Il Labour e le bombe

Se già settimane orsono la questione del rinnovo del sistema missilistico nucleare Trident sembrava anticipare la frattura fra Jeremy Corbyn, i suoi sostenitori e la componente parlamentare del partito laburista, l’incombere del voto alla camera sulla rappresaglia aerea in Siria e Iraq in risposta all’eccidio parigino deciso da David Cameron l’ha ora puntualmente allargata.

Ed è qui, sulla scia dell’emotività collettiva suscitata dagli attacchi terroristici al cuore della metropoli francese, che la tenuta interna del Labour party affronta il suo momento più duro dall’elezione di Corbyn leader.

La Gran Bretagna sta già bombardando il cosiddetto Stato islamico da mesi in Iraq; dalla scorsa settimana la Royal air force appoggia gli aerei francesi diretti a Raqqa con i droni. E ora Cameron scalpita verso una mozione alla camera dei comuni che raccolga i voti necessari all’avvio di bombardamenti aerei sulle milizie dell’Isis in Siria, la stessa che gli fu negata nel 2013, quando le bombe da sganciare erano indirizzate solo ad Assad. Potrebbe esserci un voto già entro la settimana.

Ben consapevole dell’illegalità con cui Tony Blair aveva trascinato il paese nell’invasione irachena il premier britannico non intende certo farsi scavalcare a destra dal belligerante Hollande, a costo di sfidare l’ala tradizionalmente isolazionista del suo partito. Ma ora che anche la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu sì è pronunciata unanimemente a favore dell’intervento militare, Corbyn ha meno spazio di manovra. La possibilità che molti deputati laburisti votino secondo coscienza contro la linea del partito — ufficialmente contraria alla partecipazione ai bombardamenti — diviene forte probabilità. E ha già contribuito a mitigare la posizione contraria dello Scottish National Party, la cui leader, Nicola Sturgeon, si è detta disponibile a discutere l’appoggio scozzese a un intervento militare diretto.

Corbyn, che è stato tra i fondatori e leader della Stop the war coalition e ha storicamente tenuto posizioni pacifiste, ha sempre considerato il beneplacito Onu il prerequisito essenziale di ogni intervento militare ed è probabile che resti contrario. «Non sono convinto che bombardare risolva le cose. Potremmo finire con più vittime civili e con una situazione in Siria ancora peggiore» ha detto giovedì alla Bbc, ribadendo la sua convinzione che la soluzione sia da trovarsi a un tavolo di negoziazione e che comunque il ricercarla spetti al mondo islamico in primis. Ha poi aggiunto che avrebbe esercitato la disciplina di voto, che la decisione va presa dal partito e non dai suoi membri presi individualmente.

Ma voci si levano da più parti affinché il segretario non imponga la linea ufficiale ai suoi deputati e li lasci votare liberamente. Mirano al suo tallone d’Achille più vistoso: l’essersi ribellato centinaia di volte ai dettami di voto del partito nei suoi trent’anni di deputato della minoranza. Anche per questo backbenchers come Jamie Reed e John Woodcock hanno più volte fatto appello al voto secondo coscienza.

Al momento sembra che in almeno una quindicina disobbediranno, ma il numero potrebbe salire. Maria Eagle, (difesa) e Hilary Benn (esteri) sono altre due figure chiave del governo ombra in disaccordo con il leader sulla questione della deterrenza nucleare: disaccordo che sembra essersi propagato anche fra Corbyn e il suo stretto alleato, il ministro ombra delle finanze John McDonnell, che si è detto favorevole a lasciar votare i deputati secondo coscienza. Come se non bastasse, anche la nomina di un altro corbynista, l’ex sindaco Ken Livingstone a co-presiedere la commissione Labour per la difesa non ha mancato di far alzare gli occhi al cielo all’ala moderata, compresa la stessa Eagle, che ha addirittura appreso su Twitter della nomina.

Com’è tipico di un clima in cui fioccano scriteriate similitudini fra il presente e il passato e in cui la retorica interventista e «occidentalista» si scagliano contro chiunque metta in dubbio l’irreprensibile politica estera delle varie patrie, è facile vedere ogni invito a riflettere prima di scatenare nuovi inferni su terre abitualmente martoriate come immediatamente passibile di alto tradimento. E non è difficile immaginare come mai la vicinanza fra Corbyn e la Stop the war coalition, il gruppo che organizzò la storica manifestazione londinese del 2003 in cui circa due milioni di persone dissero «Not in my name» contro l’intervento in Iraq risulti ora particolarmente insopportabile.

(il manifesto, 24/11/15)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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