I perdenti e i non vincitori

Jeremy Corbyn; in basso Theresa May al seggio di Maidenhead con il marito Philip

Atene piange, e lacrime amare: alle elezioni amministrative in Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord i Tories beccano la mazzata dovuta e auspicata. A spoglio non ancora del tutto effettuato, ieri pomeriggio, avevano perso 800 seggi e ventotto circoscrizioni inglesi.

Sparta, dal canto suo, ha ben poco di che ridere: i laburisti di Jeremy Corbyn perdono un centinaio di seggi. Ad approfittarne, l’insipidità dei Liberaldemocratici: graziati dal pateracchio Brexit – lo stesso che ha dis-graziato il duopolio Tory/Labour – i Libdem riemergono dagli inferi dov’erano precipitati nel 2015, guadagnandone 450. Bene anche i Verdi, che capitalizzano immeritatamente il lavoro gratuito svolto da Extinction Rebellion: su quasi novanta seggi, anche se restano una macula sulla cartina politica del Paese.

L’analisi di questo voto è talmente pavloviana da leggersi pressoché da sola: i conservatori pagano l’aver affidato la soluzione di un problema causato da un leader non all’altezza a una leader non all’altezza, mentre i laburisti pagano l’aver voluto accontentare tutti scontentando tutti. Va poi ricordato che il partito al governo, alle amministrative, qualche ceffone lo prende sempre. Questo voto non vendicherà certo il cerchiobottismo di Corbyn & Co. su Brexit, ma nemmeno lo sconfessa. Terzi a godere tra i due litiganti sono i liberaldemocratici, usciti dalla quarantena politica autoinflitta quando scelsero di fare da scendiletto ai Tories dello stesso Cameron, con i quali entrarono “in coalizione” nel 2010.

Ma non è che la quiete prima della tempesta: alle elezioni europee di fine mese ci sarà il Brexit Party di Farage a infilzare il costato dei due partiti-martiri e a svuotare i carnieri provvisori dei libdem. Le proiezioni della Bbc danno i due maggiori partiti entrambi al 28%, anni luce lontani dal dominio percentuale di un tempo, con buona pace dell’uninominale secco. Unico segnale inequivocabilmente positivo, la quasi cancellazione di un Ukip orfano dello stesso Farage e per questo scivolato verso una destra fascista e razzista la cui marginalità è perdurante segno della decenza politica nazionale.

Teresa May ne esce ammaccata, ma è difficile calcolare l’incidenza di quest’ultimo fiasco su un calamitoso crepuscolo di carriera. Ieri, ancora prima di parlare a una platea di Tory gallesi, un pensionato inacidito – perfetto idealtipo dell’elettore brexittiere – ne chiedeva a gran voce le dimissioni un attimo prima di essere scortato fuori dalla sicurezza. E questo doveva essere un ambiente a lei non ostile. Sebbene ormai non valga nemmeno la pena di ricordare in quanti sono a volerla fuori dai piedi, basta a riassumere il clima d’insofferenza, quando non avversione, addensatisi attorno ai due principali partiti, ormai in corsa accelerata verso un ridimensionamento percentuale che ricorda le “ingovernabili” democrazie continentali a sistema proporzionale.

La tentazione a considerare le amministrative come un prodromo delle politiche è stata sconfessata dai fatti innumerevoli volte, ma è difficile evitarne l’impatto psicologico. Tutti i giornali vedono quelle di ieri come la prova costume delle prossime europee alle quali il Paese appare sempre più costretto a partecipare. A meno che Theresa May non riesca a trovare un accordo con Corbyn sul suo deal di uscita dall’Ue tale da permettergli di valicare la barriera di Westminster, che lo ha finora respinto tre volte. Ma se Corbyn agirà tatticamente, lascerà May al suo meritato naufragio.

Brexit, o meglio la sua cronica incompiutezza, si conferma la reductio ad absurdum del clima politico di un Paese a capitalismo “maturo” che ormai si comporta come un mocciosetto cui è stato sottratto il giocattolo.

È un genio malefico che, liberato dall’apprendista stregone Cameron, nella lampada non tornerà mai più. Il suo incantesimo sull’elettorato è la totale incapacità di vedere il proprio interesse anche lì dove fosse evidente. È una sconfitta che non conosce vincitori.

(il manifesto, 04/05/19)

 

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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