The Queen’s Peach

Elisabetta II sul trono prima di pronunciare il Queen’s Speech all’apertura del parlamento a Londra

Ieri, a soli cinque giorni dallo scadere del prossimo termine, il diciannove ottobre, per strappare un accordo di uscita dall’Ue ed evitare così il no deal il trentuno – sempre di ottobre – a Westminster si sono riaperti i lavori con il Queen’s Speech, il rituale discorso nel quale la sovrana squaderna il programma legislativo del suo neo primo ministro e che apre la nuova sessione parlamentare.

Dopo aver sciorinato un pacchetto legislativo di ventisei Bill, la monarca ha ribadito che «la priorità del mio governo è quella di assicurare l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea il 31 ottobre». Le proposte di legge saranno dibattute in settimana e alfine votate dall’aula: una fiducia sul governo Johnson in altre parole, che il premier potrebbe verosimilmente perdere, dal momento che è andato sotto tutte e sette le volte precedenti da che è a Downing Street.

Intanto ieri la parata mitopoietica più longeva del mondo ancora una volta si snodava lungo il percorso canonico. Che ha visto Elisabetta (II) in gran corteo scivolare in carrozza, scenderne, recarsi ai Lords in mezzo alle fanfare e rivolgersi a una platea di dignitari, d’ermellino ammantati più o meno come d’uso all’epoca di Elisabetta (I), per leggere loro ad alta voce un’agenda di leggi redatta da Boris Johnson. Ma se ieri la circostanza echeggiava sordamente come una giara vuota, non era tanto per via della magnitudine dei diademi e della pompa in generale in un’epoca di moltiplicazione dei banchi alimentari e dei senza fissa dimora, quanto per la posizione surreale di questo premier di minoranza, che potrebbe non irragionevolmente imbattersi nella sua ottava sconfitta consecutiva pur di arrivare a convocare quelle elezioni di cui ormai si parla da mesi ma che le opposizioni non vogliono concedergli prima di aver tolto di mezzo completamente il no deal facendogli richiedere la proroga a Bruxelles dell’uscita il 31 ottobre cui lo obbliga il Benn Act.

Insomma, la sovrana si è trovata in buona sostanza a leggere il programma elettorale su cui i Tories di Johnson faranno campagna una volta fissate le elezioni, cosa non facile per via del Fixed Term Parliament Act del 2011 che per indirle richiede il sostegno di due terzi del parlamento: l’opposizione filo-remain non le vuole prima che si sia escluso a priori il no deal. Ben sette leggi riguardano crimine e giustizia, in una lista di misure assistenziali mescolate ad altre più genuinamente populistico-securitarie per finanziare le quali Johnson è ovviamente disposto a indebitare il paese buttando in latrina la politica della spesa pubblica “virtuosa” che era stata la bandiera dell’austerity del premiato duo Cameron&Osborne. Tra queste, la fine della libera circolazione delle persone ovviamente, e l’introduzione del sistema a punti australiano.

In aula i toni sono meno accesi di quelli di qualche settimana fa, quando la retorica destra sconfinava ripetutamente nel puro sciovinismo. Johnson li ha smorzati, camuffandosi costruttore di ponti e non di muri. Ma Corbyn non ha usato mezzi termini nel definire il tutto «una farsa», un esercizio propagandistico. Ora il diciannove Johnson dovrebbe tornare a Westminster con in tasca il non troppo agognato accordo di uscita con/dall’Ue – con la quale al momento si rischierebbe perfino l’intesa! – e sottoporlo a un parlamento nel quale è sotto di una quarantina di voti, che non è affatto detto lo passi, con i liberaldemocratici cementati nell’idea di un secondo referendum e i nazionalisti scozzesi che giurano lotta dura. Altro aspetto tragicomico della situazione è che se alla fine ci si arrivasse, a questo accordo, (Dup permettendo, naturalmente) sarebbe lungo linee non troppo lontane da quelle battute da Theresa May in quello da lei negoziato con Bruxelles, bocciato dal parlamento tre volte e per il quale Johnson medesimo aveva dato le dimissioni da ministro degli Esteri.

In ogni caso Michel Barnier avrebbe riferito agli altri ventisette sull’evolversi proprio oggi, con giovedì e venerdì come ultime scadenze per l’accordo, mentre sabato 19 – Super Saturday com’è stato ribattezzato (i Comuni non si sono mai assisi di sabato tranne che nel 1939, e durante le crisi di Suez e delle Falkland) – si consumerà lo scontro sul Benn Act.

(il manifesto, 15/10/19)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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