Restare per cambiare, una chiacchiera con Paul Mason

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È un appuntamento politico storico per il Regno Unito, il più importante dal secondo dopoguerra: un referendum che deciderà il futuro del paese e dell’Europa intera. Il prossimo giovedì 23 giugno, i cittadini britannici, più gli irlandesi e i cittadini del Commonwealth che risiedono in Uk, saranno chiamati a rispondere sì oppure no alla domanda: «La Gran Bretagna dovrebbe restare membro dell’Unione Europea o no?».
La possibile vittoria del no è stata ribattezzata Brexit, la crasi fra Britain e «exit». Un’eventualità tanto temuta quanto a questo punto probabile, con i sondaggi che danno la fazione per il Leave (in inglese andare via) in vantaggio di vari punti sul Remain (rimanere), anche se l’improvvisa ondata di cordoglio e commozione causata dall’assassinio della deputata laburista Jo Cox da parte di uno squilibrato di simpatie neonazi potrebbe avere ripercussioni sostanziali sull’esito della consultazione.

La questione divide trasversalmente non solo i partiti, ma la società nel suo complesso: le famiglie, le amicizie, le professioni. Le due campagne principali fanno capo rispettivamente ai comitati «Britain Stronger in Europe» e «Vote Leave»: il primo sostenuto dalle leadership di partito conservatore e laburista, che peraltro ha una campagna sua propria, «Labour In for Britain». Il secondo è guidato da figure Tory di rilievo, come Boris Johnson e Michael Gove. Mentre i conservatori sono ufficialmente neutrali – vista la guerra civile interna scatenata dalla campagna – il Labour di Corbyn è tutto a favore. Non sono mancate defezioni in entrambi gli schieramenti. Per il Remain sono anche gli indipendentisti scozzesi dell’Snp, quelli gallesi del Plaid Cymru e i Lib Dem.

Il referendum è stato indetto da David Cameron per cercare di neutralizzare gli attacchi alla sua destra che venivano dalla fazione euroscettica del suo partito e soprattutto dall’Ukip, la formazione xenofoba di Nigel Farage, sospinta dal crescente malcontento per i massicci flussi migratori provenienti in buona parte dai paesi dell’Europa orientale. Sono convinti che l’Ue frustri le possibilità economiche del paese, lo sovraccarichi di burocrazia e lo soffochi nel rafforzare sempre più i legami politici al suo interno. L’avversione principale è nei confronti della circolazione libera: non delle merci naturalmente, ma degli uomini.

I media mainstream, a parte la Bbc, sono prevalentemente per l’uscita, compreso il Sun, mentre TimesGuardianIndependent e Financial Times sono per la permanenza. Cameron ha ottenuto una serie di concessioni dall’Ue sulle quali sperava di assicurare la permanenza, tra cui la protezione della City di Londra come hub finanziario, il mantenimento incondizionato della sterlina, un ottenimento dei sussidi di welfare da parte dei lavoratori immigrati dilazionato nel tempo, l’assicurazione che l’Unione non avrebbe progredito in alcun modo in senso politico e la possibilità, assieme ad altri paesi membri, di bloccare legiferazioni indesiderate. Nessuna di queste è considerata sufficiente dal fronte del Leave.
Ne abbiamo parlato con Paul Mason, ex Economic Editor di Channel 4, editorialista del Guardian, attivista ed economista: suo il libro Postcapitalismo, che è uscito di recente per i tipi de Il Saggiatore.

Sembra che in questo referendum gli elettori inglesi siano costretti a scegliere il male minore fra la paura dell’immigrazione e un’economia penalizzata. Qual è la sua valutazione?

L’intero dibattito è stato guidato dalle destre. Un Ukip che ha preso il 25% alle elezioni europee, la destra dei conservatori che anche vuole uscire: sono loro che hanno stabilito i tempi del referendum. Ma non sono mai stati capaci di spiegare effettivamente le conseguenze economiche di un’uscita. Durante la campagna è diventato più chiaro che aspirano a una rottura totale. Non vogliono stare nella Area Economica Europea perché non sono interessati al libero movimento di persone. Schierati contro sono il governo, la leadership del partito conservatore e il partito laburista, i nove decimi del grande business, la quasi totalità dei sindacati e buona parte del mondo accademico, studiosi eccetera. Ma il loro errore è stato giocare sulle paure economiche, esagerate ai limiti del ridicolo. I ceti meno abbienti soffrono del flusso migratorio proveniente soprattutto dall’Europa orientale. Il problema, negli ultimi dieci giorni, ha assunto i contorni di «élite contro immigrazione». E questa è una partita impossibile da vincere per il Remain.

Ma Corbyn, tradizionalmente euroscettico pure lui, è strattonato dai centristi del partito che vogliono conduca una campagna che non è la sua.

E, in effetti, non l’ha fatta, perché non fa parte della campagna ufficiale per il Remain. Nel partito laburista, molti hanno le stesse posizioni. Strategicamente sarebbero per una Brexit, ma tatticamente per ora intendono restare: al momento, l’unico risultato di tutto questo sarebbe un progetto nazionalistico e neoliberista. È più logico rimanere all’interno e lavorare a delle riforme radicali in Europa accanto a Syriza, a Podemos e a tutti gli altri partiti socialdemocratici di sinistra che intendono partecipare a quella che – e voglio essere chiaro – dev’essere una vera e propria riscrittura di Lisbona. Nella raffigurazione dei media mainstream, Corbyn appare insincero ed esitante: in realtà, il suo è un piano ben definito per non cadere nella posizione centrista per la quale l’Ue funziona o che sia incondizionatamente buona per la working class: cosa a cui non crede nessuno.

Come può Corbyn riconnettersi con quelle larghe fette di elettorato operaio laburista dimenticato dal New Labour e ora divenuto ora preda dalla retorica xenofoba della destra?

Non sono solo preda della retorica xenofoba, la vivono. Le loro città sono state abbandonate in uno stato di incredibile degrado e povertà, si vedono del tutto penalizzati dalla globalizzazione. In queste città c’è sempre stata una lotta politica fra una minoranza di puri xenofobi anti-immigrazione e una working class che vive nella stessa situazione ma deve persuadersi che il vero nemico è la classe dominante, l’élite. È questo il problema. Non c’è nessuna sinistra radicale di cui valga la pena parlare e la maggior parte è a favore dell’uscita: solo il Labour può coordinare la lotta in modo che una sezione della classe operaia ne convinca un’altra. Noi vogliamo alterare le dinamiche del mercato del lavoro in modo da portare occupazione in queste comunità. Perché se è vero che, in generale, il flusso di infermiere spagnole, greche e italiane è un beneficio per la sanità pubblica, è altrettanto vero che provoca tagli al budget e le piccole città ne subiscono tutta la pressione conseguente.

Ma questa strategia di Corbyn non rischia di fornire munizioni a chi nel suo stesso partito – basti pensare alla componente parlamentare – intende farlo fuori con la complicità dei media di regime?

Certo, è quello che cercheranno di fare, ma non dimentichiamoci che è soprattutto il 62% degli elettori conservatori che vogliono lasciare l’Europa, contro soltanto il 38% dei laburisti. Dunque se la Brexit passa è perché i Tories non hanno saputo trattenere i propri membri. Il problema di Corbyn è che tutta la macchina del suo partito lo sta sabotando, ma ora che si è arrivati alla resa dei conti, bisognerà piantarla con le critiche, e questo non può essere che un bene. Abbiamo pochissimi giorni per riuscire a far passare un’argomentazione di sinistra per restare nell’Ue per adesso, altrimenti l’alternativasarà un governo di destra. È questa la sfida per Corbyn: misurarsi con la questione dell’immigrazione.

Viste le difficoltà di una riforma dall’interno e la mancanza di rappresentatività democratica, non è più allettante una prospettiva internazionalistica classica che approfitti dell’implosione finale di una struttura moribonda?

È uno scenario assai allettante, uno di cui la sinistra radicale è convinta, ed è vero: l’Ue è la forma prescelta di globalizzazione neoliberistica in Europa. Un effetto domino che porti al suo disfacimento rappresenta un risultato attraente per l’estrema sinistra ma per noi in Gran Bretagna al momento l’imperativo è di prevenire un colpo di stato costituzionale.
A parte l’osceno trionfalismo di una certa destra populista, ci sono molti – anche fra i giovani – che considerano questo il primo gesto politico della vita: per loro lasciare l’Ue è quasi una questione di vita o di morte. Ebbene se vincessero, non mi meraviglierei affatto di vederli scendere in piazza per far espellere tutti i polacchi, solo per esempio; se invece dovessero perdere, ci sarà un clima di revanscismo come in Germania dopo la prima guerra mondiale: la coltellata alla schiena della sinistra. Uno scenario sconfortante dunque, in tutti e due i casi.

(il manifesto, Alias, 18/06/16 )

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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