Comunicare da morire

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Da automobilista che ogni tanto si lancia in viaggi molto lunghi pur di ascoltare in santa pace la musica che ama, la storia della sventurata automobilista che ha mandato quel selfie di troppo su Facebook mi ha scosso. A parte la questione di social media, telefonia mobile e sicurezza stradale, mancanza d’attenzione a rischio della vita, presenza mentale vanificata dai nostri bramati ordigni, colpisce il contenuto del selfie: un’espressione di felicità costata quanto ci è dato di più caro avere.

La modernità aveva già messo in crisi la sensatezza e la sacralità della morte: perdere la vita in un incidente stradale per un capriccio del caso, o una fatale disattenzione, è qualcosa cui non è possibile dare significato, al di là del riconoscimento della tragedia.

Una persona muore perché non è sufficientemente assorbita da una funzione – la guida – che pur mantenendo un’altissima percentuale di rischio è data talmente per scontata da non riuscire più a esigere l’attenzione necessaria. Fin qui, niente di nuovo.

Solo che l’incapacità di prestare attenzione è ora motivata dal bisogno di comunicare istantaneamente che si è felici per una canzoncina pop che s’intitola “happy.” Proprio mentre lo si fa, il buio, fine delle trasmissioni, della felicità, qualunque cosa essa fosse.

Proprio quel che la felicità sub specie contemporanea dà – la vita – il bisogno di comunicare tale felicità toglie. Si muore perché non si è capaci di assaporare in pace la propria felicità, si deve immediatamente comunicare il proprio stato, proprio in quell’istante, nel terrore che svanisca.

È evidente che per molti la mancata narrazione in diretta del proprio misero contingente quotidiano equivale a non esistere. E che sono disposti a morire pur di evitare quest’inesistenza.

E se l’automobilista non avesse mandato quel selfie? Forse si sarebbe resa conto di non essere affatto felice ma sarebbe sopravvissuta. E poi, siamo proprio sicuri che sia morta felice per una canzone di Pharrell Williams? Si è trattato di reale condivisione o del solito narcisismo digitale?

Dentro c’è tutto il grottesco spettacolare della social society.

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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