
Una conversazione con Matteo Miavaldi di Esterno Notte sul naufragio di Keir Starmer.

Una conversazione con Matteo Miavaldi di Esterno Notte sul naufragio di Keir Starmer.
Bello affacciarsi anche solo digitalmente dal lockdown per chiacchierare con Angelo Boccato e Alessandro Mariscalco nel loro Post Brexit News Explosion, un podcast e canale youtube dedicato alle notizie dal Regno Unito. Qui le interviste precedenti, all worth a watch.

Ieri era il giorno uno dell’anno zero della Gran Bretagna “post”-Brexit. Il momento, ugualmente agognato e temuto da quattro anni, che ha richiesto tre primi ministri, due tornate elettorali, infinite negoziazioni, è alfine venuto venerdì sera alla mezzanotte, ora di Bruxelles.
Donald Sassoon è professore emerito di storia europea comparata al Queen Mary College, University of London. Il suo ultimo libro è Sintomi Morbosi, edito da Garzanti.
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Tradizione vuole che dopo molti anni di rapporti travagliati nella band, il cantante/chitarrista – sovente l’ego più grosso – lasci per iniziare un’ambiziosa carriera solista. È quello che è successo ieri sera a mezzanotte, ora di Bruxelles: come John Frusciante dai Red Hot Chili Peppers, la Gran Bretagna è uscita dall’Unione Europea. Dopo quarantasette anni di dischi e tour assieme è la cerimonia degli addii.

Dopo quattro anni d’indicibile travaglio – e con l’accordo di uscita targato Boris Johnson approvato da Westminster, ratificato dalla monarca e controfirmato da Bruxelles – ecco improvvisamente scoccare l’ora Brexit.

L’elogio della follia tessuto nella Gran Bretagna dell’era Brexit fa la sua prima illustre vittima. Il progetto omonimo, l’ormai leggendario programma d’interscambio accademico che continua a formare generazioni di studenti europei offrendo loro un’indispensabile esperienza di studio e ricerca in un Paese altro da quello di provenienza, scompare dall’orizzonte degli studenti britannici.

Il risveglio è peggio dell’incubo. L’accordo di uscita targato Boris Johnson che finalmente anima il golem Brexit è stato votato ieri pomeriggio dal parlamento britannico con una maggioranza massiccia e definitiva di 124 voti (358 a 234). Da un parlamento tutto nuovo, epurato di remainer multipartisan sostituiti da un’armata di neodeputati conservatori che, espugnando le roccaforti ex rosse del nord, ha riscritto la storia sociale del paese.
Proprio perché la vittoria di Brexit Johnson eccede qualsiasi metafora, andando casomai ad aggiungere anabolizzanti alla sua già dopata vanagloria, il premier è andato ieri nel Nordest ex-rosso a ringraziare per l’assegno in bianco che gli hanno firmato: una maggioranza di 80 seggi con la quale si appresta a cambiare il nome del paese in United Brexitdom.

Queste sono state elezioni politiche solo sulla carta. In realtà erano il secondo referendum, tanto invocato dalle élite liberal cosmo-metropolitane. Che è stato perduto come e peggio del primo, riaffermando la volontà del leave nel modo più netto possibile.