New Shoreditch Twatters

Shoreditch Twat era il titolo di una fanzina, edita in quel di Shoreditch a inizio anni Duemila, nel pieno boom delle gallerie d’arte che avrebbe dato la stura alla colonizzazione di yet another zona ex povera da parte dell’esercito di giovani  media/arts/whatever types che “vedono gente fanno cose” in maniera inesorabilmente, rigorosamente, spasmodicamente “cool”.

Quest’ossessione con l'”essere cool” è un segno dei tempi. Certo, lo si voleva essere anche in passato: ma mai come in quest’ultimo decennio, le subculture giovanili tradizionali (un tempo rozzamente riassumibili nella triade musicale punk/goth/metal e rispettivi sottogeneri) hanno cessato di avere la musica come propria ragion d’essere, per lasciare il posto a una nebulosa ibridazione tanto caleidoscopica (leggi indefinita) culturalmente quanto musicalmente generica (leggi insipida).

Da elemento pur imprescindibile, ma connesso ad altro, lo stile è ora diventato un tirannico leit-motiv la cui preponderanza ben si accomoda nel vuoto lasciato da altri contenuti, persisi chissà dove.

E se, ancora una volta, il termine indie  – come una nube di cenere del vulcano islandese dal nome un po’ meno impronunciabile di quello dell’anno scorso – , “circonfonde” tutti i luoghi di questo discorso rendendoli disperatamente analoghi, il twat (ormai, lo ribattezzerei Twatter) di Shoreditch/Hoxton ha aggiunto al suo CV una serie di caratteristiche estetiche e stilistiche che relegano la musica decisamente in secondo piano.

Queste caratteristiche furono per la prima volta schizzate in modo esilarante dalla fanzine in questione; ma se allora Shoreditch era un posto in East London battuto da drappelli di Twatters relativamente contenuti, adesso è diventata una vera e propria Twat Republic, che si spinge ormai fino a Bow (luogo a suo tempo molto white trash dove il sottoscritto ha vissuto per dieci anni quando Dizzee Rascal e Amy Winehouse erano ancora alle medie), portandosi dietro l’obbligatorio cortège di organic café, formaggerie francesi, pizzerie italiane a taglio, negozi di modernariato cheap  (a prezzi folli) eccetera.

Tanto da aver stimolato operazioni come quella sotto, che, pur nella loro innegabile volgarità, tratteggiano in modo a volte irresistibilmente comico l’identikit di una figura socioculturale giovanile chiaramente bianca e middle class che ha ormai definitivamente accantonato  politica, musica (intesa come questione di vita o di morte) e altre devianze giovanili affogandole in una marea di skinny jeans, occhiali retro, ciuffi, zucchetti di lana, barbe, mocassini e flanelle.

La differenza era che all’epoca, negli anni beati della finanza blairiana, i lavori nei media c’erano e le riviste aprivano a ritmo di due alla settimana. Adesso, il quadro è un tantino mutato, aggiungendo una nota grottesca a tutto il sembiante.

Have a laugh (di seguito, il testo)

Got on the train from Cambridgeshire
Moved down to an East London flat
Got a moustache and a low cut vest
Some purple leggings
and a sailor tat
Just one gear on my fixie bike
got a plus one here for my gig tonight
I play synth…
We all play synth
20-20 vision just a pair of empty frames
Dressing like a nerd although i never got the grades
I remember when the kids at school would call me names
Now were taking over their estates
woah ho

(chorus)
I love my life as a dickhead
All my friends are dickheads too
come with me lets be dickheads
(havent you heard?)
being a dickhead’s cool
being a dickhead’s cool
being a dickhead’s cool
being a dickhead’s cool cool cooooool

Polaroid app on my iphone
taking pictures on London Fields
up on the blog so everyone knows
were having new age fun, with a vintage feel
coolest kids at a warehouse rave
exclusive list look theres my name
I got in…
You couldn’t get in

never bought a pack of fags i only roll my own
plugging in my laptop at the starbucks down the road
say i work in media im really on the dole
im the coolest guy you’ll ever know
woah ho

(chorus)
I love my life as a dickhead
All my friends are dickheads too
come with me lets be dickheads
(havent you heard?)
being a dickhead’s cool
being a dickhead’s cool
being a dickhead’s cool
being a dickhead’s cool cool cooooool

Loafers with no socks
Electropop meets southern hip hop
Indeterminate sexual preference
Something retro on my necklace

Two beautiful minds

Qualche giorno fa è uscito in Italia il libro di un genio su un altro genio, al quale ho prestato la mia indegna opera di traduttore. Mentre mi arrampicavo freneticamente sulle pareti ripide del pensiero di entrambe, ho sentito più di una volta le assi del mio intelletto scricchiolare: è mancato un pelo che si spezzassero. Non è successo, per fortuna.

Davvero non ho la minima idea di che tipo di accoglienza possa avere un libro come questo in Italia: è però un fatto che qui, in Uk, è stato un bestseller. A parte la fatica, non indifferente, è stato per me un lavoro incredibilmente illuminante: ha dato una raddrizzata alla mia conoscenza di Marx, rimettendomi sulla strada giusta per cercare di avvicinarmi sufficientemente a quella supernova che è il suo pensiero, prima che sia definitivamente troppo tardi.

Marx è uno dei pensatori più influenti d’Occidente: rifiutarlo su base ideologica è come non lavarsi perché si ha paura dell’acqua. Che l’Italia contemporanea sia guidata da gente che non si è mai lavata è – naturalmente – tutto un altro discorso.

Live is Life

Ancora sotto la botta dei Laibach, ieri. Naturalmente, la questione rimane una, imprescindibile: se il loro metodo, lungi dall’essere preso sul serio,  viene applicato ai tre quarti della cultura popolare contemporanea, il rischio è che essa mostri un nemmeno troppo nascosto volto fascista, il suo vero volto, quello che siamo stati programmati a non vedere. La loro disinvoltura nel manipolare il totalitarismo e giocare con la nostra fin troppo morbida acquiescenza a subirne il fascino è sfacciata e terribile.

Mi sono piaciuti ieri sera, lo ammetto con una certa riluttanza. La loro è pura pornografia musicale e iconografica (le uniformi, i simboli pseudo celtico runici) che ti aggancia col suo misto di disgusto e bieco appagamento di bassi sensi. Ma i Laibach non li puoi liquidare con un netto, anche se apparentemente, salvifico, rifiuto: come ho sempre fatto io trincerandomi dietro un “no” ideologico. Il loro è un discorso più raffinato dell’apparente, brutale idolatria della forza e della milizia. È terribile vedere come giocano con l’estetica pop dimostrandone la funzione uguale e contraria a quelle totalitarie del passato e del presente. Le loro cover di pezzi eurotrash rifatte in chiave wagneriana sono irresistibilmente comici, ma anche sinistramente esaltanti: la forma di straniamento musicale più potente che abbia mai sentito. Il loro decostruire e ricostruire assai più raffinato di quanto sembri:

Ma il trattamento non risparmia nemmeno i classiconi della tradizione, anche se il risultato è meno irresistibile:

Mi sono chiesto immediatamente cosa ne potesse pensare uno come Slavoj Žižek: non ci ho messo molto a trovare questo clip di un quindicennio fa, in cui il filosofo sloveno (come loro) applica il tipico capovolgimento dialettico-paradossale, che è il nerbo del suo metodo, all’estetica della band di Lubljana, pardon, Laibach:

In pratica la questione è: siamo davvero convinti che la sedicente non-ideologia del mercato, che avrebbe, ci vogliono convincere, sconfitto definitivamente le ideologie totalitarie, non sia essa stessa un’ideologia totalitaria mascherata da democrazia liberale, in cui tutti sono liberi di fare quel che vogliono purché producano, consumino e ottemperino così alla propria funzione nella società di mercato? Siamo sicuri che le adunate calcistiche e le arene rock siano così lontane da quelle di Leni Riefenstahl? Perché vedere dei tizi grandi e grossi in uniforme che urlano su ritmi robotici e opprimenti suona così familiare?

Non sono in grado di dare alcuna risposta esauriente alle domande di cui sopra. Ma una cosa credo di averla capita: quello che i Laibach dimostrano essenzialmente è che la storia non è finita, che l’Occidente crede di aver sanato le sue oscenità, seppellendole sotto fiumi di frappuccino fair trade. Non è vero. Dobbiamo ancora fare i conti con il Novecento, e con i fiumi di sangue che scorrono carsici, nemeno troppo, sotto i nostri piedi.

Mute anniversary @ Roundhouse (day two, a post in real time)

ERASURE

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More to follow (Andy Bell is a camp idol, Vince Clarke a synth god)

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SCUM, l’ultima giovane scommessa di Daniel Miller, un piccolo salto di epoca e di clima.

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LAIBACH

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Il cuore nero dell’Europa. Il ritorno di atmosfere della seconda guerra mondiale frantuma il sogno pop. Perfetta colonna sonora ustascia. Il fascino perverso della militarizzazione. I Death in June in confronto sono i 99 Posse. Sull’attrazione dell’estetica fascista per la cultura pop Susan Sontag ha scritto pagine interessanti. Ma questa non è roba anglosassone.

MARTIN GORE DJ SET

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Un set teso e dritto, in my humble opinion più interessante di quello di R. Hawtin di ieri sera. Gore è un’anima fragile, in bilico fra la disumanità della macchina e un timido lirismo. Ed è la forza del songwriting dei Depeche Mode. Riesce a rendere musicale anche un Dj set. Semplicemente esaltante vedere uno di questa statura usare la tecnologia. Conclude il set, epico suonandoci sopra. Ah, quei synth, ah quei suoni. Sembra Harmonia. Deutschland.

NOTA CONCLUSIVA

Senza i Kraftwerk, il gruppo più influente della storia dopo i Beatles, tutto questo – e molto altro ancora – non sarebbe mai accaduto.

Ps: sorry per le fotacce telefoniche.

Lune, dita, alte fedeltà

Sarà senz’altro meno peggio dell’emofilia, ma l’audiofilia rimane un’insidiosa patologia. Me ne sto accorgendo in queste settimane, dopo un upgrade del mio impianto. No, non è un pretesto per scrivere un poema epico su quest’ultimo, visto che avrei bisogno di ritirarmi in una log cabin su un fiordo norvegese per rendergli giustizia. È solo una considerazione indotta dal fatto che, da quando l’ho installato, non faccio altro che rivisitare la mia collezione a caso, senza altro criterio che la curiosità di paragonare i nuovi ascolti con quelli del passato.

La differenza è innegabile; e visto che l’impianto precedente non era esattamente un citofono, risulta chiaro che mi stia affacciando sull’orlo di un abisso: quello della riproducibilità impossibile del reale, il perno su cui si innesta l’industria intera dell’alta fedeltà e dei facoltosi tossicodipendenti che la sostengono. Com’era quel detto? Se il dito indica la luna, l’imbecille guarda il dito: ebbene, da giorni io sono quell’imbecille.

Il rischio è finire come quello che mi ha venduto l’impianto: giudicare i dischi in base alla qualità delle registrazioni. Pare assurdo, ma quando ci si abitua a sentire bene la fonte si sente anche quando in studio si è fatto un lavoro rabberciato. In questo caso, sentire meglio equivale a sentire peggio. Anche lasciando da parte il fatto che in moltissimi album di molti generi la cattiva registrazione è programmatica o quasi, al pari della incompleta padronanza tecnica dei musicisti, si rischia di incorrere in cocenti scoperte.

Ad esempio, che i primi dischi dei Genesis dell’era Gabriel fino a “The Lamb Lies Down on Broadway”, che scorrono nelle vene del sottoscritto (la prima cosa di mio gusto della sua collezione su cui mi fosse caduto l’occhio), hanno un suono davvero miserello. “Terrible recording!” proclamava inorridito il mio dealer, che quasi non voleva che quei suoni sporcassero le casse da quattordicimila Euro che gli avevo pregato di farmi ascoltare ,  con lo stesso spirito con cui ti faresti due passi nel parco di Windsor: fruire, con la disarmante consapevolezza che non si possiederà mai.

Anche se nemmeno i remaster riescono a redimere la pochezza audio di quei dischi fantastici se riascoltati Come Si  Deve, ciò naturalmente non toglie che restino alla base del mio emocromo al pari di altre sostanze; eppure, ora la loro aura è intaccata per sempre da questa nuova consapevolezza. Allo stesso tempo, vedo chiaramente affacciarsi un altro pericolo: quello di allontanarmi dal contenuto formale ed emotivo della musica alla ricerca del puro diletto sensoriale fornito dall’ascolto di un’informazione nitida. Una riproducibilità tecnica che, a forza di lucidarla, ammazza l’arte nelle nostre orecchie. Non significa che sia meglio ascoltare la musica male, come facciamo tutti i giorni attraverso le mille stupide cannule con le quali ci viene inoculata, basta non esagerare nell’altro senso. Continuare a guardare soprattutto la luna insomma, ma non  prima di aver scelto  bene il dito che ce la indichi.