Sospesi e offesi

Fioccano le reazioni alla notizia tellurica della cosiddetta prorogation (sospensione) del parlamento da parte del premier Boris Johnson.

Ci si concentra sulla settimana prossima, l’unica occasione per sventare quello che nel migliore dei casi è considerato un vero e proprio sopruso costituzionale, nel peggiore un autentico colpo di stato. Lo ha detto ieri sera Jeremy Corbyn: «Torneremo in Parlamento martedì per impedire a Boris Johnson di sospendere il parlamento per sabotare un serio dibattito che scongiuri una no deal Brexit. Intendiamo fermarlo politicamente attraverso un procedimento parlamentare in modo da legiferare per prevenire il no deal ed evitare la sospensione in un momento politico tanto cruciale». Gli fa eco – moderatamente comme il faut – da centrodestra l’ex ministro della Giustizia David Gauke, che parla di «considerare attentamente le nostre opzioni», dal momento che «non esiste un mandato per una Brexit senza accordo, non è quello per cui si è fatta campagna elettorale nel 2016 e non è quello che vuole la gente stando ai sondaggi. Il parlamento ha il dovere di agire ed è quello che faremo la settimana prossima».

LE DURE REAZIONI trasversali all’intenzione di Boris Johnson di sospendere i lavori parlamentari proprio nel breve periodo che separa dall’uscita del paese dall’Ue senza accordo, il prossimo 31 ottobre, si sono quindi aggregate in questi due rivoli. È una correzione di rotta per Corbyn, soprattutto dopo il maldestro tentativo di chiedere alla sovrana di non concedere la sospensione, come invece è costituzionalmente tenuta a fare su richiesta del premier secondo prammatica.

Intanto la tensione resta alta. Già la sera di mercoledì una manifestazione spontanea si era aggregata davanti al parlamento, mentre una petizione al sito del governo raccoglieva oltre un milione di firme in poche ore. Secondo un sondaggio lampo YouGov, il 47% di cittadini britannici ha considerato inaccettabile la decisione, mentre il 27% accettabile e un altro 27% si è detto incerto. Il 51% di chi aveva votato leave si è tuttavia dichiarato d’accordo, come anche il 52% di elettori conservatori. Percentuali che non fanno che confermare ad nauseam la frattura che dilacera l’ex culla della governabilità, della stabilità, dell’alternanza, il faro di tutte le democrazie liberali, eccetera. Il problema, ineludibile per tutti i partigiani del secondo referendum, è che i contrari scendono facilmente in piazza, i favorevoli no. Ma lo faranno presto.

QUELLA DI JOHNSON è evidentemente una mossa destinata a radicalizzare lo scontro fra governo e parlamento che è la quinta di questa annosa – e ormai noiosa – crisi costituzionale. Una crisi che vede l’Inghilterra – che ha così deciso di misura nel referendum del 23 giugno 2016 – imporre al resto della propria Union (comprendente Galles, Irlanda del Nord e Scozia, lo ricordiamo per chi beatamente continua a chiamare metonimicamente il Regno Unito Inghilterra) l’uscita da quella europea. Al punto non solo da provocare l’implosione della propria unione, ma palesando l’obsolescenza di una costituzione non scritta che porta i suoi ottocento anni assai peggio di come la regina i suoi novantadue.

JACOB REES-MOGG, ultrà brexittiere in doppiopetto fin dalla pubertà e membro della compagine di lunatici imperialisti dell’Erg (European Research Group, tenevano in ostaggio Theresa May come ora condizionano Johnson) ha riassunto in modo assai icastico il muro contro muro: «Tutti quelli che gemono e digrignano i denti sanno che ci sono due modi per fare quello che vogliono fare» – ha detto ai microfoni di Today, il programma mattutino di approfondimento di Radio 4 della Bbc. «Uno è cambiare il governo e l’altro è cambiare la legge».

Ma Johnson, in questo suo puntare tutto su elezioni anticipate (non ha una maggioranza decente che gli permetta di far deglutire al parlamento il no deal, ma pare imbaldanzito dal sostegno trumpiano), si gioca davvero tutto. E come il suo predecessore e compagno di privilegi David Cameron, rischia di perdere. Prima di tutto la Scozia. Non certo per la reazione della premier nazionalista Sturgeon, che l’ha definito un «dittatorello»: quanto per le dimissioni della leader (remainer) dei conservatori scozzesi Ruth Davidson, una sagace politica quarantenne, gay, europeista, che era stata capace di far superare ai Tory scozzesi lo status di ectoplasma politico e che pareva addirittura la carta da giocare per inalare nuova vita nel carapace dei conservatori inglesi: pochi, vecchi, middle class, bianchi, bigotti e in buona parte omo/xenofobi. Gli stessi che hanno eletto l’attuale leader. La sua defezione è un regalo ai nazionalisti scozzesi di Sturgeon e pare confermare quello che da tempo e da più parti si sospetta: che il montante nazionalismo inglese ormai sia disposto a mutilarsi della Scozia pur di uscire dall’Ue.

(il manifesto, 30/08/19)

 

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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