Unità nazionale

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È il momento del lutto nazionale. Attorno all’una di venerdì, esattamente a 24 ore dall’assassinio della deputata Labour Jo Cox da parte del 52enne Thomas Mair, una delegazione di Westminster composta dal primo ministro Cameron, il leader laburista Jeremy Corbyn, il deputato laburista di Leeds Hilary Benn e lo speaker della Camera dei Comuni, il conservatore John Bercow, si è recata nella piazza di Birstall, il piccolo centro dello Yorkshire occidentale che faceva parte della circoscrizione di Cox dove è stata assassinata, per rendere omaggio alla sua memoria.

Il circo della campagna elettorale è fermo in un silenzio surreale, fino a domenica. Fermi gli autobus colorati, revocati i comizi, placate le liti, spenti i megafoni. Ci si risveglia come dopo una sbornia violenta. Impossibile credere che fino a poco prima le due fazioni referendarie giocassero ai pirati in mezzo al Tamigi, tra spruzzi d’acqua e bandiere. Tra qualche giorno tutto riprenderà, certo, ma non sguaiatamente come prima. Per ora si lascia che il dolore, pubblico e privato, eserciti la sua severa funzione relativizzante: ristabilire negli animi scossi la gerarchia fra le cose del mondo.

Jeremy Corbyn ha chiesto e ottenuto da Cameron la riconvocazione del Parlamento lunedì per un tributo formale di tutti i deputati alla loro collega, uccisa mentre svolgeva la sua funzione istituzionale nella costituency surgery, l’udienza periodica che ciascun membro della camera bassa ha con i propri elettori per discutere richieste, segnalazioni, lamentele, appelli. Tutti i parlamentari sono stati ufficialmente invitati a rivedere le procedure della propria sicurezza.

Entrambi i leader dei due maggiori partiti, visti assieme in questa rara occasione – Corbyn ha fatto campagna a favore del Remain evitando finora di apparire al fianco di Cameron – hanno definito l’omicidio un attacco alla democrazia. Ora, è il momento del rassemblement: forse lunedì il parlamento non si ritroverà schierato nel tradizionale schema maggioranza opposizione, ma con i deputati mescolati in segno di unità.

David Cameron, ha rivolto il pensiero al vedovo di Jo – Brendan, che via social media ha detto: «Credeva in un mondo migliore per il quale combatteva tutti i giorni» – e ai suoi due figli piccoli, rimasti senza la madre, morta a 41anni vicino al suo paese. «Uccisa da un atto di odio nella città che amava e in cui è cresciuta», ha detto Corbyn.

Jo Cox, eletta deputata nel collegio di Batley and Spen, si definiva una Yorkshire lass, una ragazza orgogliosa del suo Yorkshire, l’austera regione del Nord del paese dove era cresciuta. Era una laburista di centro, occupava lo scranno di Westminster da poco più di un anno; aveva votato per Corbyn alla segreteria, ma si era detta poi pentita di averlo fatto; aveva votato favorevolmente all’intervento militare britannico in Siria «su basi umanitarie». Proveniva da una lunga carriera nella Ong Oxfam, aveva lavorato per i rifugiati siriani e del Darfur ed era apertamente favorevole al Remain. Ultimamente aveva ricevuto minacce telefoniche, ha riportato il Times, ma la polizia non aveva ritenuto necessario proteggerla.

Di Mair, il suo uccisore di origine scozzese, finora si sa che era un individuo solo, un disoccupato appassionato di giardinaggio che faceva volontariato. Era considerato mansueto dai vicini, ma era anche un simpatizzante dell’ultradestra razzista. Gli hanno trovato in casa paccottiglia nazi. Di certo l’omicidio è stato particolarmente efferato, molteplici coltellate e almeno tre colpi di pistola, non si capisce bene ancora se un residuato o autocostruita.

Molto si specula sul suo presunto grido «Britain first», slogan che è anche il nome di un’organizzazione dell’ultradestra, spora del Bnp e ai margini (ma ufficialmente sconfessata) dell’Ukip, al momento dell’omicidio. Tra i testimoni c’è chi lo conferma. Ma potrebbe anche aver urlato «Put Britain first», nel qual caso il riferimento diretto alla formazione fascionazionalista verrebbe meno, come il suo leader, Paul Golding, ha avuto tutto l’interesse a sottolineare.

Nel frattempo è cominciata una dolorosa autoanalisi. A cinque giorni dal voto referendario, la Gran Bretagna si guarda allo specchio per capire dove stia davvero andando. Oltre che sulle modalità e causalità di questo omicidio, ci si interroga sul clima che lo ha prodotto: un clima aspro e, nelle ultime due settimane, particolarmente incattivito. Che s’innesta in una sempre maggiore ostilità – di lungo periodo – dell’opinione pubblica nei confronti dei propri rappresentanti. E dove la destra euroscettica, compresi i due conservatori a capo del Leave, Boris Johnson e Michael Gove – in queste ore in basso profilo – non ha esitato a soffiare sul fuoco del malcontento in quella che, al pari di Nigel Farage e di campioni della grettezza tabloid come il Daily Mail, veniva dipinta ormai regolarmente come l’«invasione», lo «sciame» migratorio contro il quale bisogna «riprendere il controllo» del proprio paese. Pattume retorico-nazionalistico sempreverde che ci si è deliberatamente lasciati sfuggire di mano finché sembrava assicurare, senza particolari sforzi, preziosi dividendi percentuali nei sondaggi.

(il manifesto, 17/06/16)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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