Woodstock 1969: Peace and Love and Money

Jimi Hendrix

Finalmente ci siamo riusciti! Stavolta ce l’abbiamo fatta, non riusciranno mai più a tenerci nascosti!». Così Richie Havens – salito sul palco alle cinque del pomeriggio del 15 agosto 1969 con ore di ritardo nella prima di tre giornate memorabili che cambiarono la cultura occidentale – si rivolse alla marea umana strafatta, felice, accorsa da tutto il paese che aveva davanti, prima di lanciarsi in un set febbrile ed esaltante. Attorno c’era l’equivalente della popolazione della seconda città dello stato di New York. Erano lì per lui e altri trenta artisti che si sarebbero esibiti alla Woodstock Music and Art Fair. Ma erano lì anche per scoprire una nuova dimensione di loro stessi.

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Brain One at seventy

Oggi Brian Eno compie settant’anni. È il postmodernismo in musica e non intende essere necessariamente un complimento. Ha sfornato dischi – altrui come produttore, propri come autore – incredibili, alcuni dei quali ascolto ininterrottamente da più di trent’anni. Il suo capolavoro è Another Green World, un disco di prodigiosa delicatezza e modernità.

Ha fatto anche tanti danni: certa – non tutta – sua musica “per ambienti” è intellettualmente sospetta, produrre  gruppi a metà fra lo stadio e la parrocchia come gli U2 e i Coldplay ha quasi del tutto compensato in negativo l’aver presieduto alla – geniale – metamorfosi berlinese elettronica del Bowie del periodo 77-81, il suo ritorno con David Byrne dopo uno dei dischi più importanti di sempre (My Life in the Bush of Ghosts) è stata una delusione per il qui assente, sono almeno quindici anni che non sforna nulla di dirompente. Eppure è – e resterà – figura chiave per comprendere la musica popolare dagli anni Settanta a oggi.

Lo celebriamo qui nel nostro piccolo con un’intervista fattagli ormai anni fa.

 

 

The world moves on a woman’s hips

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S’impone una riflessione rapsodica sulla musica. Sto per espiare i cinquanta, la vita si accorcia schifosamente, il tempo diventa sempre più prezioso, come sempre più imperdonabile buttarlo via ascoltando, leggendo, contemplando roba che non merita.

Non voglio assolutamente iniziare una polemica sulla qualità oggettiva di quello che di questi tempi è dato ascoltare, ma non posso fare a meno di dire che un brano come quello che segue, vecchio quasi di quarant’anni, che suona in maniera così assuefacente, inebriante, vorticosa, freneticamente attuale, beh non c’è. E se ci fosse siete pregati di notificarmelo immediatamente.

È tratto da un album che è superiore a tutte le possibili permutazioni della somma delle sue parti, comprese le carriere semisoliste – trascurabili in confronto – di Weymouth/Frantz/Byrne. Un disco che saccheggia l’afrofunk in modo geniale e che lo coniuga con la nevrosi metropolitana che solo New York incarna in modo altrettanto completo e autorevole. E che, oltre a essere il vertice produttivo assoluto di Brian Eno ospita, oltre allo stesso Belew, un Jon Hassel la cui tromba afro-extraterrestre ci soffia il suo gelido scirocco nelle orecchie, facendoci sentire esploratori interplanetari.

Poca roba riesce a scuotere la mia vecchia carcassa con altrettanta urgenza: non solo di muovermi, ma di dire, fare, ragionare. Perché contiene il fermento dell’essere vivi, quella meravigliosa sensazione brulicante, il formicolio della complessità. Come dice il testo, ti fa sentire di essere uno di quelli che il mondo riesce a toccarlo, e inevitabilmente fallisce quando poi tenta di trattenerlo. Icaro.

Di questo capolavoro scelgo la mia traccia preferita, con dentro uno dei più incredibili assoli – assoli, embè? – di chitarra di sempre, courtesy del sommo Adrian Belew, oltre che un testo che può tranquillamente essere letto come un appello a una sacrosanta – nonché disperatamente necessaria – supremazia della donna, forse l’unica creatura che può salvarci da noi stessi.

Un album del genere, se va bene, capita una volta ogni secolo. Ancora non è ricapitato. Ne ebbi sentore, vago e indistinto, quando lo ascoltai la prima volta al ginnasio.

Ora che l’ho appena riascoltato, trentacinque anni dopo, ne sono sicuro.

Grant Hart, 1962-2017

Greg Norton, Grant Hart e Bob Mould
Grant Hart – che un cancro si è appena portato via a 56 anni – è stato un batterista, chitarrista, cantante e artista figurativo negli imprescindibili Huskër Dü di Minneapolis, forse la band hard-core americana più dotata a livello di scrittura melodica. Con Bob Mould, e Greg Norton al basso, formarono una partnership di songwriting tra la più importanti del punk e sfornarono cinque album con foga forsennata: senza naturalmente fare una lira ma influenzando con la loro disperata passionalità romantica anche l’ondata di guitar-rock che sarebbe seguita di lì a poco a Seattle. Di questi, i due capolavori sono gli entrambi “doppi” come si diceva in vinilandia, Zen Arcade (1984) e l’ultimo prima dello scioglimento, Warehouse: Songs and Stories, (1987).

Un artista segnato da problemi di dipendenza e rovesci di fortuna costanti, che nemmeno quando formò i promettenti Nova Mob gli permisero di guadagnarsi la meritata visibilità. In memoriam.