Keep chaos and carry on

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Keep chaos and carry on. Così si chiama la pratica di training autogeno che Theresa May brevetterà dopo aver lasciato la politica.

Corsi e tutorial che in questi tempi “confusi” potrebbero rivelarsi anche più redditizi del circuito delle conferenze e delle consulenze ai dittatori che hanno fruttato a Tony Blair quegli ottanta milioni di sterline con cui sta invecchiando pasciuto dopo aver irrimediabilmente destabilizzato il Medio Oriente.

Ieri May ha ricominciato il giro delle sette chiese europee con la reputazione a brandelli, mendicando quel che non può ottenere nemmeno a caro prezzo: una rinegoziazione dell’accordo che le permetta di tornare alla Camera dei comuni senza essere subissata di ludibrio nel ricevere con gli interessi quella sconfitta surrettiziamente evitata ieri. Non le restava che tornare lei medesima – Stephen Barclay, l’attuale ministro per Brexit, il terzo in pochi mesi, è incerto se fregiarsi della qualifica di portaborse o di prestanome – prima ad Amsterdam (colazione con Rutte), poi a Berlino (pranzo con Merkel) e poi, per l’ennesima volta, a Bruxelles (cena con Juncker e Tusk). A cercar di strappare l’assicurazione legale che il Paese non rimarrà indefinitamente nelle spire dell’idra europea per colpa del diabolico backstop nordirlandese, né che sarà di fatto diviso, con l’Irlanda del Nord oggetto di perduranti norme europee. Inutile a dirsi, non la otterrà. È chiaro che Bruxelles vuole vincere la guerra dei nervi per esaurimento, sperando che tutto si risolva in un nulla di fatto e il Paese resti dov’è.

MENTRE MAY continua a sbattere nella bottiglia europea come una falena impazzita, Corbyn chiedeva una discussione in aula sul vituperato rinvio, accusandola di fuggire, di sperperare denaro pubblico in inutili perorazioni e insistendo a gran voce perché il voto rinviato di ieri si tenga quanto prima. Ha però resistito alla pressione che veniva dai nazionalisti scozzesi del Snp di intavolare da leader dell’opposizione una mozione di sfiducia, forse consapevole dei (mendaci?) sondaggi che non darebbero il Labour come sicuro vincitore di possibili elezioni anticipate. Peraltro, la sentenza capitale per May potrebbe venire proprio dal suo stesso partito: le famose quarantotto lettere necessarie affinché si apra un’elezione del leader conservatore sono finora venticinque, ma gli sfiducianti non sono tenuti a dichiararlo: tutto dipende dall’onestà del destinatario, il presidente del comitato adibito all’elezione Graham Brady, il solo a poter annunciare il raggiungimento del quorum.

BISOGNA FORSE risalire alle forche caudine per un precedente degno della liquefazione di lunedì, in diretta sui banchi di Westminster, della credibilità della prima ministra. Dopo aver ripetuto fino alla nausea che il suo era il migliore e il meno negoziabile accordo della storia delle relazioni internazionali, May ha fatto un testacoda sul ciglio dell’abisso: sapendo perfettamente che per il suo best deal for Britain non avrebbe votato nemmeno il gatto di Downing Street, ha rinviato il voto a data da destinarsi (ma lei avrebbe preferito da rinviarsi). Per implorare nel frattempo la riapertura delle negoziazioni in un pellegrinaggio imbarazzante presso i diretti interessati.

Intanto, le fazioni di restanti e uscenti che presidiano Westminster si fanno di giorno in giorno più vocianti. Del resto la giornata di lunedì è stata talmente convulsa da far registrare anche episodi in bilico fra il solenne Seicento inglese e questo inverecondo presente. Come quando un deputato laburista, furibondo per il voto rinviato, s’impadroniva del mace, corpulento scettrone di un metro e mezzo che nelle mani sbagliate potrebbe recare dolore fisico oltre che costituzionale. Rappresenta l’autorità della sovrana: se asportato dalla secolare sede, il tavolo centrale dell’aula, il Parlamento non può legiferare. Ma averceli, simili problemi.

(il manifesto, 12/11/18)

 

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Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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