Ray Man

buckets of charisma... ManzarekRay Manzarek is no more. L’ho incontrato nel 2006 nel modaiolo Sanderson Hotel, in occasione della trimilionesima riedizione dei Doors, credo per Rockstar, e sono appena riuscito a ripescare il file. Lo ripropongo qui. Era rimasto fedele al dogma controculturale del ’68, nonostante il suo plateale fallimento, con coraggio determinazione e grande, indubitabile carisma. Non ho mai subito il fascino dei Doors, una band schiacciata sotto il proprio mito. Di loro, più che la poesia di Morrison, mi è caro il suono del Fender Rhodes di Ray Manzarek.

Ray Manzarek, classe 1939, entra nella stanza scortato dalla moglie e dal manager. Che restano per tutta la durata dell’intervista, con mio disappunto. Il senso è chiaro: niente domande sulla ferita con Densmore, che si è evidentemente riaperta, né sul nuovo cantante con cui i Riders on the Storm intendono continuare. Qui si parla dei Doors e dei Doors solamente. Iniziamo a braccio, so che l’uomo è un affabile parlatore e si conferma tale. È in forma smagliante, l’età sembra al netto degli stravizi, che pur ci sono stati. Lo spirito è vigile, la voce ferma, la presenza imponente. E, per una volta, le iperboli appropriate: seduto davanti a me c’è una leggenda. Ancora profondamente radicata nel credo della giovinezza, con cui dispensa lezioni di fantasia e ottimismo.

Mr Manzarek, sono onorato di conoscerti e felice di trovarti in grande forma… 

«Sono vivo e contento di esserlo, anche se non sappiamo veramente cosa significhi essere morti: magari non è così male… Tutto va bene, ottimamente direi. È il quarantennale dei Doors e stanno succedendo tante cose, stiamo ricevendo premi negli Stati Uniti, la stella nell’Hollywood Boulevard e il Lifetime Achievement, i Grammy… Insomma siamo molto felici e soddisfatti.

Come spieghi la straordinaria attualità di una band nata quarant’anni fa? L’avresti mai immaginato allora?

Preoccuparsi di quella che sarà la propria eredità è una cosa da uomini politici, gente come George Bush, che passerà alla storia come il peggior presidente che gli USA abbiano mai avuto. Quando fai musica non pensi all’eredità che lasci, ma all’eterno presente in cui stai creando. Non c’è futuro, non c’è passato, c’è solo quel momento in cui il ritmo della batteria misura il pulsare del tempo, sostiene la canzone, esattamente come il battito del cuore, che ti tiene vivo. Cercavamo di fare esattamente questo, di immergerci nel qui ed ora: “il momento presente”, appunto, come lo chiama lo Zen. Il fatto che quarant’anni dopo io mi ritrovi qui, a Londra, a parlare ancora una volta dei Doors, è la prova ultima della passione dei fan, di tutti quelli che trovano ancora qualcosa nella musica, in Jim Morrison. Soprattutto, un senso di libertà: è questo che i Doors rappresentano, specialmente per chi li ha appena scoperti, gli adolescenti. Libertà di andare oltre, di innalzarsi al di sopra, di trascendere: l’istruzione, l’ideologia, la religione.

I Doors sono la madre delle band contro-culturali: nessuno aveva espresso la stessa ribellione in musica e parole prima di loro. È qualcosa in cui vale ancora la pena di credere?

«Basta guardarsi intorno, specialmente in America, per risponderti: certo che si! Mio dio, non siamo mai stati più nella merda di così. Peggio che negli anni Cinquanta (e io lo posso dire perché c’ero): negli anni di Eisenhower c’erano i beatnicks, c’era il teatro dell’assurdo e l’influenza del cinema straniero. Questa prima parte del Ventunesimo secolo è completamente priva di un disegno, di scopi, di grandi obiettivi. Nei Sessanta, l’uso della psichedelia, l’LSD e l’”aprire le porte della percezione” caratterizzarono lo sviluppo di un’intera generazione. Noi ci ponemmo degli obiettivi che non siamo riusciti a raggiungere: cambiare il mondo, impedire che diventasse una potenza fascista, trasformarlo in un luogo di pace e di amore, dove seguire gli insegnamenti del Messia cristiano, quel Gesù Cristo che disse: “ama il tuo prossimo come te stesso, fate l’amore e non la guerra”: Gesù era l’unico, davvero grande, hippie».

Le esperienze lisergiche, le filosofie orientali, la spiritualità: tutte cose che oggi sono ampiamente commercializzate e quasi mainstream

Gli anni Sessanta furono la prima esplosione di un’altra New Age, non quella dell’aroma-terapia e dei Body Shop: una nuova era, che si sta lentamente evolvendo. Assistiamo all’ultimo sussulto dei moribondi popoli del libro. Ci sono tre grandi religioni occidentali che si basano sul libro: Giudaismo, Cristianesimo e Islam. La verità rivelata verrà un giorno messa da parte, il libro verrà messo su uno scaffale e nel futuro lo leggeremo come una mitologia, come i libri sulla religione dell’antica Grecia, di Roma o dell’antico Egitto. Cominceremo ad ascoltare il nostro cuore. La gente è scettica, naturalmente. Mi dicono: “Ray, andiamo, è così new age!”. Ma quale altra scelta ci rimane? L’alternativa è morte e distruzione o un caos travestito da ordine, come nel caso del nazismo di Hitler, che sta ora influenzando tutte le religioni… Seguire i dettami del cuore rigenererà il pianeta. Finalmente in America un movimento ecologico sta svegliandosi: piantare un albero, ripulire le acque, smettere di usare pesticidi artificiali, curare il pianeta, curare la madre terra, curare il Paese, curare lo stato.

Ma la musica? Può cambiare ancora il mondo? Molti di voi che ci credevano hanno finito per passare dall’altra parte…

Molti negli anni Sessanta hanno ceduto alla lusinga del denaro. Ma non c’è nulla di male nel fare soldi con lo spirito giusto: non sono le corporations il problema, ma chi le dirige. Sarebbe molto meglio se fossero guidate da sconvolti! La musica è effimera e incorporea, è un sentimento, un pensiero. Ma può ispirare la gente attraverso l’esperienza del caos e della catarsi. È descritto in “The End”, nell’esperienza di Edipo (la famosa interpretazione di Morrison il 21 agosto 1966 al Whisky a go-go: “padre voglio ucciderti, madre voglio scoparti”, che scatenò il finimondo): la musica aiuta la nascita di un nuovo io.

E Jim? Se fosse vivo oggi, che farebbe?

Avrebbe smesso di bere, lo avrei convinto a fare un po’ di sport: correre, ginnastica, bicicletta. Poi avremmo di certo continuato a fare musica, cinema e probabilmente ci saremmo dati alla politica. Ho sempre sperato che il paese fosse guidato da un’artista. Gli USA hanno avuto un presidente attore, ma era quello sbagliato, e ora la California è governata da un ex-culturista austriaco… Jim aveva l’intelletto e le qualità: era un bianco anglosassone cristiano, ma con una profonda comprensione della cultura indiana d’America e la capacità di vedere la società come una tribù: sarebbe stato un ottimo Presidente.

Qual è il futuro dei Doors?

Te l’ho detto all’inizio: vivere nel presente…

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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