Bargaining (fish and) chips

Come ogni minuetto che si rispetti, la negoziazione sulla British Exit danzata dalla Gran Bretagna di Theresa May prevede dei passetti avanti e passetti indietro.

Ma quello spiccato – all’indietro – dalla premier mercoledì è stato un autentico balzo. Che ha sbilanciato di nuovo tutta la quadriglia.

PARLANDO IN CINA durante un viaggio ufficiale volto a rinsaldare e ampliare i rapporti economici fra i due Paesi, soprattutto in vista del futuro stato commercialmente apolide di Londra, May ha detto chiaramente che per i cittadini europei che intendono vivere e lavorare nel Regno Unito vi saranno due trattamenti diversi, a seconda che si siano già stabiliti prima della deadline del marzo 2019, oppure dopo lo scadere del cosiddetto periodo di transizione, il 31 dicembre 2020 (e durante il quale tutto dovrebbe restare com’è).

«C’è una differenza fra chi è arrivato prima che noi lasciassimo e chi arriverà sapendo che la Gb sta uscendo», ha detto, compiendo di fatto un dietrofront sulla libera circolazione delle persone in Gran Bretagna durante lo stesso periodo di transizione. La disparità di trattamento riguarderebbe naturalmente gli «ultimi» arrivati: costoro non godrebbero degli stessi diritti di chi è arrivato prima, dovrebbero essere muniti di permessi di lavoro obbligatori, avrebbero l’obbligo di farsi registrare quando arrivano e godrebbero di un accesso limitato allo stato sociale.

LA LEVATA DI SCUDI delle associazioni che tutelano i diritti dei cittadini europei residenti in Uk e la loro controparte di britannici residenti in Europa non si è fatta attendere. Hanno parlato di «totale caos» a proposito della gestione burocratica della faccenda. Ci ha pensato il negoziatore ufficiale Guy Verhofstadt, la cui durezza nei confronti di Londra a volte sembra quasi rasentare l’anglofobia, a tracciare la linea della fermezza in un’intervista rilasciata al Guardian: «I diritti dei cittadini durante il periodo di transizione non sono negoziabili. Non accetteremo un duplice loro trattamento. Perché la transizione funzioni, deve significare la continuazione della legislazione attuale senza eccezioni».

MAY NON MOLLA, ma barcolla: il suo governo (di minoranza) è pieno di mezze figure assenzienti, le voci di faide interne ai suoi danni si susseguono puntualmente dalle ultime elezioni, il Paese sulla questione Brexit resta spaccato più che mai. Per non parlare, naturalmente, del suo stesso partito: come ha notato un attento commentatore politico inglese, se prima i conservatori si mettevano sempre d’accordo nel nome dell’esercizio del potere e a prescindere dal contenzioso, ora la faglia ideologica sull’Europa che ha attraversato la loro storia è ormai una voragine stradale a cielo aperto.

COSTRETTA ALL’ANGOLO da certi rappresentanti dell’euroscetticismo tories in brache alla zuava come Jacob Rees-Mogg – il fanatico Brexiteer le ha tuonato contro, accusandola di supervisionare il declassamento della gran Bretagna a «stato vassallo» dell’Ue – May doveva dare un contentino urgente a chi la dipinge come una Britannia col segno meno davanti. Compito non facile, soprattutto dopo aver tendenzialmente inghiottito tutte le clausole blindate che Barnier & Co. le hanno apparecchiato: il saldo pecuniario – salato – dell’uscita, la faccenda complessa del confine con l’Irlanda del Nord e il perdurare della sovranità della Corte europea di giustizia su faccende giurisprudenziali interne del Paese. E lo fa proprio sul terreno su cui Bruxelles è risoluta a non arretrare: quello delle quattro libertà che, come le virtù cardinali la vita del buon cristiano, regolano l’edificio neoliberista dell’Ue: libertà di transito di beni, servizi, capitali e lavoratori.

IL TUTTO poco dopo la pubblicazione da parte del sito Buzzfeed.com di un rapporto governativo sull’impatto economico dell’Exit che, in modo forse non del tutto imprevedibile, dipinge un quadro a tinte fosche: la conclusione è che, da solo, il costo rappresentato dall’imposizione delle stesse restrizioni alla migrazione dei cittadini extraeuropei a quelli europei cancellerebbe di molto il beneficio di un accordo commerciale di libero scambio con gli Stati Uniti.

(il manifesto, 02/02/18)

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Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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