The People United Will Never Be Defeated!

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Se non ci fosse Bbc Radio 3. Stamattina ho sentito la musica di Frederic Rzewsky, già ascoltato nel 2004 al festival di Ravello, che mi ha evocato quanto segue.

La musica americana contemporanea contiene cose pregevolissime, ben oltre il cappelletto da baseball di Steve Reich – ossessivo esploratore della rinuncia a qualsiasi narrazione e assorto in un gelido scomparire nelle tortuosità del proprio sfintere di compositore col cappelletto da baseball – e le ben note trovate a effetto di Philip Glass. Continua a leggere “The People United Will Never Be Defeated!”

2014, gli arrabbiati tornano: Area live in London

Italy’s worst kept avant-jazz-prog secret tornano a Londra per una data al 100 club. E la sera precedente, 10 aprile, saranno al Pullens Centre, tra Kennington e Elephant & Castle.  Se per ragionevolissime questioni anagrafiche non sapeste chi fosse Demetrio Stratos, beh, è legittimo affermare che senza di lui non sarebbe esistito uno come Mike Patton.

Si profilano interessanti chiacchiere, cercate di intervenire in parecchi. E fatecelo sapere all’indirizzo del flyer. Ingresso a sottoscrizione.

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Anche il futuro, prima o poi, finisce in un museo

È da stamattina alle sette e mezza che provo, ma il sito è bloccato, e le linee telefoniche pure. Scelgo l’inarrivabile Trans Europe Express: lo sentii dalla filodiffusione in cucina dai miei nel 1977 e ne rimasi emotivamente agghiacciato. La versione originale in tedesco è assolutamente da isola deserta (per sentirsi ancora più soli).

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L’importante è vincere la guerra

Posso davvero scrivere del fatto che i Battles in concerto mi hanno sonoramente deluso mentre in Egitto si è riattizzato un sanguinoso incendio, Bangkok è sommersa dall’acqua, la Siria è a un passo dalla deflagrazione, la democrazia in Europa è più bloccata che ai tempi della Scuola di Francoforte, tutto il sistema economico nel quale siamo nati e cresciuti trema dalle fondamenta, le calotte polari si sciolgono per il calore del debito, a Londra si sta in felpa a fine novembre, Monti ha rispolverato sobrie auto italiane a differenza delle Audi da pusher del governo precedente, in Uk il governo della Big [Mac] Society ha venduto a Richard Branson la Northern Rock (la banca che ha ripercosso nel paese il crollo dei subprime proveniente dagli Usa) facendo pagare la differenza ai contribuenti, ma soprattutto i mercati non aspettano? Forse.

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Live is Life

Ancora sotto la botta dei Laibach, ieri. Naturalmente, la questione rimane una, imprescindibile: se il loro metodo, lungi dall’essere preso sul serio,  viene applicato ai tre quarti della cultura popolare contemporanea, il rischio è che essa mostri un nemmeno troppo nascosto volto fascista, il suo vero volto, quello che siamo stati programmati a non vedere. La loro disinvoltura nel manipolare il totalitarismo e giocare con la nostra fin troppo morbida acquiescenza a subirne il fascino è sfacciata e terribile.

Mi sono piaciuti ieri sera, lo ammetto con una certa riluttanza. La loro è pura pornografia musicale e iconografica (le uniformi, i simboli pseudo celtico runici) che ti aggancia col suo misto di disgusto e bieco appagamento di bassi sensi. Ma i Laibach non li puoi liquidare con un netto, anche se apparentemente, salvifico, rifiuto: come ho sempre fatto io trincerandomi dietro un “no” ideologico. Il loro è un discorso più raffinato dell’apparente, brutale idolatria della forza e della milizia. È terribile vedere come giocano con l’estetica pop dimostrandone la funzione uguale e contraria a quelle totalitarie del passato e del presente. Le loro cover di pezzi eurotrash rifatte in chiave wagneriana sono irresistibilmente comici, ma anche sinistramente esaltanti: la forma di straniamento musicale più potente che abbia mai sentito. Il loro decostruire e ricostruire assai più raffinato di quanto sembri:

Ma il trattamento non risparmia nemmeno i classiconi della tradizione, anche se il risultato è meno irresistibile:

Mi sono chiesto immediatamente cosa ne potesse pensare uno come Slavoj Žižek: non ci ho messo molto a trovare questo clip di un quindicennio fa, in cui il filosofo sloveno (come loro) applica il tipico capovolgimento dialettico-paradossale, che è il nerbo del suo metodo, all’estetica della band di Lubljana, pardon, Laibach:

In pratica la questione è: siamo davvero convinti che la sedicente non-ideologia del mercato, che avrebbe, ci vogliono convincere, sconfitto definitivamente le ideologie totalitarie, non sia essa stessa un’ideologia totalitaria mascherata da democrazia liberale, in cui tutti sono liberi di fare quel che vogliono purché producano, consumino e ottemperino così alla propria funzione nella società di mercato? Siamo sicuri che le adunate calcistiche e le arene rock siano così lontane da quelle di Leni Riefenstahl? Perché vedere dei tizi grandi e grossi in uniforme che urlano su ritmi robotici e opprimenti suona così familiare?

Non sono in grado di dare alcuna risposta esauriente alle domande di cui sopra. Ma una cosa credo di averla capita: quello che i Laibach dimostrano essenzialmente è che la storia non è finita, che l’Occidente crede di aver sanato le sue oscenità, seppellendole sotto fiumi di frappuccino fair trade. Non è vero. Dobbiamo ancora fare i conti con il Novecento, e con i fiumi di sangue che scorrono carsici, nemeno troppo, sotto i nostri piedi.

Mute anniversary @ Roundhouse (day two, a post in real time)

ERASURE

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More to follow (Andy Bell is a camp idol, Vince Clarke a synth god)

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SCUM, l’ultima giovane scommessa di Daniel Miller, un piccolo salto di epoca e di clima.

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LAIBACH

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Il cuore nero dell’Europa. Il ritorno di atmosfere della seconda guerra mondiale frantuma il sogno pop. Perfetta colonna sonora ustascia. Il fascino perverso della militarizzazione. I Death in June in confronto sono i 99 Posse. Sull’attrazione dell’estetica fascista per la cultura pop Susan Sontag ha scritto pagine interessanti. Ma questa non è roba anglosassone.

MARTIN GORE DJ SET

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Un set teso e dritto, in my humble opinion più interessante di quello di R. Hawtin di ieri sera. Gore è un’anima fragile, in bilico fra la disumanità della macchina e un timido lirismo. Ed è la forza del songwriting dei Depeche Mode. Riesce a rendere musicale anche un Dj set. Semplicemente esaltante vedere uno di questa statura usare la tecnologia. Conclude il set, epico suonandoci sopra. Ah, quei synth, ah quei suoni. Sembra Harmonia. Deutschland.

NOTA CONCLUSIVA

Senza i Kraftwerk, il gruppo più influente della storia dopo i Beatles, tutto questo – e molto altro ancora – non sarebbe mai accaduto.

Ps: sorry per le fotacce telefoniche.

Immagini di un concerto non visto: Swans @ Koko

Swans live at Koko, London 28/10/10 © Antonio Pagano

Cominciare una nuova fase parlando di qualcosa che non si è visto, da una parte può sembrare di cattivo auspicio, dall’altra un conformarsi a un diffuso malcostume giornalistico, ma tant’è. No, non sono riuscito ad andare al ritorno live degli Swans giovedì scorso al Koko, sebbene fosse tra le mie priorità, soprattutto perché ero presente all’ultimo prima della reunion, all’Astoria (o Astoria 2?) nel 1997.

Sebbene sia ancora in rehab per la delusione, volevo condividere con voi qualche scatto dell’amico Antonio, che c’era: tutte foto dell’almighty Michael Gira. Se qualcun’altro che passa da queste parti c’era, per favore ci faccia sapere com’è stato. Ho la sensazione che sia stato come il Tuono: la band, come si sa, sta portando in giro l’ultimo, stupendamente unsettling, My Father Will Guide Me Up a Rope to the Sky.

Michael Gira
Swans live at koko, London 28/10/10 © Antonio Pagano
Swans live at Koko, London 28/10/10 © Antonio Pagano
Swans live at Koko, London 28/10/10 © Antonio Pagano