Corbyn la gazzella

Nella savana di West­min­ster, ogni giorno Jeremy Cor­byn si sve­glia e comin­cia a cor­rere per affron­tare il suo «momento della verità» quo­ti­diano. Quello cioè in cui, da vero eroe, par­te­ci­pando a una delle infi­nite ceri­mo­nie uffi­ciali dov’è pre­vi­sta la pre­senza del lea­der dell’opposizione di sua Mae­stà, deve pie­garsi a una ritua­lità la cui abo­li­zione, riforma o supe­ra­mento erano tra le cause del suo ingresso in poli­tica. Tale è il para­dosso poli­tico della sto­ria pre­sente del Labour party.

Ma Cor­byn non va a que­ste cose, ci capita: con la cra­vatta rossa e la cami­cia fret­to­lo­sa­mente abbot­to­nata male un attimo prima, non sapendo esat­ta­mente dove andare o cosa fare, con­trol­lando i mes­saggi al tele­fono, come se fosse un pub­blico osser­va­tore e non sapesse di avere milioni di occhi, digi­tali e non, addosso.

Il risul­tato? Deci­sa­mente con­for­tante. Invece del sacri­fi­cio umano-mediatico paven­tato dai cen­tri­sti blai­riani e auspi­cato dai Tories sghi­gnaz­zanti, quella nota sto­nata nel con­certo del potere ha un effetto demi­sti­fi­ca­to­rio enorme: è un disin­ne­sco effi­cace dei dispo­si­tivi litur­gici di una gerar­chia san­cita in un mondo che non è que­sto mondo, che sca­rica a terra tutta l’elettricità del ceri­mo­niale in pompa magna e ne neu­tra­lizza la patina mitologica.

È suc­cesso que­sto al primo, vero momento della verità (o della fal­sità?), al quale lo aspet­ta­vano tutti con con­sueta impa­zienza: «capi­tato» nel con­sesso di digni­tari tra cui il Primo mini­stro Came­ron, il mini­stro della difesa Fal­lon e fior di gene­rali, alla messa in suf­fra­gio degli eroici avieri della bat­ta­glia d’Inghilterra nella cat­te­drale di St. Paul, al momento topico in cui tutti into­nano l’inno con ogni vibrante fibra del pro­prio patriot­tico essere Cor­byn è rima­sto – logi­ca­mente — muto.

Cos’altro poteva fare un ateo repub­bli­cano inter­na­zio­na­li­sta a cui tocca improv­vi­sa­mente di can­tare cose come «Dio salvi la nostra gra­ziosa regina» o «I ribelli scoz­zesi da schiac­ciare» se non tacere, aspet­tando stoi­ca­mente che tutti gli sal­tas­sero alla giu­gu­lare? L’unico errore è stato forse l’annuncio del suo team che in futuro, ebbene, lo farà: can­terà quella bella fila­strocca, così saranno tutti contenti. Non male per un inge­nuo sogna­tore idea­li­sta. Ma il secondo, più impor­tante momento della fal­sità è acca­duto ieri alle dodici in punto alla Camera bassa.

Prime Minister’s que­stions, anche noto come Que­stion time, è uno degli appun­ta­menti costi­tu­zio­nali più spet­ta­co­lari del par­la­men­ta­ri­smo inglese. Ogni mer­co­ledì, a mez­zo­giorno, nella Camera dei Comuni, il Primo mini­stro è tenuto a rispon­dere alle domande dei col­le­ghi depu­tati della sua mag­gio­ranza come dell’opposizione, ma soprat­tutto a quelle del lea­der del par­tito avversario. Un coreo­gra­fato botta e rispo­sta su que­stioni del momento che spesso fini­sce in gaz­zarra (pur facendo tene­rezza rispetto alle rego­lari risse di altre pre­giate demo­cra­zie liberali).

Ed è anche il momento in cui la ten­zone reto­rica fra i due con­ten­denti deve rag­giun­gere il mas­simo effetto, così da coin­vol­gere tutta l’aula e asse­gnando, in mezzo a un gran vociare e agli sghi­gnazzi, ora a uno ora all’altro l’alloro della vit­to­ria. Si tratta di uno degli appun­ta­menti più sim­bo­lici e tra­di­zio­nali (risale alla fine dell’Ottocento) della vita par­la­men­tare nazio­nale ed è rego­lar­mente seguito da un pub­blico di osser­va­tori civili.

Memo­ria­li­stica e sag­gi­stica se ne occu­pano avi­da­mente, con­si­de­ran­dolo uno dei luo­ghi sacri della demo­cra­zia occi­den­tale, culla della reto­rica poli­tica, di cui Chur­chill con­qui­stò inar­ri­va­bili vette, come nel caso dei «pochi» eroici avia­tori che scon­fis­sero la Luft­waffe (nella nar­ra­tiva domi­nante di cia­scun paese, i pochi sono sem­pre desti­nati a gui­dare i molti). Ma è natu­ral­mente anche un suc­ce­da­neo uffi­ciale e rispet­ta­bile dell’intrattenimento cir­cense: un circo mas­simo dove vince il migliore per­ché è lui il migliore, non le cause che difende e gli obbiet­tivi che per­se­gue. Anche per­ché, oggi, que­ste cause e obbiet­tivi sono pres­so­ché iden­tici a quelli dell’avversario. Un botta e rispo­sta in cui conta rial­zarsi dopo aver rice­vuto un destro e cer­care a pro­pria volta di man­dare l’avversario al tap­peto. Insomma, è vicino alla realtà del paese quanto un member’s club può esserlo al sin­da­cato.

Cor­byn non è un fuo­ri­classe della poli­tica. Ha spesso biso­gno di leg­gere quando parla in pub­blico. Non è istrio­nico. Ma, com’è stato detto e ripe­tuto, sono pro­prio que­ste le ragioni per le quali ha stravinto. E dun­que, assai giu­sta­mente, ha pre­fe­rito non com­bat­tere lo sta­gio­nato Came­ron sul suo adre­na­li­nico ter­reno. Aveva annun­ciato di voler rifor­mare Pmq, di volerne svuo­tare la tea­tra­lità fine a se stessa. Per ora si è accon­ten­tato di rivol­gere al capo del governo una serie di domande sele­zio­nate tra le decine di migliaia rice­vute. E così Maria, Gail, Paul, Angela, Claire e Ste­phen si sono visti leg­gere le pro­prie richie­ste in diretta nel più impor­tante luogo isti­tu­zio­nale del paese dal capo dell’opposizione.

Domande sulla crisi degli alloggi, sul taglio dello stato sociale, sull’assistenza a chi sof­fre di disturbi men­tali. E David Came­ron ha rispet­to­sa­mente rispo­sto, dimen­tico per una volta dell’istrionismo del pro­prio ruolo. Que­sta man­canza di spac­co­nag­gine fa onore al suo giu­di­zio poli­tico: sa di aver di fronte un ex-outsider che deve ancora impa­rare l’alfabeto del potere, che è in crisi con i mode­rati del suo par­tito su que­stioni chiave come la per­ma­nenza in Europa della Gran Bre­ta­gna, la sua par­te­ci­pa­zione alla Nato e la sua riserva nucleare.

Ma sa anche, e soprat­tutto, che negli ultimi tre giorni a quel par­tito si sono iscritte tren­ta­mila per­sone a passo di corsa.

(il manifesto, 17/09/15)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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