A volto scoperto

L’assai minacciata candidatura di Angela Eagle, ex ministro ombra che domani lancerà formalmente la propria sfida a Jeremy Corbyn per la guida del partito laburista dopo la sfiducia al leader da parte dell’80% dei deputati, era in frigo da qualche giorno.

Ufficialmente per dare tempo a Tom Watson, il vice leader, di mediare tra l’entourage di un Corbyn inamovibile, appassionatamente sostenuto dalla base e dai sindacati, e i suoi deputati, che lo vedono come un intruso venuto a devastare il bel giardino del New Labour, nel quale molti di loro sono nati e cresciuti e oltre il quale non sono mai andati.

Watson ci ha provato controvoglia, se fosse per lui avrebbe mollato Corbyn chissà da quanto e invece gli è toccato di fare il mediatore. Una veste durata poco però: un importante meeting fra lui, il leader di Unite Len McCluskey, tenace sostenitore di Corbyn, e altre figure dirigenziali del partito che doveva avere luogo oggi è stato improvvisamente cancellato da Watson, scatenando la reazione piccata di McCluskey, che ha parlato apertamente di un «atto di sabotaggio» del partito. La rinuncia di Watson implica che i frondisti intendono andare incontro al proprio destino in campo aperto.

Ora che Angela Eagle ha finalmente rotto gli indugi, il partito laburista procederà verso una nuova elezione del leader, alla quale lo sfiduciato (solo dai suoi deputati) Jeremy Corbyn intende beatamente ripresentarsi, convinto com’è di rivincere.

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Angela Eagle e Jeremy Corbyn in una foto alla Camera – PaWire/LaPresse

Nelle due settimane dall’inizio dello sconclusionato putsch mossogli dalla componente parlamentare subito dopo il trauma Brexit, Jeremy Corbyn non ha fatto una piega. Non c’è da meravigliarsi. In mezzo alle stridule accuse d’ineleggibilità con cui il Plp ha giustificato la propria rivolta al mite Jeremy, la base degli iscritti superava la soglia incredibile di 515.000 iscritti: la più elevata raggiunta dal partito in decenni, con un picco di 128.000 soltanto nelle ultime due settimane.

Alla sfiducia mossa a Corbyn nella congiura parlamentare ha fatto da contraltare la mobilitazione scatenata della base del partito, che ora ammonta a più del doppio dei tempi di Ed Miliband.

Nemmeno Tony Blair, l’invasore in buona fede dell’Iraq, era stato capace di tanto nei suoi anni d’oro.

Tanto che adesso Corbyn pare addirittura spavaldamente rilassato: «Su di me non c’è alcuna pressione», ha detto. Ha scritto un baldanzoso pezzo sul Guardian rivendicando il bisogno di unità del partito e accusando i Tories di aver gettato il paese in questo limbo d’incertezza.

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È apparso sul palco accanto al veterano socialista Dennis Skinner a Durham, per un evento organizzato dalla comunità di minatori della cittadina del Nord, piagata dalla deindustrializzazione.

Venerdì è andato a un meeting di leader socialisti a Parigi per discutere dell’uscita del paese dall’Ue. Sa che ha tutto il diritto di apparire automaticamente come leader «uscente» nella rosa dei candidati, benché anche questo gli venga contestato dal Plp.

Nel palazzo laburista, fare fuori l’alieno Corbyn è stato un mantra sin dai primi minuti della sua mirabolante elezione, ma ora i tempi sono precipitati.

Varie scadenze hanno forzato la mano dei ribelli: oltre al Brexit, l’uscita della dannosa inchiesta Chilcot sulle sozzerie blairiane in Iraq che inchiodano moralmente tutta l’élite alla guida del partito e il rischio – per ora presumibilmente rientrato – di elezioni anticipate in autunno.

Altro terreno di scontro sarà il prossimo voto sul rinnovo del sistema di sottomarini nucleari Trident, al quale questo Labour è favorevole di default ma che Corbyn invece combatte da sempre.

Cameron ha annunciato il voto per il 18 luglio. Corbyn ha concesso ai suoi il voto secondo coscienza, aprendo il fianco a un’altra prova di disunità.

(il manifesto, 10/07/16)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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