Il leader dimezzato

Con i due principali partiti senza un leader in servizio permanente effettivo – David Cameron che si è gettato sulla sua spada, Jeremy Corbyn con la pistola puntata alla tempia dai suoi stessi compagni di partito – la Gran Bretagna comincia un lungo e sofferto addio al bipolarismo, alla governabilità e alle gioie dell’uninominale secco. Per Corbyn, quella di ieri è stata una giornata di passione e d’indicibile pressione.

Ma se nei Tories la spaccatura è vissuta a livello di protagonismo professionale e carrieristico (alla fine sono sempre tutti d’accordo nei loro presupposti) nel Labour la scissione è profondamente ideologica. Ed è ormai guerra civile: scomposta, crudele, spietata. Da tre giorni si cerca di esercitare una pressione violenta nei confronti del Corbyn-essere umano nel tentativo di indurlo a lasciare per esasperazione, si fa leva sulla sua gentilezza e sulla sua presunta fragilità. Una tecnica che fa pensare a quegli interrogatori che puntano a spezzare la risoluzione della vittima.

Il golpe interno -che ha visto Corbyn brutalmente scaricato da 172 deputati contro 40 rimasti al suo fianco, dopo che già tre quarti del suo governo ombra lo aveva piantato in asso in un voto di sfiducia a scrutinio ovviamente segreto – continua. Lui non molla, sa di avere dalla sua la base del partito che l’ha eletto con una maggioranza mai vista. Sa di avere dietro i sindacati, che vedono in lui un argine contro l’offensiva mossa da tempo contro i diritti dei lavoratori da parte di entrambi i due maggiori partiti, confluiti in una poltiglia centrista che ne rende le politiche in buona parte indistinguibili.

Ieri i segretari dei sindacati Unite, Unison, Gmb e Cwu si sono riuniti per discutere la linea da tenere. Adesso dovranno indire nuove elezioni del leader, benché nessuno dei congiurati abbia lo spessore elettorale sufficiente a convincere la base a preferirla/lo al loro eroe. Tom Watson, il vice di Corbyn, anche lui un «modernizzatore», ha dichiarato che non si candiderà.

Ora siamo alla fase due. Dopo le defezioni-fiume di molti deputati abbastanza oscuri, cominciano le dichiarazioni dei vecchi leader blairisti e postblairisti che fino ad ora avevano avuto l’accortezza di tacere per non essere sospettati di esserne i burattinai. Ha cominciato ieri mattina Margaret Beckett, singhiozzando che in tutta la sua vita politica non aveva mai mancato di fedeltà a un leader del suo partito.

Le hanno fatto eco nel pomeriggio altre figure senior, come l’ex leader Ed Miliband e Harriet Harman, l’ex presidente del partito: hanno deciso di rompere gli indugi e di dare una spallata finale nel tentativo di indurre Corbyn a lasciare. Anche Gordon Brown è uscito allo scoperto, dicendo che il Labour deve decidere se è un partito di protesta o di governo, una filastrocca già sentita altrove. Le onde d’urto sono arrivate anche nel partito scozzese, da cui sono piovute al segretario richieste di farsi da parte. Sotto shock per la Brexit – naturalmente colpa sua, non dei Tories – ieri pomeriggio abbandonavano Corbyn anche economisti dal volto umano come Thomas Piketty e Mariana Mazzucato, che gli facevano da consulenti. Non senza dichiararsi pronti a risaltare a bordo non appena cambi il leader. In compenso, Corbyn ha ricevuto la telefonata solidale di Alexis Tsipras.

Poche ore prima, durante il «Prime Minister’s Questions», il leader dimezzato aveva affrontato l’insolito silenzio misto di scherno e pietà con cui l’aula assisteva al suo scambio con Cameron, il quale – colmo dei colmi – ha concluso esortandolo a dare le dimissioni «nell’interesse del paese».

Venticinque anni dopo, il progetto modernizzatore di Tony Blair sta dando i suoi frutti. Il trauma dell’uscita dall’Ue, agevolato dagli elettori storici dai quali il partito sotto la sua guida si era del tutto allontanato, ha fatto crollare il ponte che separa i deputati middle class dalla propria base popolare. Con il risultato di renderli socialmente estranei.

E Jeremy Corbyn non è la causa di questa estraneità, ne è solo un sintomo. Tony Benn diceva che il partito laburista è come un uccello: per volare ha bisogno dell’ala destra e dell’ala sinistra. È una metafora che non tiene più.

I deputati ribelli hanno costituito una campagna «Saving Labour» per il possesso del nome del partito. Una scissione, comunque finisca lo psicodramma della leadership, sembra non del tutto lontana. «Momentum», il comitato costituitosi attorno a Corbyn e al suo compagno John McDonnell, il ministro-ombra dell’Economia, ha organizzato una grande protesta di piazza per venerdì.

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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