L’estasi (e il tormento) di S. Theresa

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È la fine dell’inizio. Dopo cinque ore asserragliati a Downing Street a discutere le 500 pagine di accordo concluso con Bruxelles sul futuro rapporto fra Ue e Gran Bretagna dopo l’exit di quest’ultima – il prossimo 29 marzo 2019 – Theresa May ha il sostegno del suo governo.

Non è che la prima di una serie di stazioni della via crucis di S. Theresa Brexit, intenta a negoziare con se stessa. La bozza dovrà ora affrontare un parlamento in buona parte ostile, dove May non ha la maggioranza e con un partito laburista critico e affamato di urne. Vari scenari: Brexit «dura», un altro referendum, estensione dell’articolo 50 o elezioni anticipate.

È stato il «Consiglio dei Ministri del Giudizio». Cominciato ieri alle 14, il cabinet meeting più importante della carriera di May e del suo governo – fatto di comprimari e opportunisti raschiati dal fondo del barile conservatore – aveva uno scopo fondamentale: far digerire a detti ministri, alcuni euroscettici irriducibili, l’epica bozza di accordo finalmente redatta con Bruxelles a 875 giorni dal Giorno Zero, quel 23 giugno 2016 in cui il paese ha deciso di mollare la band (gli Europe, in pieno blocco creativo) e cominciare la carriera solista.

Una bozza che pende verso chi tiene il coltello per il manico, l’Ue. Man mano che la cruda realtà della sproporzione delle parti in causa emergeva (e il profilo della catastrofe economica di un no deal si stagliava cupo), i toni baldanzosamente “Dunkirk” di May («Nessun accordo è meglio di un cattivo accordo», tuonava mesi fa) si sono umilmente stemperati.

Il suo «piano Chequers», che l’aveva liberata del clown Boris (Johnson), è stato bocciato dall’Ue. Le cui condizioni già ieri provocavano la levata di scudi d’impavidi brexittieri quali il succitato Johnson, Jacob Rees-Mogg, David Davis e i pronipotini di Guglielmo D’Orange del Dup: soprattutto in merito alla cruciale questione del confine tra le due Irlande, che durante la campagna referendaria veniva a malapena citata.

Sono fumiganti d’ira. Fondamentale, dunque, la digestione del rospo irlandese. Al momento le merci entrano ed escono dai due paesi senza controlli, entrambi fanno ancora parte dell’Ue. Una volta uscita la Gran Bretagna, Bruxelles, e soprattutto Dublino, non vogliono la reintroduzione di un confine fisico che metterebbe in discussione la pace ottenuta con il Good Friday Agreement del 1998. Questo si otterrebbe con un’«area di regolamentazione comune» in Irlanda proposta dall’Unione europea, mantenendo in buona sostanza le due Irlande dentro l’Ue fin quando non si trovi l’assetto definitivo di tale rapporto.

Questa soluzione di sicurezza, o backstop, potrebbe non essere utilizzata ma fa comunque infuriare il Dup, che la vede come una minaccia all’integrità del Regno unito, diviso da un confine nel mare d’Irlanda (o peggio un cavallo di Troia per la riunificazione dell’Irlanda stessa); gli euroscettici, che la considerano una forma di umiliante vassallaggio dell’ex dominatrice dei mari; e naturalmente i remainer bipartisan, che oltre a temere le conseguenze economiche di una Brexit «dura» vogliono disperatamente un secondo referendum (che non avranno a meno che non cada il governo) o un «voto del popolo» finale sull’accordo finalizzato dal governo.

È ironico che proprio l’isola di Shakespeare debba al teatro (dell’assurdo) continentale il canovaccio della vicenda più delicata della sua storia dal 1945. Col passare dei mesi la tragicommedia Brexit sembra sempre più il frutto di uno sforzo a più mani di Ionesco e Beckett (non senza l’aiutino asburgico di Kafka e Musil). Un imbevibile cocktail di nanoburocrazia molecolare mista a fondamentalismo nazional-religioso, mercantilismo settecentesco e neoliberalismo agonizzante, di cui ormai nessuno capisce più nulla, non solo le sue vittime volenti o nolenti – i cittadini – ma anche i commentatori e i politici, che ci si arrabattano trafelati lasciando scoperti in modo impudico i propri umani limiti intellettuali.

May è forse l’ultimo esemplare di figura politica novecentesca che sconta l’aver creduto di credere al bene del suo paese più che a quello del proprio schizofrenico partito – oltre ad aver colto l’occasione di un premierato al quale, in condizioni storiche meno surreali, difficilmente avrebbe avuto accesso. Oggi il suo titanismo – altri avrebbero già dato le dimissioni per proteggere la propria sanità mentale – appare più eroico che patetico. Prossima stazione, la Camera dei Comuni.

(il manifesto, 14/11/18)

 

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Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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