Jo Cox – In memoriam

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Avrebbe compiuto 42 anni questo mercoledì la deputata laburista Jo Cox, se l’instabile fanatismo razzista di Thomas Mair non l’avesse uccisa giovedì scorso. Dopo la pausa di riflessione nel fine settimana, il Parlamento si è riunito in una sessione straordinaria per renderle omaggio.

Sul seggio che occupava di solito una rosa bianca, come quella indossata da tutti i deputati in aula. Alla presenza della famiglia, David Cameron e Jeremy Corbyn hanno ricordato la collega scomparsa e hanno esaltato le lodi della donna, dell’attivista per i diritti umani e della personalità politica che tutti si trovano d’accordo fosse destinata a grandi cose.

Thomas Mair, accusato del suo omicidio e del ferimento di un passante che aveva cercato di difenderla – il pensionato Bernard Kenny, ancora stazionario in ospedale – è apparso brevemente in video dal carcere presso il tribunale di Old Bailey. Stavolta ha risposto di sì al giudice che gli chiedeva: «È lei Thomas Mair?» Nel frattempo, anche se in misura più ridotta e meno gridata, la campagna referendaria si è rimessa in moto. Nigel Farage, il cui poster propagandistico con scritto «Punto di rottura» accanto a una fila di profughi siriani presentato dall’Ukip poco prima dell’omicidio Cox ha sollevato ondate di sdegno e disgusto, ha ammesso che forse, sì, la tempistica non era proprio fortunata, ma ha anche accusato il fronte Remain di bieca strumentalizzazione. Intanto il problema dell’infiltrazione parassitica di gruppi di estrema destra nelle file più rozzamente euroscettiche del Leave si sta manifestando in tutta la sua gravità. Solo nel maggio scorso un pregiudicato dell’Edl era apparso in una foto con Farage, quando fonti ufficiali del Leave avevano smentito categoricamente che il leader della sezione giovanile del Bnp, Mark Collett, avesse a che fare con loro. Collett aveva fatto ampio uso del materiale del comitato nelle proprie campagne anti-migranti.

La stessa Jo Cox stava per riferire in Parlamento su un report che denunciava i pericoli rappresentati dal nazionalismo radicale e aveva anche registrato un video che denunciava il dilagare, negli ultimi 18 mesi, di sentimenti islamofobici nel suo collegio elettorale nello Yorkshire meridionale. Il video sarebbe stato diffuso il 29 giugno. Al punto che la baronessa Sayeeda Warsi, di origine pakistana, euroscettica, membro della Camera dei Lord, ex copresidente dei conservatori ed ex ministro, ha lasciato la campagna del Leave per i toni sempre più improntati a «odio e xenofobia» mentre la scrittrice Jk Rowling ha scritto un lungo intervento su suo sito in cui accusa i leader della campagna del Leave di essere dei bigotti razzisti, dei «mini-Trump» e che il poster di Farage & Co. è un «esatto duplicato di propaganda nazista».

Intanto, in un partito conservatore sempre più frantumato e all’approssimarsi giovedì della data fatidica del referendum, si complotta il destino di David Cameron, la cui sopravvivenza sembrerebbe del tutto in discussione anche qualora il Remain dovesse vincere. Durante Question Time, il tradizionale dibattito televisivo della Bbc dove gli uomini politici sono messi a diretto confronto con i cittadini, il premier, la cui rinegoziazione sbandierata al ritorno da Buxelles scontenta tutti, è stato accusato di essere un Neville Chamberlain, il ministro conservatore che tornò da Monaco nel 1938 convinto di avere la pace in tasca e poi passato ai disonori della storia come prono appeaser di Hitler. Si è inutilmente difeso, ribadendo quello che va dicendo come un disco rotto da settimane: che bisogna restare in Europa se il paese vuole farne un consesso migliore per i propri interessi. Ma vuoi per la stanchezza, vuoi per la fondamentale incapacità sua e del suo partito di appassionarsi a una causa, Cameron non riesce a convincere.

Quanto a Corbyn, nel suo intervento nel pomeriggio alla seduta in memoria di Jo Cox ha ribadito il tema a lui caro circa il bisogno di una politica «più gentile», ha cercato di ricostruire a tempo scaduto lo strappo con i ceti più impoveriti del proprio elettorato. Len McCluskey, suo grande alleato e leader del sindacato Unite, scrivendo sul Guardian ha ribadito l’appoggio incondizionato al Remain.

(il manifesto, 21/06/16)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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