La congiura dei diseguali

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172 contro 40, è il risultato del voto di sfiducia nei confronti di Jeremy Corbyn. Nell’ennesimo di una serie di terremoti-matrioska innescati dal referendum di giovedì scorso, più dell’80% dei parlamentari laburisti gli si è pronunciato contro, dopo una serie di incontri, pianti, accese discussioni e litigi.

Mentre scriviamo, una sequela di deputati sta sfilando ai microfoni della Bbc giustificando il golpe e una massa di militanti si sta riversando a Parliament Square – come aveva già fatto lunedì sera – per manifestare il proprio sostegno al leader. Sulla sua composizione ci sarà da opinare, come hanno fatto ieri svariati deputati ribelli: hanno sostenuto che ci fossero solo rappresentanti del Swp e anarchici, gruppi che con il partito hanno poco o nulla a che fare. Il campo del leader assediato smentisce: erano soprattutto giovani membri del gruppo “pretoriano” di pressione Momentum, che gli si è costituito attorno per spingere a sinistra il baricentro del partito.

«Sono stato democraticamente eletto leader del partito laburista per un tipo nuovo di politica dal 60% dei membri e dei sostenitori del Labour e non li tradirò dando le dimissioni. Il voto dei deputati di oggi non ha legittimità costituzionale», ha dichiarato Corbyn. Non va da nessuna parte insomma, come ha ripetuto più volte da quando le manovre per spodestarlo hanno trovato nell’esito referendario un’irresistibile propulsione. Ma è un generale assediato dal suo stesso stato maggiore. Una serie iniziale di defezioni di figure-chiave del suo governo ombra, tra cui Maria Eagle, Heidi Alexander, Hilary Benn e Lord Falconer, ha poi dato luogo a una vera emorragia tra i deputati front e backbenchers. La ricostituzione affannosa e frenetica di un gabinetto ombra ieri mattina non ha per nulla cambiato il corso degli eventi. Il clima interno è teso, plumbeo, pesante. I dissidenti sostengono che Corbyn, non esattamente un volitivo trascinatore, sia prigioniero del proprio staff, e ormai una minaccia esistenziale al partito.

Reso noto alle 6 del pomeriggio di martedì, ora italiana, questo verdetto era in qualche modo annunciato. L’uscita del Paese dall’Ue non ha fatto altro che accelerare un processo cominciato comunque nove mesi fa, nel giorno stesso in cui Corbyn – un militante “radicale” di vecchia scuola, specie quasi protetta in un partito che ha vissuto una profonda mutazione sociale al proprio interno – stravinceva le primarie con la maggioranza più ingente di qualsiasi altro candidato leader, grazie all’introduzione da parte del suo dimissionario predecessore, Ed Miliband, di un meccanismo elettivo all’americana che oltre a dare alla base degli iscritti la possibilità di voto, la allargava a chiunque purché pagasse tre sterline.

È così che quest’alieno – di simpatie repubblicane, contrario agli armamenti nucleari, alle guerre umanitarie, ribelle in centinaia di votazioni contro il suo partito, insomma del tutto privo della patina amministrativo-manageriale tipica del deputato laburista contemporaneo – è riuscito a squattare legalmente la direzione: sospinto da una massa crescente di militanti soprattutto giovani, penalizzati dalle politiche neoliber-laburiste istituzionalizzate dal circolo di Tony Blair (Peter Mandelson, Gordon Brown) stanchi di un partito ormai indistinguibile dallo stesso establishment che era nato per combattere. Dopo aver covato per mesi, quella che un deputato ha definito la battaglia per l’anima del partito è ora esplosa in campo aperto. Le accuse mossegli sono di non aver svolto un ruolo sufficientemente efficace nel convincere l’elettorato laburista a votare per restare in Europa, accusa dalla quale si è difeso replicando che due terzi dell’elettorato labour ha votato Remain. Ora gli si contesta di non essere in grado di condurre le negoziazioni per l’uscita del paese dall’Ue e soprattutto di non essere un leader credibile per vincere le elezioni anticipate, che si profilano il prossimo autunno.

Mentre i deputati gli fanno terra bruciata attorno, il problema è ora costituzionale. Team Corbyn sostiene che la ricandidatura del leader deposto dovrà avere accesso automatico, mentre il Plp lo vorrebbe costretto a ottenere di nuovo la nomina alla rosa dei candidati, occasione in più per farlo del tutto fuori. Nel frattempo si lavora per opporgli candidati più moderati e appetibili alla componente centrista. I nomi di Maria Eagle e del vice Tom Watson sono i più papabili.

Ma Momentum, che ha avuto un boom di iscrizioni, 1700 nelle ultime 24 ore, e la cui petizione «Confidence for Corbyn» ne ha raccolto oltre 56000 dal fine settimana, potrebbe ricorrere alla deselezione dei deputati ammutinati. Si profila uno scontro doloroso eppure interessante. Come per il referendum sull’Eu, anche nei partiti i metodi della democrazia diretta prima o poi cozzano con un esercizio dall’alto del potere.

(il manifesto, 29/06/16)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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