Farage against the machine

Le ultime notizie dicono che il futuro dell’Unione europea è appeso a sei punti percentuali. L’ennesimo sondaggio – commissionato dal Guardian – dice infatti che il Leave è in testa con 53% contro il 47% del Remain e mette per la prima volta gli euroscettici decisamente avanti nella competizione quando mancano meno di dieci giorni al voto.

Sono le penultime battute di una campagna referendaria i cui toni sono sempre più accorati e scomposti, con le due fazioni che si preparano a sparare le cartucce definitive di un epocale confronto il cui esito potrebbe porre addirittura fine, nelle parole del presidente del consiglio d’Europa Donald Tusk, alla civiltà politica d’occidente. Parole che dimostrano come l’onda d’urto del possibile terremoto politico e istituzionale scatenato dall’uscita della Gran Bretagna dall’Unione potrebbe avere implicazioni catastrofiche per tutto il traballante edificio europeo.

Dopo gli ultimi appelli di David Cameron a un’Unione-baluardo contro la prossima guerra civile europea e quelli di Boris Johnson contro un’Ue in salsa hitleriana, questa di Tusk è la terza incursione, in chiave pro o contro Brexit, nell’aulico e curiale agone della Storia. Mentre i progressi del fronte bipartisan del Leave, aiutati dall’inesauribile malcontento per la crescente «marea» migratoria (l’organizzazione Migration Watch ha preconizzato per il 2035 uno scenario dove la migrazione netta annua ammonterebbe a circa 265.000 persone, sufficienti per «cambiare per sempre il volto della Gran Bretagna») tolgono il sonno ai “rimanenti”.

Per loro è il tempo del panico: vedono approssimarsi la temuta fisionomia della sconfitta, e in alta definizione. Per i bucanieri del Leave, che si sentono capaci di affondare l’invincibile armata dell’Ue, è invece quello della baldanza. Gli ha involontariamente giovato una campagna del Remain incentrata sulla strategia del terrore, una sfilza di ammonimenti sulle nefaste ripercussioni economiche in caso di exit da parte di svariati enti e agenzie finanziarie europee che sono state percepite come un’ingerenza nella sovranità nazionale. Una sovranità la cui fervida difesa figura al secondo posto nel ritornello elettorale del Leave (la prima è naturalmente l’immigrazione, quel giacimento infinito di propaganda gratuito e sempre a disposizione delle destre xenofobe e «patriottiche» internazionali).

Adesso è il momento per David Cameron, l’apprendista stregone che con questo referendum ha scatenato forze del tutto al di là del suo controllo e che rischia di uscire triturato in ogni caso dall’esito referendario, di farsi da parte e di lasciare il testimone a una staffetta ritardataria, quella del partito laburista guidato dal tiepido eurofilo – perché tardivamente convertito – Jeremy Corbyn. Ma non prima di aver lanciato un ultimo monito domenica: la ricaduta nefasta di un’exit su pensioni e sanità, finora entrambe protette – come solo loro sanno proteggerle – dal manifesto elettorale dei conservatori.

E mentre Corbyn cerca di recuperare affannosamente il tempo perduto senza pensare troppo alla cospicua fetta euroscettica della sinistra dei suoi sostenitori (raggruppati nella cosiddetta Lexit), ieri è venuto il momento di schierare la passionalità tutta scozzese di Gordon Brown, correo, nella sua facoltà di ex cancelliere dello scacchiere, della crisi del 2008 e autore di un discorso che tanto fece per scongiurare l’uscita del suo paese dall’altra unione, quella britannica.

Brown ha perorato una causa costruttiva del Remain: non insistendo sui guasti economici, ma prefigurando una riforma dell’Ue dall’interno, in una permanenza da cui il paese ha tutto da guadagnare e che difenda i diritti dei lavoratori, che tuteli l’ambiente e tagli i costi delle utenze domestiche. Ha detto ai microfoni del paludato Today, il programma radiofonico mattutino della Bbc: «Dobbiamo essere a quel tavolo, dobbiamo essere dei negoziatori. So per esperienza che è assolutamente essenziale».

Ma un conto sono i suoi connazionali, un altro il resto del paese. E soprattutto è difficile che l’elettorato di sinistra working class, quello di cui il suo New Labour si è dimenticato negli anni delle vacche grasse blairiane e che ora è inspiegabilmente tornato importante per fare numero alle urne, si commuova per la sua oratoria quando gli argomenti dell’Ukip sono così semplici. Un margine di recupero raggiungibile però c’è, ed è quello dei giovani, tendenzialmente meno ostacolati da gravami identitario-patriottici: se solo votassero. Anche per questo negli ultimi giorni c’è stato un susseguirsi febbrile d’inviti all’iscrizione online per poter accedere alle urne: tanto che il termine ultimo è stato prorogato dopo che il sito web del governo era incappato in molteplici crash.

Ma nel complesso, tutto questo psicodramma politico non è per qualcosa, ma contro qualcosa: la paura dell’invasione degli ultramigranti da una parte, e quella della perdita di una serie di privilegi economici acquisiti dall’altra. Mai una così grande partita politica è stata giocata su prospettive altrettanto misere.

(il manifesto, 14/06/16)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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