Making Plans for Nigel

Dopo David Cameron e Boris Johnson è ora il momento Nigel Farage. Il leader dell’Ukip (e suo co-fondatore vent’anni fa, con Alan Sked) è l’ultimo leader referendario ad aver dato le dimissioni – annunciate a sorpresa ieri – lasciando il terzo partito senza un leader ufficiale in una politica britannica in pieno disturbo post-traumatico da stress. I più entusiasti propugnatori del referendum sull’uscita del paese dall’Ue mollano sul più bello.

Continua a leggere “Making Plans for Nigel”

Bremain or fight

Ora che si sono chiuse le ostilità per le elezioni del sindaco della capitale, l’incombere del momento della verità, il prossimo 23 giugno, quando i cittadini britannici saranno chiamati a votare per il referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione europea o il suo abbandono, fa salire al calor bianco la temperatura del dibattito.

Continua a leggere “Bremain or fight”

L’ineleggibile

Un Jeremy Cor­byn si aggira per West­min­ster. È ancora lui, solo non è più lui. È rima­sto lo stesso: bona­rio e tra­san­dato, vestito uguale da trent’anni, uno che lo schermo non lo buca, lo mura; uno in bianco e nero.

Continua a leggere “L’ineleggibile”

Scene da un matrimonio gay

642712_Ireland-Gay-Marriage.JPEG4_

Non è la Cali­for­nia. È uno stato che ancora nel 1993 fu costretto a decri­mi­na­liz­zare l’omosessualità die­tro ingiun­zione della Corte euro­pea dei diritti dell’uomo: ma oggi la repub­blica d’Irlanda si riscatta dalla nomea di avam­po­sto dell’oscurantismo reli­gioso diven­tando il primo Paese al mondo a tenere un refe­ren­dum sull’estensione dei diritti del matri­mo­nio fra per­sone dello stesso sesso. Continua a leggere “Scene da un matrimonio gay”

Un regno disunito alle urne – Ed Milibrand

Men­tre l’immaginario da romanzo rosa dei media si sdi­lin­qui­sce nell’accogliere la nuova nata in casa Wind­sor, affac­cia­tasi alla vita pro­prio men­tre il regno di cui la sua fami­glia è tito­lare rischia di sfa­sciarsi, la nuova map­pa­tura di West­min­ster sarà decisa fra poche ore, con i lea­der delle forze poli­ti­che che con­cor­re­ranno nelle più incerte ele­zioni poli­ti­che dal secondo dopo­guerra a scor­raz­zare su e giù per il Paese (o sarebbe più cor­retto dire i Paesi) dell’Unione. Continua a leggere “Un regno disunito alle urne – Ed Milibrand”

La geremiade di Ed Miliband

1000Pur essendo l’avamposto euro­peo della società dello spet­ta­colo, la Gran Bre­ta­gna ha man­te­nuto un sor­pren­dente pudore quanto al docu­men­tare media­ti­ca­mente il fun­zio­na­mento del potere giu­di­zia­rio e di quello poli­tico. Nel senso che la tele­vi­sione fino a qual­che tempo fa non entrava nelle aule di tri­bu­nale (è stata ammessa nelle corti d’appello solo nel 2013) e che solo l’anno scorso sono stati intro­dotti i con­fronti elet­to­rali televisivi. Continua a leggere “La geremiade di Ed Miliband”

Tariq Ali sull’esito del referendum scozzese

Mia traduzione di un pezzo d Tariq Ali, sul manifesto di oggi. Ali è stato una delle forze motrici della Radical Independence Campaign.

Il risultato scozzese farà felici gli unionisti di ogni sorta, dagli orangisti ai tories, fino ai laburisti. Il Regno Unito è salvo. Hanno vinto di 400.000 voti. Non un grande trionfo: una vittoria tuttavia, e la sconfitta del movimento indipendentista. Attendo i dati definitivi su età, genere e classe prima di commentare questi aspetti, ma la storia non finisce qui. La loro vittoria è stata resa possibile da un Project Fear («Progetto Paura», ndr) che ha richiesto una campagna mediatica di feroce intensità che sarebbe piaciuta a Goebbels. Riporta alla memoria le recenti offensive in Sudamerica, ma lì avevamo vinto nonostante l’opposizione del 99% dei mezzi d’informazione. Anche qui i media hanno avuto il sostegno di una violenta campagna delle grandi aziende, banchieri in testa, e tutti i partiti mainstream.

Nonostante ciò, il voto per l’indipendenza era quasi al 45% e a Glasgow e Dundee ha ottenuto la maggioranza. Quanto la memoria sia corta di questi tempi lo dimostra l’elevazione di Gordon Brown a salvatore dell’Unione. Buona la sua performance a base di lacrime di coccodrillo per quell’Nhs che lui e Blair avevano già cominciato a privatizzare e indebolire con dubbie iniziative finanziarie private. Il ministro della Sanità del New Labour Alan Milburn ora lavora per l’industria farmaceutica, in un’azienda che aveva aiutato da ministro!

Che succederà ora? Cameron userà la vittoria per presentarsi come il salvatore dell’Unione e non del tutto a torto. Dopo tutto il Project Fear è stato lanciato a Downing Street con Nick Clegg ed Ed Moribund (Miliband, ndt) costretti a servire da paggi. Allo stesso tempo Cameron porterà avanti (con le misure della devo-max) una legge che squalificherà i deputati scozzesi dal votare su questioni inglesi. Questo manterrà i Tories uniti, lo Ukip felice e il Labour fregato. Niente più carne da cannone scozzese per i voti di Westminster sulla finanziaria!

In Scozia il Snp farà un intenso esame di coscienza. Come avranno fatto a perdere nelle loro roccaforti? Non si saranno impegnati abbastanza? Salmon (senza la «d», ndt) dovrebbe lasciare e subentrargli Sturgeon? Salmond ha dato le dimissioni. È stata una decisione onorevole e a novembre il Snp eleggerà un nuovo leader che con ogni probabilità sarà Nicola Sturgeon. Che dovrà fare un’autopsia rigorosa.

A sinistra la vivace e non settaria Radical Independence Campaign ha lottato bene. È importante conservare e rafforzare una corrente come questa nella politica scozzese per perorare la causa di una Scozia diversa, e questo significa tenere unito il movimento. La Scozia radicale non scomparirà, e qui il modello non dovrebbe essere alcuna regressione ai comprovati fallimenti della sinistra socialista ma più qualcosa di simile al Podemos spagnolo. Vi saranno tristezza e demoralizzazione ed è perfettamente comprensibile, ma non durerà a lungo.

La politica britannica sta peggiorando, non migliorando. La paura conduce alla passività e anche se in questo caso gli unionisti sono riusciti a portare alle urne i timorosi, potrebbero non riuscirci di nuovo. La speranza porta all’attività e questo è ciò che la campagna per l’indipendenza ha rappresentato. Vinceremo la prossima volta.

(il manifesto, 21-09-14)

(No: they could)

Dejected Yes vote campaigners make their way home

(Ovvero ciò che avrebbe potuto significare la vittoria del sì per il referendum sull’indipendenza scozzese)

In quella che potremmo definire la sinistra britannica «extralabour» il dibattito sull’indipendenza travalica i confini angusti della critica ortodossa al nazionalismo. Tale dibattito è riassumibile in questi termini: l’attuale coalizione, capitanata dalla premiata ditta Cameron & Osborne, che sta proseguendo imperterrita nello smantellamento di quel welfare state che dal secondo dopoguerra si era reso garante di una relativa pace sociale, non è che l’ultima di una serie di maggioranze che, nel centrodestra come nel centrosinistra, si avvicendano in tale smantellamento. Urgeva una via di fuga da un simile destino già scritto. L’indipendenza scozzese potrebbe esserlo. Poco importa che siano i nazionalisti a propagandarla.

Se ne sono resi conto in tanti nella sinistra britannica. Personaggi come come Billy Bragg, Tariq Ali e Irvine Welsh, artisti e intellettuali tutti riconducibili alla sinistra del Labour, hanno ripetutamente dichiarato il proprio sostegno per l’indipendenza, pur prendendo le distanze da un certo lezzo nazionalista ortodosso che si leva da alcune fila del fronte Snp. Significativa, a questo proposito, la posizione del singer-songwriter inglese Bragg. Dalle colonne del sito del Guardian, ha risposto alle accuse di tradimento della solidarietà internazionale della working class. Ha ammonito coloro che a sinistra – pur giustamente – aborrono qualunque forma di nazionalismo, invitandoli a non chiudersi nell’asfittica gabbia di un internazionalismo a tutti i costi. Ma soprattutto, ha confutato i paragoni strampalati fra il nazionalismo etnico dei fascisti del British National Party e quello civico del fronte scozzese del sì, che esprime una congerie di realtà politiche antagoniste che travalica il Snp. «Il nazionalismo etnico del Bnp è visibile a tutti: il piano per una società che esclude le persone su basi razziali. Il programma del Snp ha una posizione diametralmente opposta: è per una società inclusiva basata su dove ti trovi, non da dove vieni».

Nel motivare la propria adesione al sì, Neal Ascherson, giornalista scozzese allievo di Eric Hobsbawm, ha scritto sul quotidiano scozzese Herald: «La guerra in Iraq e Tony Blair mi hanno dimostrato che il Regno Unito non è più un paese indipendente; la campagna referendaria ha rivelato che molti scozzesi stavano rompendo la gabbia di impotenza e dirigendosi verso l’indipendenza che avrebbe portato alla grande scelta: che Scozia vogliamo?»

Da critico dell’establishment di lungo corso, Tariq Ali ha affidato i suoi commenti a un intervento sulla London Review of Books: «La Scozia è una nazione da lungo tempo» ha scritto in una editoriale collettivo, «Scopriremo presto se i suoi cittadini desiderano ora che la nazione diventi Stato. Spero di sì. Non solo aprirà nuove opportunità per il loro Paese, ma romperà lo Stato britannico atrofizzato e decadente e ne ridurrà l’efficacia come vassallo degli Stati Uniti. Questo spiega gli appelli di Obama e Hillary Clinton a votare no, un sentimento che Blair condivide appieno, ma che non osa ammettere nel timore di dare impeto alla campagna avversa». Per poi aggiungere: «La notevole crescita del movimento pro-indipendenza è il risultato dello smantellamento del welfare state da parte di Thatcher e dell’ammirazione che per esso hanno avuto Blair e Brown. Fino allora, gli scozzesi erano pronti a restare con il Labour nonostante la corruzione e ribalderia che caratterizzava la macchina del partito in Scozia. Ora non più».

Dal canto suo, lo scozzese Welsh ha scritto un appassionato intervento su Time: «Qualunque sarà il risultato, sarà quella minoranza turbolenta, litigiosa e compassionevole degli scozzesi a prevalere, e in modo del tutto straordinario. Con una percentuale d’iscritti al 97%, mai vista nel mondo occidentale, hanno mostrato che una potenza del G7, impelagata com’è in un modello di globalizzazione neoliberista, può subire una sfida, una rottura. E l’istituzione di una democrazia vibrante e non militarizzata»

(il manifesto, 19-09-14)