Ribellarsi, o estinguersi. Intervista con Roger Hallam di Extinction Rebellion

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Non sono qui per cambiare il mondo, ma per dire la verità. Ora, perché fra trent’anni sarò morto… Roger Hallam, uno dei leader e fondatori di Extinction Rebellion non si concede il lusso del dubbio o dell’esitazione. Lo abbiamo raggiunto dopo l’ondata di mobilitazioni che ha paralizzato il traffico della capitale per giorni mandandola in tilt, con attivisti letteralmente incollati ai treni della metropolitana, arrestati a centinaia. Ai presidi hanno parlato, tra gli altri, Greta Thunberg (arrivata in treno, da Stoccolma) ed Emma Thompson (in aereo, da Los Angeles).

Extinction Rebellion (d’ora in poi XR) è un movimento internazionale, spontaneo, di disobbedienza civile che in Gran Bretagna sta crescendo esponenzialmente. Agiscono bloccando il traffico delle città con varie azioni dimostrative, sono disposti a farsi arrestare a centinaia fino a inceppare polizia e sistema carcerario, fin quando i governi non risponderanno alle loro richieste. Sono la risposta, prevedibile se non tardiva, all’eutanasia termica di una specie che sta passando dall’antropocene all’antropocidio. Tanto sono duri, diretti, brutali nel denunciare quanto gentili e pacifici nella protesta. Siamo in emergenza, non c’è più tempo per bizantineggiare, figuriamoci negare. “Quando il medico ti diagnostica un cancro, non ti accontenti di informazioni vaghe, vuoi vedere gli esami clinici, sapere quanto ti resta, altro che capitalismo verde.” Vogliono ridurre le emissioni di CO2 a zero entro il 2025 e la creazione di un’assemblea cittadina sul clima e sulla giustizia ecologica.

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Un po’ Cromwell, un po’ eresiarca, un po’ Savonarola della biosfera, Hallam lo vedresti suonare il flauto traverso al tramonto davanti a un falò del festival di Glastonbury. Faceva il coltivatore biologico in Galles. Non vuole parlare di sé, solo della causa. Ma lo fa a titolo personale, come tutti i militanti di XR. Si sa che la sua azienda agricola è stata travolta dai sempre più frequenti squilibri metereologici. È anche un ex dottorando in sociologia al King’s College di Londra. “Cambiamento climatico è una definizione che non significa assolutamente nulla, si potrebbe dire crisi, collasso, catastrofe climatica, ma non me ne piace nessuna. M’interessa il concetto di tracollo sociale.” Attivista veterano, prima contro il nucleare, ora in XR, ha subito vari arresti e denunce. E ha studiato il calcolo delle probabilità applicato agli eventi climatici del prossimo futuro. “È del tutto possibile che nei prossimi cinque anni troveremo una tecnologia capace di espellere CO2 dall’atmosfera, direi un 10% delle probabilità; ma c’è un altro 50% per cui potremmo essere morti fra trent’anni.” Catastrofismo isterico? Secondo uno studio recente del Global Carbon Project, le emissioni globali di CO2 nel 2018 sono salite del 2.7 %, mentre un rapporto dell’Onu sui cambiamenti climatici ci intima di agire entro dodici anni per prevenire una calamità epocale. I militanti volontari di XR tengono “piccole conferenze sull’estinzione” in cui sciorinano una serie di dati scientifici che portano l’ascoltatore per mano sul ciglio dell’abisso per creare “la nuova avanguardia.” Questo provoca una forma di lutto, da elaborare anche attraverso il pianto. Compiuto questo doloroso passaggio, resta solo l’azione. “Si esperisce quella che i mistici cinquecenteschi chiamavano la notte oscura dell’anima, se ne emerge privi di ogni timore, pronti a farsi arrestare in massa. Come quel broker, trent’anni nella City: ha pianto per un periodo ogni notte e ora è pronto a tutto. Basta un’altra estate in cui non piove per dodici settimane e come lui saranno in centinaia di migliaia.”

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Lucido, secco, articolato, Hallam è un fiume in piena. “Le persone non vogliono guardare alle cifre, bisogna comunicargliele e voi giornalisti non lo fate. Siamo a 1.2 gradi sopra la media nel periodo preindustriale, quando l’Artico si scioglie in estate – e l’Artico si scioglierà in estate, basta guardare i grafici – parte del calore latente sprigionato farà salire vertiginosamente la temperatura. Provocherà la fine della corrente a getto, con conseguenze caotiche. Il che significa avere a che fare con un 25% di aumento della temperatura per ogni grado, leggete il libro di Peter Wadham, A farewell to Ice(Addio al ghiaccio, 2016. Secondo l’autore, un’autorità in oceanografia polare, attorno al 2035 il permafrost potrebbe sciogliersi liberando colonne di metano, che è ventitré volte più efficace della CO2 nell’aumentare la temperatura globale, NdR).”

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Mai riscaldamento globale fu altrettanto raggelante. Per questo entrano in gioco meccanismi di difesa, inconsci o meno. Che vanno dalla puteolente grettezza di certi commenti italiani e britannici sulla giovane Thumberg alle universali strategie di rimozione. Per molti – nel mondo postindustrializzato la maggior parte – il non essere ancora travolti materialmente dalla condizione apocalittica di quanto sta accadendo significa per forza business as usual, il mondo come un termitaio indifferente. “Siamo di fronte al più catastrofico tracollo di sistema nella storia dell’umanità, a un classico comportamento da gregge della classe media globale e dei ceti professionali.” Come nel 2007, prima del tracollo finanziario: le persone più intelligenti compravano prodotti finanziari “pur essendo disponibili le cifre che spiegavano inoppugnabilmente che ci sarebbe stato uno slump negli Stati Uniti. Più un gruppo è vasto, più diventa stupido. E ora ci ritroviamo con una comunità scientifica incapace di accettare che l’artico si scioglierà entro i prossimi dieci anni, lo capirebbe un bambino di sei anni. Guardare i grafici. È un sistema semplice. È ghiaccio. Fa caldo. Si scioglie. Paul Beckwith (Scienziato-attivista canadese, NdR) era alla più grande conferenza di geofisica a New Orleans dove ha chiesto agli scienziati quando secondo loro si sarebbe sciolto l’Artico. Non c’è stato nessuno in grado di dargli uno straccio di risposta. Questa è pura ideologia della speranza.”

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Il leader di XR sembra aver compiuto una sua tutta personale sintesi di millenarismo medievale, eresia cinquecentesca, esistenzialismo sartriano e sociologia della ribellione applicati all’erosione inarrestabile della biosfera. Se, fatalismi a parte, questo tirare avanti come lemming verso la propria fine ha le sue inoppugnabili ragioni, serve una strategia. “La prima cosa è divulgare quanto siamo completamente fottuti e sperare che il 3% di chi ha letto e ascoltato i nostri seminari se la faccia sotto e quella notte pianga.” Poi bisogna infischiarsene degli obiettivi a lunga gittata. “Non ci frega un cazzo dell’altro 97%. Brava gente eh, massimo rispetto: ma si sa che la brava gente distrugge il mondo. Anche gli ufficiali delle SS erano padri di famiglia che la mattina prima di andare al lavoro ad ammazzare gli ebrei baciavano i loro bambini.” L’obiettivo minimo è invece “convertire” una percentuale minima della popolazione, persuaderla dell’ineluttabilità della propria ribellione perché puro atto etico. “Il mondo cambia solo quando si rivoltano il 2, il 3 % della popolazione. È tutto quello che ti serve. Ti devi preoccupare di quelli che hanno ragione, non degli altri. Perché si sbagliano e non resisteranno a un 3% che per non morire fa deragliare l’economia. Per mobilitare quel 3%, gli devi dire che morirà: il 90% nasconderà la testa ancor più nella sabbia, mentre il 3% diventerà ribelle nel senso classico,” il senso dei profeti, dei leader, di coloro che sono capaci di dare la vita per la causa. “Come quel deputato socialista italiano che si giocò la vita per denunciare Mussolini (Giacomo Matteotti, NdR), come Salvador Allende.” Come gli eroi.

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L’umanità si trova di nuovo di fronte all’idea medievale della propria fine: ma se allora era radicata in un’idea religiosa, adesso lo è al dato scientifico e all’uso libero della sua circolazione. L’atto diventa etico quando perde la propria finalità. “Non stiamo facendo qualcosa per fare qualcosa. Stiamo facendo qualcosa perché è così. Appena ci schieriamo per qualcosa siamo morti. Se ci troviamo in questa merda è per via dell’utilitarismo. L’utilitarismo c’è sempre nella costruzione sociale. Ma vi esiste come attraverso, è l’essenza dell’orientamento capitalista. Che sostiene che non vi è nulla di reale. A esistere sono solo le conseguenze della costruzione sociale. È una mortifera spirale pragmatica, ci porta alla distruzione.” Che si combatte ricorrendo al magistero di un gigante intellettuale fra i padri dell’esistenzialismo. “Il riscaldamento climatico è un problema fondamentalmente spirituale, morale. Non in senso religioso, ma in quello dell’esistenzialismo del XX secolo, che non era lontano dalla tradizione marxista.” Il Sartre di Ribellarsi è giusto!, ma anche un proselitismo misto alla sociologia della ribellione. Che dimostra un tasso di successi più alto per i movimenti rivoluzionari nonviolenti di matrice principalmente gandhiana. “Mi rivolgo al 70% degli italiani che sono ragionevolmente decenti: tutto ciò che amano andrà distrutto, a meno che non si ribellino e ribellarsi significa infrangere la legge. La non violenza è più efficace della violenza, lo dimostrano gli studi sulla resistenza civile: il 54% di rivolte non violente funziona, di quelle violente il 25%, e di quel 25 solo una su venti è ancora democratica.” Per questo ci vogliono dieci, ventimila persone a Roma sedute in mezzo alla strada che si lasciano picchiare dalla polizia, “Se questo è ciò che la polizia italiana intende fargli. È l’azione delle persone che muoiono, di quelle che si fanno arrestare che trasforma lo spazio politico. Non le parole.” Ed è un’ultima grande sveglia per la sinistra, che “Se ha il minimo desiderio di autoconservazione nei prossimi vent’anni, deve liberarsi della sua leadership sovra-intellettualizzata.” Il movimento si è fatto notare per essere costituito soprattutto da giovani o da anziani, come lo spiega? “Hai i Sanders, i Corbyn e quasi tutti gli altri sotto i 25 anni. Mancano quelli dai 35 ai 45 anni, nella fase produttiva, che credono ancora nel progetto neoliberale. Io ho 53 anni. Ci vuole un’alleanza fra i vecchi eretici ultracinquantenni come me e la mobilitazione di massa degli under 25. Sono loro che butteranno giù il sistema, non ci sono dubbi. Quando guarderemo a tutto questo nel futuro, ci apparirà come un episodio politico del tutto ovvio. Non si può prospettare a un intero gruppo demografico di morire senza che si reagisca, va contro la legge più basilare del comportamento umano, la sopravvivenza. Abbiamo solo paura della nostra potenza, di quando comprendiamo ciò di cui siamo in grado. È successo anche a me. Potevo rimanermene in Galles a coltivare carote. Ma c’è una voce dentro di me che dice: «Se nessun altro fa questo, chi lo farà? Ok, sarò io a farlo. »”

(L’espresso, 9/06/19)

 

 

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Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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