Cronaca postuma di una catastrofe III

Proprio perché la vittoria di Brexit Johnson eccede qualsiasi metafora, andando casomai ad aggiungere anabolizzanti alla sua già dopata vanagloria, il premier è andato ieri nel Nordest ex-rosso a ringraziare per l’assegno in bianco che gli hanno firmato: una maggioranza di 80 seggi con la quale si appresta a cambiare il nome del paese in United Brexitdom.

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Cronaca postuma di una catastrofe I

«Ho fatto tutto quello che ho potuto per guidare il partito… da quando sono diventato leader gli iscritti sono più che raddoppiati e il Labour ha proposto un manifesto serio, radicale, sì, ma molto serio e completo di costi». È puerile aspettarsi che le lame in attesa di affettare la carne vegetariana di Jeremy Corbyn si accontentino di una simile autodifesa. Ha lasciato intendere che se ne andrà all’inizio dell’anno, ma le urla perché lo faccia “ieri” sono già assordanti.

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Urne d’inverno

Boris Johnson in campagna elettorale

Poche manciate di ore separano dalle politiche, si vota giovedì. Saranno le prime elezioni invernali da un bel pezzo con soli tre precedenti finora, il 1919, il 1918 e il 1923. Sono passate quasi sei settimane esatte dall’ultimo tappo parlamentare che ha imbottigliato il negoziato Brexit del premier Boris Johnson e il conseguente scioglimento – meglio definirla liquefazione – del parlamento, lo scorso 6 novembre. Ma l’insensatezza con cui ormai da anni si susseguono scadenze definite “storiche” ha messo la sordina alle fanfare per consegnare il paese a un eterno presente in cui si corre sul posto verso l’ologramma Brexit. Fin quando non ci si sbatterà violentemente contro per saggiarne, alfine, l’inaspettata durezza.

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Get Brexit Dumb

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Il Regno Unito si trova a poche settimane dal quinto appuntamento elettorale in un decennio (senza contare i due delle europee) e due referendum, quello scozzese e quello, famigerato, sulla British Exit. Dopo mille tentativi, Boris Johnson non è riuscito a farsi approvare dal parlamento l’accordo che dovrebbe sancire l’uscita dall’Ue.

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IL manifesto

Si vota il 12 dicembre, l’ennesima volta in cinque anni. No, Godot-Brexit non è arrivato, chissà se e quando lo sarà. Finora è stata una campagna elettorale moscia, floscia, in differita, al buio e al freddo. A iniettargli adrenalina è il programma elettorale del New “Old” Labour di Jeremy Corbyn, presentato ieri a Birmingham.

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Elezioni d’inverno

Jeremy Corbyn

Elezioni a dicembre: probabilmente il 12, giovedì, decretato da 430 voti a 20. Le opposizioni avrebbero preferito il 9 per dare al governo meno tempo prima dello scioglimento delle camere (per legge 25 giorni prima della data delle elezioni) così da ridurre i rischi che Boris Johnson cambi idea e provi di nuovo a rinfilare sotto la porta il suo deal di uscita, finora sconfitto. Non è ancora detto naturalmente, figuriamoci: se passa ai Comuni la convocazione alle urne poi deve essere discussa dai Lords entro la settimana. Ma la chance aumenta.

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Non vorrei ma posso

Ennesimo macigno nello stagno Brexit. Ieri il premier Johnson ha convocato un consiglio dei ministri a sorpresa, nel quale non ha dichiarato di voler delle elezioni anticipate, ma si è appellato ai parlamentari perché non votino a favore di un ulteriore posticipo della data di uscita (ora fissata al prossimo 31 ottobre) come hanno in animo di fare forse già da oggi. E difendendo fermamente la sua decisione di uscire lo stesso in quella data, costi quel che costi.

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