The real The Donald

30europa sassoon intervista

Donald Sassoon, professore emerito di storia europea comparata presso il Queen Mary College, dell’Università di Londra, è uno dei massimi esperti di socialismo europeo. Autore, fra gli altri de La cultura degli europei. Dal 1800 a oggi, ha appena terminato un tomo sul capitalismo globale dal 1880 al 1914.

Professor Sassoon, Jeremy Corbyn ha dimostrato la sua attuale invincibilità all’interno del partito resistendo a un attacco frontale durissimo da parte dei suoi stessi deputati. Che dopo questa sonora débâcle sono affranti.

Di solito i leader politici dicono che vinceranno le elezioni, anche quando è palesemente vero il contrario, pensiamo al leader dei liberal-democratici Tim Farron, alla guida di un partito decimato i cui deputati entrerebbero in un taxi, che ha fatto affermazioni quasi trionfalistiche. Solo i centristi del Labour ripetono ossessivamente che il loro partito le perderà.

Questa “lotta per l’anima del partito” riflette la spaccatura tra due blocchi sociali al suo interno come del resto nel paese reale?

Non sono solo i deputati moderati ad aver vissuto in una bolla completamente rimossa dall’umore della base del partito, è anche la stragrande maggioranza dei commentatori, Guardian in testa, che troppo spesso si contentano di ottenere le loro informazioni politiche semplicemente andando a pranzo e a cena a Westminster con loro.

La componente parlamentare proprio non ne vuole sapere di lasciare che un po’ di buona, vecchia democrazia si diffonda nel partito laburista. 

No. Anzi, il Parliamentary Labour party (Plp) si trova di fronte al paradosso dolorosamente descritto da Brecht a proposito del partito comunista della Repubblica Democratica tedesca nel reprimere le rivolte del ’53: “Non sarebbe meglio sciogliere il popolo ed eleggerne un altro?”

Tutto questo pessimismo cosmico dei moderati è giustificabile? Quanto “ineleggibile” è davvero Jeremy Corbyn?

È poco probabile che il partito possa vincere le prossime elezioni, anche solo per via delle enormi perdite subite in Scozia nel 2015 a vantaggio dei nazionalisti, una sconfitta incassata da Ed Miliband prima che Corbyn diventasse leader del partito. Tanto più che da nessuna delle due parti sembra esserci appetito per una coalizione con lo Scottish National Party (Snp). Ma i centristi, che sono del tutto privi di uno straccio di leader, di certo non le vincerebbero nemmeno  loro. Nella sua storia dal secondo dopoguerra, il partito laburista ha vinto le elezioni solo con Attlee, con Wilson, e con Blair (ben tre volte con quest’ultimo), ma il nome di Blair oggi è una parolaccia nel partito e nel paese in generale.

Gli attacchi alla leadership sono piovuti anche con la scusa che i tories potrebbero andare di sorpresa alle urne approfittando del caos interno all’opposizione per ottenere un mandato più schiacciante. 

Quanto al rischio di elezioni anticipate: per indirle, Theresa May dovrebbe passare sopra a una legge introdotta di recente che ne impedisce la convocazione. È una cosa che potrebbe fare, ma al momento sembra improbabile. Di solito la tradizione vuole – l’hanno fatto vari primi ministri in passato, compreso Blair – che le si convochi al quarto anno, cioè un anno prima che finisca la legislatura.

Come commenta le ossessive accuse a un partito improvvisamente ostaggio di antisemitismo, sessismo e di trotzkismo?

Corbyn aveva commissionato un’inchiesta interna sul presunto antisemitismo nel Labour a Shami Chakrabarti (ex leader storica dell’organizzazione per i diritti civili Liberty, ndr). Le accuse di antisemitismo sono abbastanza irrilevanti, le ho vagliate assieme ad altri iscritti ebrei al partito. In proporzione c’è molto più antisemitismo nel partito conservatore e per ovvie ragioni; in Gran Bretagna gli ebrei sono pochi e stanno abbastanza tranquilli rispetto al resto d’Europa, ma soprattutto in confronto alla marea islamofobica dilagante nel paese. Quanto al trotzkismo, è un’accusa ridicola, parliamo di pochissimi elementi che peraltro c’erano in tutti i partiti della sinistra europea, Pci compreso.

Come giudica la situazione in Gran Bretagna rispetto a quella del resto dell’Europa? 

Il quadro per la sinistra europea è abbastanza desolante, se uno guarda alla Germania e all’Italia, ma anche alla Grecia, alla Spagna e, soprattutto, alla Francia.

Ora tutti i moderati sembrano convergere trepidanti attorno alla figura del neo-sindaco Sadiq Khan: working class, moderato, e pro-business comme il faut.

È l’unico, a parte Corbyn, che potrebbe ambire alla leadership, ma al momento gli conviene fare il sindaco. Si troverà in una situazione simile a quella di Boris Johnson, che verso la fine del suo mandato da sindaco ha cominciato a programmare il proprio ingresso in parlamento per la scalata al vertice.

Cosa pensa del programma appena delineato al congresso di Liverpool? È poi così spietatamente socialista?

Si fa un gran parlare delle nazionalizzazioni: in realtà quelle non le chiede nessuno, eccetto che per le ferrovie, il che, secondo i sondaggi, sarebbe una cosa alquanto popolare. Le ferrovie di questo paese sono un disastro. Le altre cose proposte (aumento del salario minimo ecc.) sono “banalmente” social-democratiche.

Da allievo e amico del compianto Eric Hobsbawm, secondo lei cosa avrebbe pensato il grande storico della Brexit e di Corbyn?

Sulla Brexit sarebbe senz’altro dalla parte del Remain. Quanto a Corbyn non lo so.

(il manifesto, 30/09/16)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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