L’ipocrisia della politica identitaria: sionismo e semitismo nel partito laburista

Jeremy Corbyn in campagna elettorale a Swansea, nel sud del Galles

Sono almeno tre anni che la questione va avanti. Precisamente da poco dopo che Jeremy Corbyn prendesse inaspettatamente le redini del partito in mezzo allo sbigottimento generale, iniziando una rivoluzione copernicana della prassi e della teoria ideologiche del Labour tanto radicali da essere percepite ai confini della trasformazione antropologica. La presenza – innegabile, manipolabile, tossica – di antisemitismo nel partito laburista.

Gli episodi di denuncia – defezioni di deputati, lettere aperte d’intellettuali, miriadi di accuse su media di massa e sociali – ormai non si contano più, sono uno stillicidio che si protrae tanto inesorabile quanto più si avvicina la data delle elezioni, il prossimo 12 dicembre.

LA PIÙ ECLATANTE tra le ultime è di certo quella del rabbino capo della comunità britannica Ephraim Mirvis, che con un articolo sul Times – di proprietà di Rupert Murdoch – lo scorso 25 novembre ha in buona sostanza invitato la comunità a non votare per un partito nel quale «si è radicato un nuovo veleno sanzionato dal vertice»: l’antisemitismo, appunto. Non votate Corbyn perché «non è adatto» a guidare il paese, ha detto il Rabbi. Un esempio da manuale di confusione fra stato e chiesa nel ventunesimo secolo. Per tacere degli innumerevoli, ossessivi, quasi patologici attacchi rivoltegli dal Jewish Chronicle, il quotidiano ebraico più antico del mondo (fondato nel 1841), un foglio automaticamente filo-israeliano il cui direttore, Stephen Pollard, ha seri problemi di obiettività dopo aver militato in tutti i peggiori Daily del paese (Mail, Express, Telegraph): giornali in mani destrorse e private che sudano ghiaccio all’idea di un governo Corbyn. Non nuoce aggiungere che Mirvis, capo (di una comunità che non comprende tutti gli ebrei britannici, molti dei quali sono felicemente laici) è anche – sorprendentemente? – di vedute centriste e moderate.

CORBYN È MESSO ALLA GOGNA dai media perché abiuri, chieda scusa, si prostri da ben prima: l’ha fatto, ma l’intervento di Mirvis ha messo il turbo alla sua descrizione mediatica come di uno appena sotto Heydrich.

Calma. Il curriculum di antifascista e antirazzista del leader Labour è irreprensibile e a prova di MI6. Le sue iniziative da deputato di Islington North al fianco della comunità ebraica non si contano. Lo si accusa di essere amico dei “terroristi” Hamas e Hezbollah: si è rivolto ai suoi rappresentanti con l’epiteto di “amici” in incontri pubblici che si prefiggevano il dialogo arabo-israeliano e in un’epoca in cui era diffusa la convinzione che andassero considerati come interlocutori. Lo stesso vale per “l’amicizia” nei confronti dell’Ira. Gran parte di queste accuse è ovviamente retroattiva: come ormai in ogni campagna elettorale, si spulciano le trascorse feed nei media sociali di un bersaglio per tirarne fuori probabili stupidaggini/nefandezze. Come per quella rivoltagli di aver difeso (nel 2012) un murales “antisemita” nell’East End, che ritraeva sei banchieri ritratti caricaturalmente a pascersi sugli affamati del mondo, solo due dei quali, Warburg e Rothschild, ebrei. Corbyn ne condannò la rimozione nel nome della libertà di parola, quasi senza aver visto il murales, come avrebbe fatto qualunque liberale sulla scia dello sdegno per la censura delle vignette satiriche danesi del 2005.

VA AGGIUNTA UNA COSA. Il sito Media Lens, che in Gran Bretagna analizza la propaganda gabellata per informazione, ha rilevato che anche nei giornali più trucidi come il Sun – di proprietà del solito Murdoch come il Times – nessuno aveva mai parlato di Corbyn come antisemita o razzista prima del 2015, anno in cui piovve da non si sa dove al vertice del partito. La ricerca della voce “Jeremy Corbyn” e “antisemitismo” nel database giornalistico ProQuest prima del primo maggio 2015 riporta 18 risultati, in nessuno dei quali all’allora deputato era associata simile accusa. Dopo il primo maggio 2015 i risultati sono quasi 12mila. Per tacere poi degli svariati gruppi ebraici di sinistra che hanno espresso solidarietà al partito, le cui voci nel concertato attacco a pioggia dei media al pericolo Corbyn – dove la deprimente ipocrisia di Guardian e New Statesman offusca quella dei peggiori Daily – semplicemente non esistono: Jewish Voice for Labour, Jews for Justice for Palestinians, Jewish Socialists’ Group, Jewdas e Independent Jewish Voices, hanno tutti impugnato le accuse al partito di antisemitismo mosse allo scopo – dicono – di neutralizzare la critica di Israele e la leadership di Corbyn stesso.

Il fondatore di Momentum Jon Lansman, ebreo (penoso doverlo specificare, ma a tanto siamo arrivati) ha fornito in mezzo a fiumi d’inchiostro un’istantanea del problema che forse si avvicina di più e meglio al reale stato delle cose. Nel 2017, identificava tre categorie di antisemitismo nel partito laburista: piccoli commenti xenofobici («scarsi»), vecchio antisemitismo «di sangue» («estremamente raro») e il conflitto israelo-palestinese, quello nel quale «sale la temperatura del dibattito e ne risulta orrendo antisemitismo». È dunque innegabile che l’antisemitismo ci sia. Ma c’è in misura proporzionale ad altri partiti, come rileva un’indagine di YouGov del 2015 che ne rileva il tasso più basso nel Labour dopo quello dei liberaldemocratici.

L’EQUIVOCO DI FONDO è ancora una volta l’ambiguità – a volte subita altre volte inflitta – fra antisemitismo, l’odio per gli ebrei in quanto ebrei, e antisionismo, la critica della politica espansionistica dello stato di Israele ai danni del popolo palestinese. Una figura come quella di Corbyn così inaspettatamente assurta in primo piano pone una situazione inedita: per la prima volta nella storia di questo paese – istituzionalmente monarchico e moderato in politica interna, imperialista e filo Usa/Israele/Saudita in politica estera e filo-mercato in politica economica – potrebbe avere un primo ministro di simpatie repubblicane e socialista nel vero senso della parola, critico degli Usa, filopalestinese, statalista e campione del settore pubblico. Tutti i livelli dell’establishment economico e finanziario stanno vivendo un autentico panico politico, stanno contemplando il rischio di vedere il loro mondo capovolgersi. È difficile rendere la magnitudo di una simile prospettiva: la parola “rivoluzione” per descriverla nell’epoca del there is no alternative diventa quasi un eufemismo. Altrettanto dicasi per la parola “alieno.”

(il manifesto, 08/12/19)

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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