Matrimonio all’irlandese

L’Irlanda, paese fino a poco tempo fa più che mai noto per la pronunciata intransigenza cattolica e che ha ispirato film come, tra gli altri, “The Magdalene sisters,” e “Philomena”, ha lasciato il mondo di stucco dopo aver spettacolarmente approvato i matrimoni fra persone dello stesso sesso attraverso il primo referendum al mondo mai indetto sulla questione, il 22 maggio 2015.

“Il matrimonio potrà essere contratto secondo i termini di legge da due persone senza distinzioni quanto al loro sesso”: così era formulata l’affermazione sulla quale il popolo irlandese è stato chiamato ad esprimersi, giacché la costituzione scritta del paese può essere modificata solo attraverso l’istituto referendario. E su cui si è espresso in larga maggioranza a favore, in barba alle contro campagne indette dalle ali più conservatrici e retrive della gerarchia cattolica nazionale, il cui refrain era incentrato sull’inizio della fine della famiglia nucleare tradizionalmente intesa.

Il matrimonio gay è diventato poi legale dal successivo 16 novembre: con una vittoria di circa il 57% sui 3,2 milioni di iscritti al voto in 43 collegi, con punte di 71% nella circoscrizione di Dublino sud, è stato un esito in parte annunciato da una raffica di sondaggi, ma non per questo – soprattutto visto il retroterra culturale del paese – meno sorprendente. Tutte le circoscrizioni parlamentari tranne una si sono espresse per il sì. In totale, hanno votato a favore 1.201.607 persone e 734.300 contro, un’affluenza che ha visto migliaia di lavoratori emigrati in tutto il mondo, soprattutto più giovani, fare ritorno in patria appositamente per l’occasione. Intense campagne sui social media avevano preparato il terreno, esortando le più giovani generazioni di un popolo tradizionalmente migrante a portare una ventata di modernità dai luoghi dove questo di solito vive e lavora, soprattutto gli Stati Uniti. Altro dato significativo è stata l’assenza del temuto divario fra città e campagna, con la prima più orientata in senso liberale e la seconda gravata dal ben noto conservatorismo. Perfino il remoto collegio del Donegal sud-ovest, che in passato si era pronunciato contro il divorzio e l’aborto, ha espresso un sì convinto.

Emendando dunque la carta costituzionale, il referendum ha sancito l’equiparazione dei diritti fra coppie di sposi omosessuali e coppie eterosessuali. Per effetto della decisione, due persone sposate dello stesso sesso godono ora degli identici diritti di una coppia di sesso diverso, abolendo la differenza fra matrimoni eterosessuali e unioni civili, in vigore fino a poco prima, dal 2010. Una rivoluzione copernicana per l’austera Irlanda, che aveva decriminalizzato l’omosessualità appena ventidue anni prima. Per meglio inquadrarne la portata, basti pensare che altri referendum su divorzio e aborto, rispettivamente nel 1983 e 1986, si risolsero con una netta vittoria dei no. Senza contare che l’aborto è ancora illegale, e che il divorzio è stato legalizzato solo dopo un secondo referendum nel 1995. Si prova a spiegare tanta emancipazione in un lasso di tempo così ristretto con uno svecchiamento della mentalità innescato dalla bolla creditizia degli anni Duemila, e naturalmente il collasso di credibilità di un clero nazionale macchiato di episodi di pedofilia che continuano ad emergere incontrollati.

Altri paesi erano arrivati allo stesso obiettivo attraverso vie istituzionali più tortuose e convenzionali: anche per questo la volontà popolare espressa dagli irlandesi in questo senso è più che mai epocale. Come ha dimostrato l’afflusso copioso di attivisti al Dublin Castle il giorno della vittoria del sì, in un’atmosfera che ha visto accorrere migliaia di persone in un clima decisamente festivaliero, un’unanimità festosa composta di uomini politici, attivisti LGBT e semplici cittadini.

(andiamo a nozze, supplemento al manifesto del 28/01/16)

 

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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