In Manchester, per Manchester

La città di Manchester ha risposto egregiamente all’indicibile orrore dell’Arena. Durante la veglia a St. Anne Square, la folla ha cantato una canzone degli Oasis, Don’t Look Back In Anger. Oltre a essere uno splendido segno di coesione e inclusione, l’episodio dimostra come la cultura pop, in un luogo che ne ha prodotta tanta e di ottima qualità, abbia sostituito il repertorio tradizionale cui si sarebbe attinto in passato in una situazione simile: canti di chiesa, da stadio, inni nazionali. Tutte robe alle quali bisognerebbe sentirsi vicini come il rinascimento alla rinascente.

È stato un momento davvero commovente, e benché uno in cui le considerazioni estetiche suonino quasi offensive, quella è la canzone bruttina di una band peggiore.

Questa è una bella canzone di eroici veterani post-punk, non britpop incrostato di blairismo. Anche se sono di Londra.

Chris Cornell 1964-2017

Non sono mai stato un Pearl Jam guy, erano troppo retorici per me. Preferivo di gran lunga i Soundgarden (uno dei nomi più belli mai scelti da una band) e soprattutto gli Alice In Chains, se proprio vogliamo restare nel territorio di chitarre distorte, capelli lunghi, camice a scacchi e anfibi slacciati. Ero e sono tuttora tra quelli che preferiva di gran lunga il grunge alla zuppetta tiepida post-Beatles del Britpop, un fenomeno dopato dal Melody Maker e NME per restituire imprinting nazionale a un mercato inglese allora giustamente dominato da band americane.

Certo, sono gli anni Novanta, i Nirvana erano ovunque, iniziava quello che sarebbe poi diventato il postmoderno, ciclico risciacquo dei panni del rock nell’ammorbidente dei classici, in questo caso: Black Sabbath/Led Zeppelin. Eppure, originalità a parte, queste band di Seattle erano di incredibile livello e qualità, anche solo per il fatto di avere una componente punk viva e vitale. Sopratutto, avevano dei cantanti notevoli. Cornell era il più sfacciatamente classico cantante rock, sempre a spingere la voce in territori epici e dunque infidi ma non importa, tanto c’è sempre tanto cuore a rimediare.

Questa è la performance di una band al picco della propria energia e potenza, nel tour del plumbeo Badmotorfinger, poco prima che esplodessero globalmente con Superunknown. Se pogava. E il finale, visto a poche ore dalla scomparsa di Cornell, per me da brivido.

Ciao, Mr. Cornell. You broke your rusty cage and run.

To Brixton from Mars

Non è ancora un anno che parliamo di David Bowie al passato e già si profila la prima salva postuma di uscite discografiche e teatrali, a ricordarci quanto più povero sia oggi il mondo dei molti che lo amano visceralmente.

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The People United Will Never Be Defeated!

rzewski

Se non ci fosse Bbc Radio 3. Stamattina ho sentito la musica di Frederic Rzewsky, già ascoltato nel 2004 al festival di Ravello, che mi ha evocato quanto segue.

La musica americana contemporanea contiene cose pregevolissime, ben oltre il cappelletto da baseball di Steve Reich – ossessivo esploratore della rinuncia a qualsiasi narrazione e assorto in un gelido scomparire nelle tortuosità del proprio sfintere di compositore col cappelletto da baseball – e le ben note trovate a effetto di Philip Glass. Continua a leggere “The People United Will Never Be Defeated!”

Tra-ghetti

Da Berlino a Calais, in quest’Europa culla del liberismo i muri non passano mai di moda. Parola di Robert Goodwill, (nomen omen) il ministro britannico conservatore per l’immigrazione, che ieri ha dichiarato con scoppiettante solerzia alla commissione parlamentare riunita a Londra per deliberare sulla situazione a Calais e Dunkerque: «Abbiamo già costruito la recinzione, ora stiamo costruendo il muro».
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