Volere è trovare

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FR-EE City di Fernando Romero

L’Inghilterra – e in epoca di Brexit il consueto lapsus del chiamare così la Gran Bretagna quasi non è più tale – è sempre stata terra d’utopie, gli inesistenti luoghi idealizzati capaci di trascendere le miserie umane. Almeno fin dai tempi di Thomas More, che giusto cinquecento anni fa scrisse il suo fondamentale Utopia. Oggi questo luogo che ancora non c’è va più che mai trovato, e con estrema urgenza. Se n’è accorto anche il design contemporaneo, che in massa converge nella sontuosa cornice neoclassica della Somerset House a Londra per una settimana dal 7 al 27 settembre sotto l’ombrello della prima London Design Biennale.

Diretta da Christopher Turner e connessa con Utopia 2016, le celebrazioni dell’anniversario del fondamentale testo di More, la neonata manifestazione espone la crème della creatività del design mondiale con più di 35 paesi partecipanti da sei continenti, ciascuno schierato con i propri migliori musei, istituzioni e fondazioni preposte. In una coscienziosa tregua dalla perenne ricerca della sedia e dalla saliera perfette, si misureranno con il pressante tema di quest’evento inaugurale: Utopia by design, che invoca soluzioni rapide e praticabili a problemi come sostenibilità, migrazioni, inquinamento, fabbisogno idrico, diseguaglianze sociali.

Il bisogno di nuove tipologie progettuali che sappiano rispondere alla crescita anarchica delle città globali è affrontato dallo studio dell’architetto e urbanista messicano Fernando Romero, che con l’installazione FR-EE City propone il superamento del tradizionale binomio radiocentrico/a scacchiera dello schema urbanistico con uno a pianta esagonale, sintesi dei primi due: un modello architettonico adatto a comunità di confine. Partendo dallo studio della prossimità di Hong Kong con la Cina e di quella del Messico a ridosso della frontiera americana, Romero propone “la creazione di linee guida per una nuova città in cui gli abitanti possano costruire una società basata su principi di eguaglianza, sostenibilità e libertà di scelta”.

Da Israele, un utile apporto in un’epoca di disastri ambientali sempre meno infrequenti: Human.Touch presenta soluzioni al soccorso in aree in stato di calamità naturale. Air Drop, di Yaniv Kadosh è un sistema che adotta paracadute per lanciare tre chili di viveri e medicinali in zone momentaneamente irraggiungibili, mentre il progetto di Sharona Merlin, Louder, consta di due diffusori audio per non udenti che traducono il suono in segnali visivi e vibrazioni nel pavimento. “Speriamo che i visitatori ne escano sorpresi e con la consapevolezza che il design si sta spostando dal fare oggetti migliori al migliorare il mondo,” si augurano le curatrici, Tami Warshavski e Hila Shaltieli.

Un ritorno a tematiche più consuete è segnato dalla proposta del Sudafrica. I “nidi” del designer Porky Hefer che in Otium and Acedia, (Ozio e accidia) prendono le mosse da quelli – giganteschi – di alcune specie aviarie sudafricane. L’associazione tra il dondolarsi beati dentro fumettistiche bestie feroci penzolanti dal soffitto e l’utopia è forse un po’ laboriosa, ma i nest di Hefer “invitano la bestia interiore a uscire e a giocare […] sono esperienziali, trasformativi, incoraggiano a vedere un universo differente,” giurano curatori, i coniugi McGowan, Trewyn e Julian, invitando a un’accogliente regressione infantile in un paese in cui “c’è un bisogno disperato di utopia.”

(Vogue Italia, 09/16)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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