Cortecircuito: intervista a John Ryan

Il professor John Ryan è un politologo, al momento Visiting Fellow alla London School of Economics di Londra. Si occupa principalmente di rapporti fra la Gran Bretagna e l’Unione Europea. Gli abbiamo chiesto un commento alla sentenza dell’Alta corte britannica sulle prerogative del governo rispetto alla Brexit.

Professore, qual è il suo giudizio su questa sentenza?

Mi sembra abbastanza ragionevole. L’esecutivo non può avvalersi della Royal prerogative e decidere senza il consenso del parlamento in quella che è la più importante decisione in una generazione nella vita politica del paese. Tutto sommato il voto della Brexit serviva proprio a restituire maggiore sovranità al paese e il parlamento è proprio una delle aree in cui questa sovranità dovrebbe risiedere. La stessa cosa avviene in altri paesi: ogni qualvolta l’esecutivo sopravanza le proprie competenze deve essere in qualche modo ridimensionato.

Theresa May ha sbagliato a fissare il marzo 2017 come applicazione dell’articolo 50?

Direi di sì, è troppo presto. In primo luogo perché ci saranno le elezioni in Olanda, le presidenziali in Francia e le elezioni federali in Germania, un periodo in cui leader dei rispettivi paesi saranno impegnati in campagna elettorale, dunque concentrati sui propri problemi e per quanto la Brexit sia una cosa assai importante necessariamente dovranno dare la precedenza alle questioni interne.

Theresa May quando era il ministro dell'Interno del governo Cameron

Theresa May quando era il ministro dell’Interno del governo Cameron – PA

La prima ministra avrebbe fatto meglio ad aspettare la fine del 2017. Quand’anche confermasse il giudizio espresso oggi dall’Alta corte, la Corte suprema non affronterà la questione prima di gennaio. Tenendo conto che dovranno tenersi i dibattiti parlamentari e aver luogo la legislazione, sarà estremamente improbabile, per non dire impossibile, che ci si riesca entro la fine di marzo 2017.

In questo referendum sono stati malamente danneggiati più o meno tutti i partiti britannici, con eccezione del Snp, il partito nazionalista scozzese, che adesso può permettersi di annunciare le consultazioni per un nuovo referendum secessionista. Ma che la Scozia abbia la possibilità di restare nell’Unione Europea come stato indipendente è una possibilità estremamente improbabile, se non insostenibile da un punto di vista economico, mentre per i conservatori britannici il problema è che la destra del partito vuole uscire rapidamente dall’Ue.

E con questa decisione prevedo un certo subbuglio tra i conservatori. Per i prossimi 18 mesi o forse anche oltre.

Quali sono le implicazioni politiche della sentenza?

Da un punto di vista parlamentare questa è senz’altro una vittoria: sia nella Camera dei comuni che nella Camera dei lord le maggioranze erano per il Remain. Ma nelle circoscrizioni della camera bassa, 421 su 650 hanno votato per uscire: una volontà chiara di cui anche i deputati schierati a favore del Remain devono tenere assolutamente conto.

Il fatto è che man mano che questo processo si dipana, la sentenza viene confermata e il parlamento si pronuncia, le cose potrebbero cambiare in modo dirompente: il partito laburista potrebbe guadagnare terreno e mettere seriamente in difficoltà i Tories, obbligandoli a dichiarare quali sono i loro piani per la negoziazione dell’uscita, dal momento che fino adesso nessuno ha effettivamente chiaro quale questo piano effettivamente sia.

Resta soprattutto il fatto che ci troviamo in un vuoto costituzionale, favorito dall’assenza di costituzione scritta.

Quali sono le possibilità secondo lei che effettivamente la decisione di oggi possa impedire se non addirittura ostacolare la Brexit? Potrebbero esserci elezioni anticipate?

Non penso proprio che ci sia la possibilità di bloccare l’uscita, considerando l’opinione pubblica in questo momento, ma rallentarla senz’altro sì. Quanto a elezioni anticipate, le escluderei senz’altro.

(il manifesto, 04/11/16)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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