Capri strateghi

Boris Johnson e Angela Merkel

L’approssimarsi minaccioso del no deal il prossimo 31 ottobre ha inasprito i toni in questi ultimi scampoli di trattativa. Secondo una fonte di Downing Street, nella conversazione telefonica di ieri mattina con Johnson, Merkel avrebbe definito l’accordo «quasi del tutto improbabile», ma Berlino si è ben guardata dal confermare o smentire la voce.

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L’onere della proroga

Il Regno Unito rischia ancora di uscire alle ventitré Gmt di domani sera senza accordo dall’Ue e in barba ai voti contro un no deal espressi dal parlamento britannico nei giorni scorsi, indicativi o vincolanti che fossero. Salvo che questa non decida di concedergli l’ormai famigerata, ennesima proroga all’articolo cinquanta, si legga scadenza Brexit, che secondo Donald Tusk dovrà essere di almeno un anno.

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Psicopatologia della Brexit quotidiana

A meno di una settimana dal 12 aprile, data in cui la Gran Bretagna schizzerebbe fuori dall’Ue senza accordo con paventate, telluriche conseguenze sull’economia, Theresa May cerca per la seconda volta una Brexit-proroga al 30 giugno, dopo che il suo accordo sul ritiro dall’Ue è stato sconfitto alla camera per la terza volta la settimana scorsa.

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Disse la goccia alla roccia…

Ieri erano passati mille giorni dal referendum del 24 giugno 2016, oggi l’ora Brexit è letteralmente dietro l’angolo, alla fine della settimana prossima, il 29 marzo. Con una grande manifestazione londinese programmata questo sabato dai fautori di un secondo referendum – il cosiddetto “voto del popolo”, per il quale continuano a non esserci i numeri in parlamento – la commedia Brexit continua a essere recitata a soggetto.

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Rule Brexitannia!

Nei quasi tre anni che ci separano dal 23 marzo 2016, la squassante virulenza con cui la British exit si è abbattuta sulla Gran Bretagna – scavando un fossato nelle famiglie, nelle coppie e nella società in generale, rimescolandone pubblico e privato e riscoprendo una dimensione politica del reale in realtà mai venuta meno – ha prodotto un gettito di lavori che cercano di descrivere, analizzare, criticare quello che è evidentemente uno psicodramma identitario collettivo.

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Divorzio d’interesse

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Nonostante la privatizzazione, Royal Mail, la posta britannica, ancora gode di buona reputazione. E alle 13,20 di ieri ora italiana, Theresa May ha puntualmente recapitato a Donald Tusk la storica lettera «di dimissioni» della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

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Little Britain

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Brexit is (hard) Brexit. Niente permanenza nel mercato unico europeo per la Gran Bretagna: significherebbe continuare a soggiacere all’affronto di sovranità rappresentato dalla giurisdizione della Corte europea di giustizia su quelle nazionali e soprattutto il mancato controllo dell’immigrazione, i due vessilli più sventolati dai propagandisti del Leave. In altre parole: equivarrebbe a restare nell’Ue, contravvenendo in modo imperdonabile al mandato referendario espresso dagli elettori. Continua a leggere “Little Britain”

Mal di freni

«Esserci o non esserci» non è più solo un dilemma da social media, ma anche quello di una Gran Bretagna profondamente divisa quanto alla propria permanenza nell’Unione Europea. Tanto che perfino Donald Tusk, il presidente del consiglio d’Europa, ha scomodato Shakespeare citando l’Amleto nella lettera d’accompagnamento alla bozza di accordo con cui David Cameron vorrebbe sventare l’uscita del paese dall’Unione in un epocale referendum.

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