Di nuovo qui?

Riluttante e con un misto di rabbia, disillusione, risentimento e caparbia speranza, la Gran Bretagna si è trascinata ieri alle urne per partecipare suo malgrado alle elezioni europee, il rito clou dell’istituzione che decise di lasciare tre anni fa e dal cui abbraccio non riesce a divincolarsi, o meglio, a volersi divincolare.

Contemporaneamente l’ex-premier in pectore Theresa May abbandonava l’idea balzana di proporre al voto parlamentare proprio l’accordo che quell’uscita dovrebbe sancire. Che è stato già tre volte respinto, e la cui offerta in extremis di un secondo referendum ha finito per corroborarne – anziché scongiurarne – la probabile quarta bocciatura ai Comuni. Su questo sciagurato withdrawal agreement si sarebbe dovuto votare oggi: il voto è stato invece spostato al sette giugno, sempre che May sia ancora a Downing Street. C’è infatti un’ulteriore imbarazzo ad attenderla, che non vuole lasciarsi sfuggire: accogliere Donald Trump in visita di stato il 3-5 di giugno. Quanto alla logistica del voto di ieri, il Guardian ha ampiamente riportato le proteste di cittadini europei che si sono recati ai seggi per votare e sono stati rispediti indietro per un malfunzionamento delle procedure di registrazione, fatto sonoramente condannato dalla leader scozzese, la nazionalista Nicola Sturgeon.

C’È DUNQUE FEBBRILE attesa per le dimissioni che May, a ieri sera, ancora non si era decisa a presentare. Soprattutto dopo che mercoledì aveva ricevuto la defezione numero quarantuno, una volta di più dal cuore del suo stesso gabinetto: quelle della ministra per i rapporti con il Parlamento Andrea Leadsom, arci-brexittiera della prima ora. May si è ormai consustanziata con il suo accordo: se quello non passa – e qualunque allibratore è d’accordo, non passerà – non le resta che specificare i termini e i tempi della propria uscita di scena.

Nel frattempo, bucate tutte le proroghe concessele finora da Bruxelles per approvare l’accordo della discordia, ora May ce li deve mandare per forza questi settantatré deputati a Bruxelles, salvo magari richiamarli anzitempo qualora qualcosa d’impossibile sblocchi l’inceppamento che – stavolta per davvero – le sta costando la poltrona.

Gli exit poll sono sotto embargo almeno fino a domenica sera, quando si sarà votato anche nel resto dell’Unione Europea, ma l’orizzonte per i due maggiori partiti appare fosco. Vittima di uno smottamento tettonico della sua storia costituzionale, la Gran Bretagna si allontana sempre più dal bipartitismo uninominale che ne aveva fatto un feticcio soprattutto tra i liberali dei paesi dell’Europa meridionale «vittime» del sistema proporzionale. Tories e Labour sono stati fagocitati da Brexit e dalla rigida logica binaria bianco/nero, dentro/fuori, sopra/sotto che ha semplificato il lessico e il dibattito politico in Europa.

LE CRUCIALI ELEZIONI da cui si decide il futuro dell’Ue qui sono vissute un po’ come le quinte della disgregazione molecolare di cui è preda il partito conservatore, ormai deciso a reclamare la testa della sua leader, finora tollerata più che voluta e ora comodamente additata da tutti come unica responsabile di questo immane pastrocchio. E che ora è davvero sola, isolata e nel migliore dei casi commiserata, mentre il partito che guida si avvia verso un bagno di sangue elettorale, con sondaggi che lo darebbero al nove per cento e prossimo a essere superato dai Verdi: un fenomeno stupefacente nel barometro politico del Paese. E che si sta dando da fare per riscrivere la propria regola statutaria che vieta a un leader sopravvissuto già una volta alla sfiducia (come è successo a May lo scorso dicembre) di esser nuovamente sfidato per un anno. Nei giorni scorsi c’è stato uno scrutinio segreto per rimuovere questa regola e sbarazzarsi così subito dell’imbarazzante leader con un altro voto di sfiducia. May incontrerà il responsabile del comitato per l’elezione della leader, Graham Brady proprio oggi. Se non si dimette entro il 10 giugno l’esito dello scrutinio sarà reso noto.

PARADOSSO di questa feroce commedia è che proprio nel giorno in cui il partito ufficialmente chiede sostegno ai propri elettori nel rito fondativo della democrazia, tutti o quasi i membri del governo May già da giorni si sono apertamente candidati a succederle. Proprio mentre Nigel Farage, che il referendum del giugno 2016 aveva condannato al prepensionamento, si prepara a tornare ai vertici della politica britannica senza bisogno di uno straccio di programma elettorale, limitandosi a cavalcare quell’irrevocabile fallimento che finora è stato Brexit e riappropriarsi (ma non solo) di quell’elettorato conservatore destrorso ed euroscettico che aveva abbandonato l’Ukip dopo che May aveva indicato la sua propensione filo leave nel condurre le trattative.

(il manifesto, 24/05/19)

 

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Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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