non inciampa». 

Darebbe mai un consiglio a un giovane scrittore? 

No, non lo farei. Se è scrittore, se davvero sente l’esigenza di scrivere, deve fare da solo». 

Lei è stato molto critico nei confronti dell’Islam. Lo è anche rispetto alla religione in generale? 

«È una grossa domanda. Così tanti aspetti nelle religioni, così tante religioni… ma nel complesso non ho una grande opinione della religione. Ma non perché credo che abbia fatto più male che bene». 

Sente ancora la necessità di tenersi informato riguardo al mondo? 

«Certamente. Ascolto la radio, la Bbc, ma in questi ultimi tempi i programmi sono diventati noiosi. Immagino dipenda dal background di chi scrive i notiziari». 

Cos’è per lei l’identità? 

«Siamo fatti di così tante cose. L’identità si compone di sei o sette cose almeno: il linguaggio che usiamo,  il nostro background, e molto altro. È un concetto composito, articolato, solo così possiamo arrivare a comprendere chi o cosa siamo. Quello di cui non abbiamo certamente bisogno è una semplice idea tribale». 

In Occidente la scienza sta prendendo il posto della religione. È altrettanto guardingo nei suoi confronti?

«Amo molto la scienza, mi sarebbe piaciuto impararne di più a scuola, essere in grado di seguirne gli sviluppi più da vicino, ma non sono abbastanza istruito. Credo anche che avrebbe avuto una maggiore influenza sulla mia scrittura se, poniamo, avessi studiato fisica, o biologia, oppure astronomia, che trovo favolosa. Spesso passo il tempo a guardare le immagini fotografiche dell’universo nei libri. Ha visto il passaggio di Venere davanti al sole di qualche giorno fa? È stata una rarissima occasione. Davanti a cose del genere ci si sente molto piccoli».

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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