La vita è un lungo scaffale della British Library

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È uno dei pochi luoghi che resiste all’assedio della cacofonia urbana di Londra e offre un servizio pubblico dal valore incalcolabile. La venerabile British Library è una delle istituzioni di riferimento del sapere occidentale e globale, dalla Magna Carta ai testi autografi dei Beatles.
È custodita in un edificio modernista red-brick violentemente criticato per le impossibili lungaggini nella realizzazione e nell’incontrollabile levitare dei costi, tanto da minare la reputazione del suo creatore, l’architetto Colin St John Wilson. Ma per quanto l’eccellenza estetica del progetto sia opinabile, la sua funzione ultima – provvedere un facile e rapido accesso a un immane patrimonio di conoscenze, circa 170 milioni di pezzi fra libri, riviste, quotidiani, rotocalchi, registrazioni audio, brevetti, database, mappe, filatelia, stampe, disegni e manoscritti, parte dei quali stipata su oltre seicento chilometri di scaffalature – la svolge egregiamente.

La zona in cui sorge è uno dei più centrali ex-slum londinesi: l’interminabile cantiere fu il primo grande passo della riqualifica di King’s Cross, zona della stazione fino a vent’anni fa crocevia di spaccio di eroina e ora nuovo cuore pulsante della Londra ultra-terziarizzata, con il terminal dell’Eurostar nell’attigua stazione di St Pancras, a sua volta rinnovata completamente di recente. Il piazzale antistante, che St John Wilson ambiva diventasse una piazza vera e propria, capace di attrarre il flusso di viaggiatori ferroviari provenienti da St. Pancras, è forse il più vistoso tallone d’Achille del progetto. Né i differenti livelli della pavimentazione, né la grande statua di Newton di Eduardo Paolozzi, riescono ad invitare al piacere di uno spazio pubblicamente condiviso. Di viaggiatori, nemmeno l’ombra. Ma in una rara giornata di sole è sempre piacevole recarvisi per sfuggire all’abbraccio a temperatura controllata (21°C permanenti in inverno ed estate, umidità al 50%, libri conservati a 17°C) di tutto il complesso.

La mole infinita di libri rende impossibile la consultazione diretta da parte degli utenti, salvo che per le referenze bibliografiche. Un impressionante sistema di trasporto su nastro meccanico garantisce il dispaccio dei testi richiesti attraverso i terminal di consultazione del catalogo online. Fiore all’occhiello della biblioteca sono le sale di lettura, Humanities I e II, situate ai rispettivi piani. Una volta depositati i propri effetti personali (non sono consentite borse che non siano quelle trasparenti della biblioteca e il personale vigila con zelo a volte eccessivo affinché non siano introdotte penne di qualunque tipo il cui inchiostro possa imbrattare i testi; uniche ammesse, le matite) e dopo aver mostrato il proprio reader’s pass all’ingresso, ci si ritrova in degli ambienti vasti, dove il silenzio è appena rotto dall’impercettibile sfrigolio delle meningi di centinaia di lettori. I lignei banchi di lettura sono straordinariamente comodi e solidi. Tutto l’edificio è collegato alla rete senza fili. Quando i testi sono disponibili, s’illumina il display del rispettivo numero di scrivania: ci si può recare al banco principale per ritirare i testi prenotati. Questi possono essere mantenuti in lettura relativamente a lungo, basta specificarlo una volta che li si restituisce a fine giornata, alle otto della sera nei giorni feriali. Vi sono infiniti pretesti per fare una sosta: sono varie le mostre allestite nell’edificio, e volendo si può continuare il proprio lavoro anche nelle caffetterie, dal cui cibo – come in tutte le mense in terra britannica – è auspicabile tenersi lontani. La cosa eccezionale è che un simile, formidabile apparato di ausilio della conoscenza sia perfettamente gratuito e che non si debba essere un accademico dei Lincei per avervi accesso. Da qualche anno a questa parte, l’estensione dell’ingresso agli studenti delle superiori, che si accampano ovunque con i loro laptop e le loro invisibili, intricatissime reti di comunicazione virtuale, ha fatto tuttavia storcere un po’ di accademici nasi.

Nessuno s’illudeva che spostare la British Library dalla leggendaria sede del British Museum a Bloomsbury, nella cui sala di lettura sono state scritte e ricercate infinite opere – non da ultimo, com’è noto, Il Capitale di Marx – fosse cosa facile. Per molti anni le varie collezioni sono state sparse in vari altri edifici dentro e fuori Londra: al British Museum appunto, ma anche a Chancery Lane, a Bayswater, a Holborn e con un’emeroteca nel quartiere a Nord-Est di Colindale. La realizzazione dell’opera, commissionata nel 1962 e compiuta solo nel 1997 dopo una serie infinita di ritardi e disavventure, è in stridente contrasto con l’aura di specchiato efficientismo che di solito ammanta le opere pubbliche nordeuropee a occhi mediterranei: tanto che St John Wilson (1922-2007) aveva preso a chiamarla “la mia guerra dei trent’anni.” È vero, c’è voluto più che a costruire la cattedrale di St. Paul: ma una delle specifiche della commessa era che l’edificio durasse come minimo un paio di secoli. Anche qui di cattedrale si tratta, una cattedrale laica: il più vasto edificio pubblico costruito nel Regno Unito nel XX Secolo. Quanto allo sprezzante giudizio dell’erede al trono Charles, che la definì “la sala delle adunate di un’accademia di polizia,” è di per sé sufficiente a incoraggiare la riabilitazione architettonica di simili accademie.

(il manifesto, 04/06/14)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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