Out and about

Quello che segue è il mio pezzo su Brexit per il manifesto in edicola oggi, scritto prima che i risultati fossero resi noti. Scrivo queste due righe nella mia nuova qualità di ospite in un paese improvvisamente extracomunitario, assieme agli altri nostri 500.000 connazionali, sbarcati su queste isole che perdono pezzi. Si é messo in moto un effetto domino di cui le dimissioni appena annunciate di David Cameron è il primo atto, l’uscita della Scozia e dell’Irlanda del Nord all Regno Unito potrebbero essere il secondo e ultimo  – nel lungo periodo – addirittura l’implosione di tutta l’Unione Europea. We live in interesting times.

La Gran Bretagna dovrebbe rimanere membro dell’Unione Europea? È il dilemma sciolto dai votanti dei 46.499.537 elettori britannici aventi diritto. Mentre scriviamo, è impossibile anche solo prevedere l’esito del day after della Gran Bretagna, il referendum sulla permanenza nell’Ue su cui le due fazionileave e remain si sono appassionatamente dilaniate per mesi. Al momento le possibilità restano nel bilico di questi ultimi giorni, con un remain di poco avanti al leave, 51 a 49% secondo l’ultima media degli ultimi sondaggi. Non ci sono exit poll e i seggi vengono scrutinati durante la notte. Per tutta la giornata vige il silenzio elettorale, ci si è potuti sfogare solo sui social network. L’affluenza prevista era di poco superiore a quella delle ultime elezioni politiche, attorno al 67%. Più sale, più favorisce il remain, anche se gli anziani sono quelli che votano e votano leave, mentre i più giovani, tendenzialmente favorevoli a restare, votano di meno. Apertesi alle sette del mattino, le urne si sono chiuse alle 22 (ora locale).

Le borse hanno dato segni di ottimismo, con la sterlina che prima è salita ai massimi del 2016 contro il dollaro per poi stabilizzarsi e gli allibratori che davano un remain favorito nel più grande evento non sportivo nella storia delle scommesse. Ma una cosa è certa già ora: è stato l’appuntamento politico più importante del secondo dopoguerra e le sue implicazioni storiche ricadranno su tutta l’Europa. Per parafrasare quel Churchill tanto caro ai tories: mai il destino di così tanti è dipeso dalle beghe interne di così pochi. I tanti sono gli europei e i migranti che bussano alle loro porte, i pochi sono loro, il partito di David Cameron, che ha indetto questa consultazione per sedare una fronda alla sua destra e dal cui esito dipende la carriera politica. Qui i referendum sono una pratica esotica, l’ultimo – per la stessa ragione, la permanenza nella Comunità Europea – risale al 1975.

Mercoledì sera su Channel 4 c’è stato l’ultimo grande scontro tra titani televisivo, il Dibattito finale presentato da Jeremy Paxman, il veterano ex-Bbc famoso per rosolare a fuoco lento i politici che intervista. Ha avuto un milione e seicentomila spettatori, uno share ancora più alto del contest da stadio del suo vecchio editore la sera prima, grazie ai 150 ospiti (fra in studio e collegati) ripartiti fra guelfi del leave e ghibellini del remain e provenienti da politica, università, sport e via dicendo: dal leader della campagna Labour In Alan Johnson (remain) allo storico Simon Schama (remain); dal fondatore dell’Ukip Alan Sked (leave) allo scrittore e opinionista Toby Young (leave). Assieme a molti altri, hanno dato vita in studio a dei contraddittori accesi al limite dello schiamazzo, che il pur temibile Paxman ha faticato assai a moderare. Del resto questo referendum ha evidenziato una profonda frattura sociale nel paese, oltre che nei tories: una deputata laburista, Jo Cox, ci ha rimesso la vita, assassinata da un invasato di estrema destra esattamente una settimana fa.

Un esito in balia di un clima estremo, anche metereologico. Il più importante voto per una generazione di britannici si è svolto sotto una valanga d’acqua a Londra e nel sud-est dell’Inghilterra, dove in poche ore è caduto l’equivalente di un mese di pioggia. Un risveglio fradicio per migliaia di elettori, con i vigili del fuoco che hanno dovuto rispondere a centinaia di chiamate. E la pioggia ha ripreso incessante verso sera. Molte stazioni elettorali inondate sono state spostate in tutta fretta e questo potrebbe avere ripercussioni sull’affluenza. E favorire il leave, dal momento che per l’elettore euroscettico la determinazione a votare a tutti i costi sarebbe più elevata che per il soffice – così Nigel Farage, appena interpellato all’uscita dal seggio, ha definito l’elettore pro-Ue – sostenitore del remain.

Per restare in tema Farage: il nostro era atteso al Dibattito finale ma non c’è andato, forse perché temeva lo spiedo di Jeremy (Paxman). Uscito dal suo seggio in South London si è mostrato raggiante. Ieri aveva definito la giornata di oggi l’Independence day della Gran Bretagna, riferendosi al remake dell’omonimo film del 1996 (massacrato dalla critica). A rigor di logica, questa potrebbe essere l’ultima sua giornata in politica attiva qualunque sia l’esito. Quanto a Jeremy Corbyn, all’uscita del seggio, ieri mattina, ha scherzato con i giornalisti: «I bookmaker di solito ci azzeccano, ma con me hanno sbagliato alla grande l’anno scorso, no?».

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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