Zaha Hadid, 1950-2016

Non è solo la politica ad aver avuto la sua “lady di ferro”: in architettura l’appellativo spetta altrettanto di diritto a Zaha Hadid, scomparsa in un ospedale di Miami all’età di 65 anni per attacco cardiaco. Non soltanto perché “Hadid”, in arabo, significa proprio ferro, o perché il suo lavoro sia stato spesso al centro di dibattiti, talvolta infuocati: ma perché lei era un po’ il contrario dei suoi edifici, così insofferenti alla staticità e intrappolati in un fermo immagine sempre sul punto di lasciarseli sfuggire.

Loro sono un festival di curve, di asimmetrie, di forme senza inizio, fine o narrativa apparente; lei aveva una personalità tanto risoluta da spezzarsi piuttosto che lasciarsi piegare. Prima donna a vincere un Pritzker Prize (massimo riconoscimento in architettura, nel 2004) tra gli altri numerosi premi e onorificenze, Hadid è stata una figura fondamentale, per le donne come nell’architettura: il suo contribuito nell’emancipare le prime e rivitalizzare la seconda è inestimabile. Nessuno dei suoi colleghi maschi nel ristretto club degli architetti siderali può vantare una personalità come la sua, protagonista di una scalata da outsider assoluta a stella fissa della disciplina. Il suo instancabile nuotare controcorrente era finalmente approdato a un fenomenale – e meritato – successo globale, benché mai del tutto al riparo da polemiche. Prima lo stigma di essere un architetto “di carta”, cioè non costruibile, per via dell’ardimento eccessivo dei concept; poi, anche a gloria ottenuta, le critiche estetiche – ed etiche – a certi megaprogetti in Qatar, Cina e Azerbaijan: committenti dalla reputazione a dir poco dubbia e accusati di sfruttare manodopera migrante nei cantieri.

Nata a Baghdad in un’agiata famiglia liberale e filoccidentale, cresciuta in prossimità del modernismo, dei cui esempi era disseminata la casa avita, spedita assai presto a studiare in Inghilterra, Svizzera, all’università americana di Beirut e infine a Londra, dove arrivò nel 1972, Hadid si sarebbe nutrita dei succhi della gloriosa Architectural Association, dove ricevette il tutoring di uno spirito libero come Rem Koolhaas. Ma la AA era un’isola di sperimentalismo in un mare di prudenza spesso bacchettona: in una Gran Bretagna in pieno riflusso dopo l’ubriacatura dell’edilizia popolare degli anni Sessanta, l’astrattismo radicale di Hadid, carico di reminiscenze dell’avanguardia sovietica, soprattutto Malevich e Kandinskij, incontrò subito fiere resistenze: una delle ragioni per cui nel suo paese d’adozione ci sono proporzionalmente meno lavori che nel resto d’Europa.

Il suo stile avrebbe anticipato l’era digitale e contribuito a definire il cosiddetto decostruttivismo. Ma la rinuncia ostinata a voler accantonare uno sperimentalismo spericolato nelle forme e lo scagliarsi contro i limiti oggettivi della costruibilità in schizzi e quadri a mano libera che, distanziandola dalla pratica convenzionale del disegno architettonico, tendevano più a collocarla in ambito pittorico, fruttarono un ventennio di lavori mai realizzati. Le prime due commesse importanti, negli anni Novanta, furono un successo a metà la prima, una mezza umiliazione la seconda: una stazione dei vigili del fuoco annessa al museo Vitra, in Germania, presto riconvertita a spazio espositivo per la scarsa funzionalità dello spazio, e il progetto del teatro dell’opera di Cardiff, che le fu letteralmente revocato nel ’94 in mezzo al furore generale perché ritenuto sostanzialmente “inadatto.”

Difficile credere che la stessa persona, pur aiutata da uno staff religiosamente dedito – ci si dimentica spesso del socio, Patrik Schumacher – e dall’inflessibile risolutezza avrebbe potuto vincere una sfilza di competizioni internazionali che, complice la largesse finanziaria degli anni duemila, finalmente la imposero quale simbolo di un’architettura globale brillante e insofferente di limitazioni: per citarne solo qualcuno, lo stabilimento Bmw a Lipsia (2005), il Bridge Pavilion a Saragozza (2008), il Maxxi di Roma (2009), lo spettacolare edificio “anti white cube” che nel suo ribellarsi al rigore lineare dello spazio espositivo classicamente inteso quasi rischia di tollerare la presenza di opere d’arte al suo interno. Ma il prestigio conquistato all’estero finalmente avrebbe cominciato a procurare commesse nella sua città d’adozione, Londra: l’imponente London Aquatic Centre, lo stadio del nuoto nel complesso olimpico di Stratford nella città che ospitò i giochi nel 2012 e il padiglione della Serpentine Gallery a Hyde Park. Senza contare gli accessori, l’arredamento, le borse, le scarpe: un flusso di attività che pareva inesauribile e che ha trovato la sua fine improvvisa a Miami, dove si trovava per la costruzione di un complesso residenziale.

L’avevamo incontrata cinque anni fa nella sua candida casa-museo a Londra: più che vissuto, un luogo dove al massimo pernottava saltuariamente. Resta impressa la memoria di quello sguardo profondamente laconico, capace di incenerire l’interlocutore, se solo voleva, e la tagliente dialettica. Ultimamente il fantasma della bocciatura di Cardiff s’era riaffacciato: l’anno scorso il colossale progetto per lo stadio olimpico di Tokio del 2020 veniva respinto dal primo ministro Abe dopo roventi polemiche su costi e tempistica. Non lascia figli o marito, Zaha Hadid: solo un fratello e l’eredità dei suoi magnifici edifici in lotta con le leggi della prospettiva, della gravità e con un certo perbenismo estetico. La sua brillante carriera ci ricorda, nei trionfi e nei fallimenti, che basta anche un solo millimetro per separare l’arte dall’architettura.

(una versione riveduta di questo pezzo è uscita nel Casa Vogue di aprile)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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