Bandiera rossa, tappeto rosso

sul sito dell’Espresso.

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L’eresiarca

Mai come nel caso del neoe­letto lea­der del Labour Party, Jeremy Cor­byn, si era inver­tita la pira­mide gerar­chica all’interno di un par­tito di oppo­si­zione, con la base che ha spet­ta­co­lar­mente scip­pato il timone alla diri­genza. E le con­se­guenze sono dirom­penti, sia per le riper­cus­sioni negli equi­li­bri interni al par­tito e nella pro­pa­ganda dei con­ser­va­tori – il cui con­gresso, tenu­tosi a Man­che­ster, si è appena con­cluso — che per via dell’ormai ben nota ere­sia cor­by­niana su due car­dini dello sta­tus quo politico-istituzionale del paese: gli arma­menti nucleari e la monar­chia.

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God Shave the Queen

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Jeremy Corbyn, l’internazionalista, ovviamente non riesce a cantare le impronunciabili strofe dell’inno nazionale, sorta di glorificazione musicale delle peggiori porcherie compiute da un popolo nel nome della propria presunta superiorità (vale per i britannici ma anche per qualsiasi altro inno nazionale europeo). E la stampa, moderata e non, gli è naturalmente saltata quasi tutta addosso.

C’è un particolare piacere nell’assistere a queste piazzate isteriche. È la prima volta che, finito quasi per sbaglio in posti chiave, improvvisamente qualcuno usa un linguaggio del tutto alieno, proveniente da una galassia lontana milioni di anni luce dalle ridicole e decrepite parrucche dell’establishment. Uno che non dice – e non canta – le solite cazzate. Che anche duri poco, ne valeva urgentemente la pena.