The digital mess we’re in

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Political Turbulence: How Social Media Shape Collective Action, by Helen Margetts, Peter John, Scott Hale and Taha Yasseri. Princeton University Press. 304pp. £19.95.

Whenever asked to comment on contemporary events, it’s usually historians, rather than social scientists, who tend to suffer from what one might call an epistemological twitch: they strive to demonstrate that what is happening now has already – mutatis mutandis and with all the specificities of the epoch – happened before. A good part of their intellectual prowess is devoted to uncover this sometimes uncomfortable truth, so effectively camouflaged under the patina of the ‘new’. This has a collateral effect: the 
underlying, unobserved assumption that – whatever the phenomenon being analysed – its deceitful novelty is bound to beach like an agonising whale onto the ever-suspect, ideological shores of ‘it’s always been like this’, or, ‘it happened before’.
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Cessazione della politica

Non c’è niente da festeggiare. Prima di tutto non sappiamo davvero fino a che punto è certo che dia le dimissioni. Fa spazio a una figura imposta dai “mercati”, che ha un mandato extrademocratico per “far quadrare i conti” e sfascerà quello che resta dello stato sociale in Italia. Questo significa che tutte le misure che l’Italia avrebbe dovuto prendere (tagli dei salari, della previdenza, peggioramento dei contratti di lavoro, smantellamento del settore pubblico, eccetera) prima di entrare in questa famigerata moneta unica e che non ha mai preso, ci saranno ficcate giù per l’esofago in virtù di quello che altro non è se non il commissariamento di un’azienda. Si avvera l’incubo del paese-azienda attraverso il partito-azienda, il cui leader viene spodestato non dal popolo, ma dai suoi imbarazzati alleati di classe che non ne tolleravano più i metodi.

La sinistra devertebrata che fa capo a Bersani dice che prima viene l’Italia. No, Bersani. Prima viene l’interesse speculativo al quale il partito di Gramsci inesplicabilmente finito nelle tue mani s’inchina. Assistiamo in queste ore, ore in cui Grecia e Italia (la “culla” della cultura occidentale) sono ridotte al ruolo di porci mediterranei da governare nel grande stabbio globalizzato, all’umiliazione (meritata) di una classe politica che, attenzione, non è una casta o altre scemenze del genere: è simultaneamente causa ed effetto di quello che è diventato il Paese negli ultimi trent’anni. Qual’è lo strillo di dissenso nel mainstream del dibattito? Quello del segretario dell’Italia dei Valori Bollati.

La politica italiana era da vent’anni in uno stato di morte apparente: svuotata completamente, tranne che del proprio involucro formale. Adesso, l’Economia cessa di determinarla dall’esterno e ne assume essenzialmente il ruolo, relegandola a reliquia definitiva del Novecento.

Nel frattempo noi prendiamo tempo, procrastiniamo ancora. Ci saranno altri tagli, ci saranno altre manifestazioni. Ma la famigerata crescita non arriverà, perché l’Europa è ferma. Dopo i tagli fatti pagare ai deboli, i forti torneranno a bussare a Bruxelles, reclamando un’altra decima. E tutto ricomincerà. Oltre all’umiliazione, subiamo anche la farsa. Chi ci dice che B non torni “democraticamente” al potere attraverso Alfano (e Romina?) alle prossime elezioni? Così il tecnocrate imposto da Berlino e Parigi gli leva le castagne dal fuoco, lui torna e noi ricominciamo a fare allegra opposizione su Facebook.

L’unione monetaria è stata una colossale hubris liberista. Forse, perché qualcosa succeda, l’Euro deve crollare. Forse ci vuole un Evento.

London’s burning

Benvenuti a Londra, città delle prossime Olimpiadi, dove atleti di tutto il mondo si confronteranno lealmente nel nome dello sport e della fratellanza fra i loghi (Tutti i property developers che hanno investito milioni rischiano di rimanere fottuti).

Benvenuti a Londra, che negli anni Novanta era di nuovo swinging, la città dove non c’è disoccupazione, dove vige un tasso accettabile di tolleranza della diversità, la città dove ci sono mille concerti, dove i bar sono disegnati dagli architetti, dove il nulla viene elevato a forma, se non d’arte, di profitto. Benvenuti nella Londra delle avanguardie, delle fiere d’arte, delle inaugurazioni delle mostre, nella Londra di London Fields, delle fanzine disegnate per l’Ipad, rifugio per i rifugiati, caveau per i ricchi, mercato per i mercanti, cuore pulsante di una finanza in preda a un improvviso attacco d’asma, la città su cui campano le redazioni cultura dei giornali di mezzo mondo, compreso chi scrive.

Quello che sta succedendo qui e in altre città di questo paese forse ha raggiunto il climax, forse no. C’è di sicuro da augurarsi che lo abbia. La furia devastatrice e arraffatrice che ha contraddistinto la terza notte di scontri non solo è cieca, è anche muta. Non sa articolare un motivo altro che il prendersi quello che non le viene dato, sullo sfondo di un futuro senza futuro, prospettive, di una realtà quotidiana nel segno dell’apartheid culturale. La quantità di individui giovani, tra i 15 e i 25 anni che in questo paese vive in ghetti e in council estates di cui nessuno parla o scrive (di solito) cresce a dismisura, una dismisura proporzionata alla rabbia e al decrescere di prospettive. L’universo nel quale si abita e si opera è un universo essenzialmente materiale, un grado zero di umanità fondata sul consumo e una prospettiva di vita e di affermazione che si ferma all’indice di quel consumo, legata a forza a quest’ultimo. E lo stesso nel quale viviamo “noi”: solo, senza lo strumento indispensabile per fruirne: i soldi.

Quando Cameron diceva in campagna elettorale che questa era una broken society lo diceva per fini propagandistici, ovviamente. A risentirle ora, quelle parole assumono tutto un altro valore e significato, più che mai sinistro. Questa si sta davvero dimostrando una broken society. Milioni di individui giovani sono al di fuori di questo buzz ormai cacofonico di information technology, industrial design, fashion design, arte, media, twitter e facebook (i rioters usano per comunicare un prodotto che ironicamente li accomuna ai boys della city ma che è terribilmente passé  a Shoreditch: il Messenger del Blackberry, anche perché non è monitorabile dall’esterno. No Apple for them).

Adesso non bisogna avere la disonestà intellettuale e politica di ignorare che il malessere è profondo, che questa società è tornata indietro di venti-trenta anni, non ha voluto cercare di integrare le masse metropolitane al suo interno con una più equa redistribuzione delle risorse e delle possibilità, mentre ha premuto l’acceleratore su un consumo autistico e demenziale. La tragedia è che ora i Tories al potere hanno un perfetto pretesto per rispolverare la loro mai sopita bramosia manganellatrice stile Thatcher e dare per scontata la perdita di una parte così cospicua del corpo sociale metropolitano. “Sono bestie e bisogna sparargli con i cannoni ad acqua, bisogna chiamare l’esercito”. Questo li allontanerà dalla linea tollerante e liberal che li ha portati al potere.

Un’altra cosa che salta agli occhi è la vistosa differenza tra una minoranza privilegiata ipervisibile agli occhi di tutto il mondo grazie alla digitalizzazione dell’informazione e la maggioranza dei “brutti, sporchi (non caucasici) e cattivi” che, di solito invisibile, improvvisamente ha preso il sopravvento in città, spinta dal flusso irrefrenabile della propria adrenalina e dalla coscienza che, non avendo nulla, non ha nulla da perdere. Migliaia di ragazzi/ini incappucciati dal volto coperto che di solito vivono in un  sottosuolo – metaforico e non -, improvvisamente escono allo scoperto, cessando di combattersi fra loro: si coalizzano, si muovono con straordinaria agilità su ali digitali nel ventre delle periferie e colpiscono, indiscriminatamente.

La tragica ironia di tutti questi danni alle cose (per fortuna), è che questi giovani distruggono i luoghi dove vivono, comprese le possibilità di miglioramento e di riscatto alle quali molte delle loro comunità cercavano di lavorare. Distruggono i negozi degli immigrati turchi e curdi di Dalston, gente che è venuta qui sfuggendo alla povertà del proprio paese. L’Apple Store di Regent Street, così affollato dalla minoranza ipervisibile della middle class bianca “creativa” era ben presidiato.

Ci si rimbocca le maniche per pulire le strade dai cocci e dalle carcasse di automobili: ancora di più ci si deve rimboccare le maniche per rifondare un tessuto sociale dalla base.  Ci vogliono decenni per una cosa del genere, e non ci sono soldi. Quando c’erano, si sono spesi male.

Continuiamo a sperare nella ripresa dei mercati. Cosa possiamo fare per ridare loro fiducia? Avrei un modesto suggerimento: privatizzare la società.