We need good politics, not only good politicians

Review of The Good Politician. Folk Theories, Political Interaction, and the Rise of Anti-Politics, by Nick Clarke, Will Jennings, Jonathan Moss, Gerry Stoker. Cambridge University Press. 309 pp. £21.99.

Even by the poised and collected standards of the best Anglo-American political thought, the very title of this book sounds alarming. That is because it investigates an equally alarming—if somehow unsurprising—state of affairs which, in the liberal-democratic West, is looking increasingly like the most complete bankruptcy of representative democratic politics since the Second World War. Continua a leggere “We need good politics, not only good politicians”

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Keep chaos and carry on

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Keep chaos and carry on. Così si chiama la pratica di training autogeno che Theresa May brevetterà dopo aver lasciato la politica. Continua a leggere “Keep chaos and carry on”

The best, the strongest, the stablest deal for Britain

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Tre sconfitte per May: posson bastare? Naturalmente no, almeno in quel vituperato guazzabuglio-politico-legale infelicemente battezzato Brexit. E nemmeno quando una di queste non ha precedenti storici, pur provenendo dai libri di storia.

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Mai dire May

Instancabile Sisifo, Theresa May spinge il masso dell’accordo con l’Ue, capace di unire tutti nello scontento più totale, in cima all’impervia salita, solo per vederlo beffardamente rotolare a valle. Per poi spingere di nuovo, con una determinazione che sfida la capricciosa crudeltà dell’Olimpo.

Non ultima tra le sue prove di resilienza, l’essere finora sopravvissuta alla fronda interna mossale dai neovittoriani dell’Europe Research Group, capitanati da Jacob Rees-Mogg, che la scorsa settimana innescavano il procedimento di sfiducia della leader secondo una modalità che richiede la spedizione di 48 lettere da altrettanti deputati che manifestino il proprio scontento con la leadership.

Per ora questo quorum non è stato raggiunto; ma, se lo fosse – e la premier sopravvivesse all’elezione interna successiva -, nessuno potrebbe tentare di rimuoverla nuovamente per un lunghissimo anno. Per ora Rees-Mogg e i suoi paiono scornati. Non che May possa mai sentirsi al sicuro: gli scherani del Dup minacciano di far saltare il patto scellerato con cui la premier si era assicurata il loro appoggio (una maxi-tangente di un miliardo di sterline che passa con il nome di confidence and supply arrangement).

May ha sostituito il Brexit SecretaryDominic Raab, dimissionario la scorsa settimana assieme a un drappello di ministri e sottosegretari per via del loro assoluto disaccordo con l’accordo, con un nessuno de-potenziario (il neoministro, Steve Barclay, si occupa solo di questioni Brexit «interne», nazionali), il che le permette di colmare le sue interminabili giornate di ozio contemplativo con un ennesimo incarico. Ora è lei che si reca personalmente a Bruxelles per cercare di soffiare vita nello sciagurato accordo con l’Ue. Ha poi ripescato la fedelissima Amber Rudd, piazzandola al Lavoro.

Ieri era dunque a Bruxelles, dove tornerà nuovamente nel fine settimana, per essere accolta da Juncker & Co. con un’affabilità mesi addietro semplicemente impensabile. Bruxelles di certo ne ammira il fare da scudo umano alle 585 pagine dell’accordo, che hanno richiesto due anni e sono considerate non rinegoziabili. Nel frattempo, la premier ha ieri presentato un documento di ventisei pagine più essenzialmente politico. Punta a fissare («a matita»: non è legalmente vincolante) «la cornice del rapporto futuro tra l’Unione Europea e il Regno Unito».

Jeremy Corbyn l’ha puntualmente liquidato, definendolo «ventisei pagine d’insulsaggini» che non soddisfano le «sei prove» enunciate dal Labour come condizione per il proprio sostegno parlamentare all’accordo di uscita. Corbyn sta tralignando sulla linea di «elezioni subito» per contenere la spinta dei moderati nel partito verso il cosiddetto «voto del popolo», in buona sostanza un secondo referendum travestito. Per questo sta ponderando la fattibilità politico-costituzionale di un governo Corbyn capace di rinegoziare tutto con l’Ue senza elezioni. Intanto, Theresa-Sisyphus continua a spingere il masso su per la salita. Fino all’incombente voto «significativo» (meaningful vote, il 10 dicembre) in parlamento, dove continua a non avere i numeri.

(il manifesto, 23/11/18)

Non molla, ma barcolla

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La porta del gabinetto è sempre aperta. Anzi, a Downing Street si pensa di installare i tornelli per permettere ai dimissionari e ai nuovi incaricati di avvicendarsi in modo più fluido. Fuori Raab e McVey, rispettivamente Brexit e Lavoro e pensioni, dentro l’ignoto Steve Barclay e Amber Rudd (a volte ritornano, aveva dato sacrosante dimissioni per la porcata della «Windrush generation»).

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Il Tao del Labour

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Nel dibattito in aula seguito alla presentazione della famigerata bozza di accordo con l’Ue sulla British Exit, Jeremy Corbyn – ormai padrone indiscusso di quella pratica che Trotskij definiva il parliamentary cant, la (menzognera e ipocrita) retorica parlamentare – ha vigorosamente attaccato il governo May giurando che non voterà mai a favore di quella bozza di accordo, definendola abborracciata, inconcludente e soprattutto contro gli interessi del popolo britannico.

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