Island is an island is an island is an island

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Se nessun uomo è un’isola, è vero anche il contrario. E la Gran Bretagna di venerdì mattina si è svegliata capovolgendo la celebre massima. L’isola è rimasta isola: lontana dal continente, da quell’Unione con la quale ha convissuto in un frigido matrimonio per quarant’anni che il 52 per cento dei votanti contro il 48 ha deciso di rescindere bruscamente all’alba di ieri. Londra, la Scozia e l’Irlanda del Nord si sono rispettivamente pronunciate al 62 e 55,8% per il remain, ma il Galles al 52,5% e tutto il resto dell’Inghilterra al 57% per il leave. Stavolta i mercati e gli allibratori hanno sbagliato, e alla grande.

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Crisi hipsterica

Quattro pagine sull’Espresso per parlare del fenomeno hipster, satirizzato assai bene da questo ormai classico (2010) video che non posso fare a meno di riproporre. Da quando sciamano per East London la vita è più colorata – e costosa – per tutti.

L’importante è vincere la guerra

Posso davvero scrivere del fatto che i Battles in concerto mi hanno sonoramente deluso mentre in Egitto si è riattizzato un sanguinoso incendio, Bangkok è sommersa dall’acqua, la Siria è a un passo dalla deflagrazione, la democrazia in Europa è più bloccata che ai tempi della Scuola di Francoforte, tutto il sistema economico nel quale siamo nati e cresciuti trema dalle fondamenta, le calotte polari si sciolgono per il calore del debito, a Londra si sta in felpa a fine novembre, Monti ha rispolverato sobrie auto italiane a differenza delle Audi da pusher del governo precedente, in Uk il governo della Big [Mac] Society ha venduto a Richard Branson la Northern Rock (la banca che ha ripercosso nel paese il crollo dei subprime proveniente dagli Usa) facendo pagare la differenza ai contribuenti, ma soprattutto i mercati non aspettano? Forse.

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