Deals, dealers, delays

Continua l’iter parlamentare della controffensiva volta a impedire la Brexit verso cui il neopremier Johnson tende con ogni fibra delle sue spoglie mortali: l’uscita senza accordo dall’Ue il prossimo 31 ottobre, Halloween, data appositamente mostruosa.

CON UNA MAGGIORANZA di ventinove, 329 a 300, ieri i deputati hanno autorizzato la prosecuzione del dibattito su una legge che escluda l’uscita senza accordo alla scadenza.

O, in buona sostanza, che estenda il limite stabilito dall’articolo cinquanta del trattato di Lisbona, fatto scattare da Theresa May, se non c’è accordo entro il 19 ottobre. Oppure, in sostanza ancora migliore, che espella il no-deal dal sistema solare.

È una maggioranza perfino cresciuta di due voti dopo la votazione di martedì sera, che doveva autorizzare il dibattito sottraendone l’agenda dalle mani del governo. Comprende i 21 ribelli conservatori remainer che sono stati fatti oggetto di pulizia politica, espulsi, cauterizzati: un massacro di S. Valentino. Se la legge farà altri progressi nelle prossime ore, il premier cercherà di spingere a tutto gas verso le urne.

E LÌ C’È LA «TRAPPOLA» che secondo i moderati Labour tende a Corbyn: pur avendola nominalmente fissata al quindici, Johnson potrebbe posticipare la data delle elezioni a dopo il 31 ottobre. E, giacché ne ha facoltà, non si vede per quale ragione dovrebbe non avvalersene. Per ora Corbyn propende per il solito attendismo, prima si abbatte il no-deal, poi si vota. Ma in molti nel partito vogliono farla finita con Johnson e sconfiggerlo sul terreno della campagna elettorale. Grosso rischio.

I Comuni stanno comunque respingendo con forza il tentativo di commissariamento mossogli dal sempre più scardinato neopremier e dal suo governo-crociata dei pezzenti, attraverso la minaccia di sospensione della scorsa settimana: un graffio unghiuto sulla lavagna costituzionale che ha rovinato le orecchie a mezzo paese ma che ora sembra improvvisamente quasi irrilevante.

Sì perché – come si ripete umilmente con elvetica regolarità su queste colonne – è nel lavandino delle elezioni anticipate che sarebbero finite le faglie e le schermaglie costituzionali che dilaniano il paese da oltre tre anni.

E ORA NON IMPORTA che Johnson faccia finta di non volerle o meno, le elezioni: queste prime sconfitte parlamentari appena subite sono in tutti i sensi una mozione di sfiducia e ora, secondo il Fixed Term Parliamentary Act, il premier può indirle solo se gode dell’appoggio dei due terzi del Parlamento. Il purosangue Johnson, che ieri ha affrontato il 1922 Committee, comitato elettore del premier del partito che lo ha eletto e nel quale serpeggia il malcontento per la brutale repressione del dissenso interno, appare già azzoppato prima ancora di arrivare al primo ostacolo: era evidente, considerando la disparità fra le sue doti filodrammatiche e il crudo realismo della bisogna. Anche il parlatore pedestre Corbyn è apparso un Demostene nel contrapporsi ieri a Prime Minister’s Questions ai farfugliamenti roboanti di Johnson, che parla come un aristocratico poco lucido sprofondato nella penombra della sua poltrona davanti a un caminetto in Northumberland.

IN QUESTO SENSO L’AVVENTO di questo «Churchill de’ noantri» (ha perfino espulso il nipote del sommo Winston) ha impresso nuovo slancio al desiderio di morte del partito conservatore, vettore principale dello scontro civile che avviene nel paese a più livelli e che sta trascinando con sé nell’Ade anche la gloriosa costituzione, mantenutasi orale per tanti secoli grazie a un primigenio senso degli inglesi per la cellulosa.

Il neo-premier continua dunque a regalare perle e gioia agli amanti dello splatter politico, genere di cui è ammirato protagonista. Tutti sapevano che sarebbe stato un suicidio in grande stile il suo, una grande bouffe pirotecnica, altro che la mediazione grigia e agonizzante di May. Niente di meglio che una trasfusione di strombazzante retorica nelle vene della Global Britain dunque, pur di uscirne a testa alta. Finora l’uscita si preannuncia orizzontale, ma che importa. «Boris» non delude.

(il manifesto, 05/09/19)

 

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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