La Camera dei bombardieri

Dietro l’invasione angloamericana dell’Iraq, nel 2003, c’era il famigerato dossier farlocco sulle armi di distrazione di massa, armi di cui Saddam Hussein era perfettamente privo ma che Bush e Blair possedevano in quantità.

Giovedì mattina, nella sua risposta in parlamento alla commissione esteri che lo aveva interpellato circa la legittimità di bombardare il cosiddetto stato islamico in Siria, David Cameron brandiva un documento di ben 36 pagine che — guarda caso — ha accuratamente evitato di definire «dossier». Difatti pare un manifesto: per convincere il Labour a sostenere gli attacchi aerei.

L’invasione dell’Iraq nel 2003 era illegale almeno quanto appaiono, oggi, moralmente obbligatori gli attacchi aerei in Siria. In questa proporzione si dissolve la remora di Cameron, che fosse stato per lui avrebbe sguinzagliato la Raf già da mesi per colpire l’Isis (i Tornado britannici già bombardano in Iraq). Che poi la necessità morale dei secondi scaturisca direttamente dall’illegalità dei primi è una sottigliezza che Cameron, statista d’azione, lascia agli storici. Quello che gli preme è non passare alla storia come un leader conservatore indegno del magistero tardoimperialistico della Gran Bretagna.

Già nel 2013, i Comuni avevano rigettato la sua mozione d’intervento anti Assad, recandogli un cospicuo danno politico. Poi, sulla scia dell’orrenda cicatrice parigina, ecco affacciarsi non solo la risoluzione unanime dell’Onu n. 2249 (del 20 novembre, corroborata dal non-veto russo) a favore di «ogni misura necessaria» pur di colpire il sanguinolento Frankenstein, ma anche un’opinione pubblica profondamente scossa e consapevole che mai Parigi e Londra si erano sentite tanto unite dal comune pericolo: l’MI5 ha recentemente reso noto di aver sventato sette attentati terroristici nella capitale.

L’allerta non potrebbe essere più alta. Per questo il premier ha preparato il terreno all’«inevitabile» intervento. In tre ore di maratona oratoria ha illustrato i sette punti su cui la commissione voleva chiarimenti, rispondendo a più di cento domande. In tono irenico nei confronti del Labour, vero destinatario della relazione e del cui appoggio bipartisan ha bisogno a tutti i costi, ha insistito sul dovere morale, sul diritto all’autodifesa ratificato dallo statuto dell’Onu e sull’inaccettabilità che altri paesi (Usa e Francia soprattutto) si facciano carico di difendere la sicurezza nazionale. Ha magnificato le lodi dell’arsenale nazionale, e assicurato che devolverà un miliardo di sterline alla ricostruzione della Siria.

Ha poi cavallerescamente riconosciuto la militanza pacifista del leader dell’opposizione, appellandosi implicitamente ai numerosi possibili deputati laburisti disposti a saltare sul carro dell’intervento.

«Se non ora quando», pare ammonire il premier di guerra. Ma la retorica non è tonante, churchilliana. Più Parigi si allontana, più i margini del possibile successo di bombardamenti che difficilmente recherebbero un danno irreversibile agli obiettivi in costante movimento delle milizie Isis si restringono.

Mentre si allargano gli interrogativi sull’ipotetico «dopo» nella regione. Per evitare il catastrofico déjà-vu di Iraq e Afghanistan bisogna tenere ben conto della caotica frammentazione del fronte anti-Assad, della territorialità dei peshmerga, della conflittualità equivoca degli interessi turchi, russi e petromonarchici, e dell’oggettiva limitatezza degli obiettivi raggiungibili senza l’indispensabile invasione terrestre (i tracotanti «boots on the ground») che nessun paese occidentale si sognerebbe ormai di sbattere.

Dopo aver ribadito come priorità del partito la sicurezza dei connazionali, Jeremy Corbyn si è chiesto se gli interventi non rischino di tramutarsi in un boomerang. Il partito si riunirà nel fine settimana, una volta ascoltata la base. Da lunedì si saprà se il leader, che tiene fede alla sua posizione anti-intervento, consentirà ai suoi di votare autonomamente. È un punto cruciale: in tal caso, Cameron potrebbe fissare il voto già entro la settimana prossima. Ma non lo farà senza la certezza di una «chiara maggioranza».

In un comunicato, la Stop the war coalition, presieduta da Corbyn prima della sua elezione alla guida del Labour, ha dichiarato che bombardare in Siria «non farà nulla per indebolire l’Isis, se non infiammare la guerra civile, aumentare la disperazione dei siriani e aumentare il rischio terroristico». Mentre anche gli scozzesi del Snp hanno ribadito la propria contrarietà.

(il manifesto, 27/11/15)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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