Schadenfreude

Di primo acchito, e per chi avesse la rara  fortuna di aver sviluppato dei muscolosi anticorpi contro il pensiero mercato unico, la Schadenfreude, tedesco per “gioia o soddisfazione per le disgrazie altrui,” sembrerebbe un’emozione repellente: la manifestazione di una bieca miseria morale social-darwinista da cui stare lontani il più possibile, il carburante di una società schiava della propria libertà di consumare e che ha fatto dell’esportazione spesso violenta di questa libera schiavitù la propria ragione storica, la sentenza di fallimento per qualsiasi progetto new-age spiritualista aromaterapeutico, la suprema negazione di precetti evangelici, quando non l’ingrediente principale di prontuari di self-help da comprare in climatizzati autogrill assieme ai manuali di Volo.

(continua)

Gli spaventosi pagliacci

Usa e Uk sono stati di recente attraversati da un fenomeno socioculturale che sembra prefigurare la condizione di paura endemica in  cui versa l’Occidente liberal-democratico.

Voltarsi indietro

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L’orologio del divorzio, la messa in atto dell’articolo 50 che regola l’uscita dall’Ue, ha già cominciato a ticchettare furiosamente. Quasi in malo modo, i ministri degli esteri di tutto il continente hanno intimato all’«untore» di andarsene in tutta fretta prima di contagiare il resto dell’Unione, in una mossa brusca temperata soltanto dall’invito di Angela Merkel a non precipitare i toni e a non assumere atteggiamenti duri o punitivi nei confronti di questa separazione poco consensuale.

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Lo sforzo del risveglio

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The Farce Awakens. È riuscito Guerre Stellari.

Riuscito in tutti i sensi. I critici sono tutti d’accordo: è un capolavoro, ci sono tutti i pupazzi pelosi dall’espressione profonda di un tempo, più ghiottissime nuove entrate. Dopo quattro prequel e sei sequel, ecco finalmente il tel quel: un film Disney che esce allegato in omaggio ai suoi gadget, fatto per i bonari cinquantenni stanchi della crisi, che rimpiangono gli anni Ottanta, quando tutto sembrava così promettente e c’erano “gli Spandàu.” Un film veramente autarchico, fatto direttamente dal suo fan club per il suo fan club.

La mia generazione, come qualunque altra, si divide infatti in gruppi divisi da incrollabili fedeltà: quelli che adorano Guerre Stellari e quelli che adorano Star Trek, un’altra delle pseudo-diadi della cultura di massa come papato e impero, monarchia e repubblica, Bach e Händel, Chopin e Liszt, Croce e Gentile, comunismo e fascismo, Coca e Pepsi, i Beatles e gli Stones, e – da subito prima e dopo la caduta del muretto -, “gli Spandàu” e i Duran Duran, Rihanna e Beyoncé, Mercedes Benz e Bmw, Bill Gates e Steve Jobs, Berlusconi e Renzi, e potrei naturalmente continuare (solo una è autentica, chi indovina qual’è vince una forcina originale della crocchia della principessa Leia).

Sul dilemma identitario da società affluente innescato da queste due pellicole sono stati scritti fiumi d’autorevole inchiostro e non oso certo aggiungere altro. Ma non posso esimermi dal richiamare alla mente un’importante opera. Tra i grandi picchi della cinematografia di sempre si distingue Balle Spaziali di Mel Brooks, che noi apprendisti intellettualoidi di sinistra snob vedevamo sdraiati su un tappeto di canapa, spaccandoci dalle risate all’immortale sequenza iniziale dell’astronave che non finisce mai.

Guerre Stellari è in realtà un film in costume, un museo del futuro. Niente invecchia come la fantascienza, tutto cambia tranne il futuro, mentre siamo già in attesa del prossimo ancora quel.

Chi aspettava con ansia il ritorno di questo zombi andrebbe murato vivo dentro l’Azzurro Scipioni senza popcorn e smartphone, davanti a uno schermo che eroga spietatamente tutta la filmografia di Haneke non doppiata.