Cronaca postuma di una catastrofe III

Proprio perché la vittoria di Brexit Johnson eccede qualsiasi metafora, andando casomai ad aggiungere anabolizzanti alla sua già dopata vanagloria, il premier è andato ieri nel Nordest ex-rosso a ringraziare per l’assegno in bianco che gli hanno firmato: una maggioranza di 80 seggi con la quale si appresta a cambiare il nome del paese in United Brexitdom.

«GRAZIE PER AVER INTERROTTO abitudini di voto mantenute per generazioni. Avete cambiato in meglio il partito conservatore. Farò di tutto per ripagare la vostra fiducia». Così Johnson ieri a Sedgefield, il vecchio collegio di Tony Blair: scelta non casuale, bellica, un po’ come l’armistizio fra tedeschi e francesi quel 22 giugno del ’44 (Hitler pretese fosse firmato a Compiègne, nella stessa carrozza ferroviaria dove era stato firmato quello della prima).

Un simbolo di conquista irrevocabile, un gesto quasi napoleonico. Ma soprattutto la vittoria nei confronti del vero nemico riconosciuto, guarda caso a sua volta ostile alla folle parentesi Corbyn: quel Blair, insomma, con cui ai bei tempi ci si disputavano i moderati.

«ADESSO SIAMO SERVI: il nostro lavoro è servire il popolo di questo paese e realizzare le nostre priorità, che sono le stesse loro». I maggiorenti, aristo o meno, che «servono» il popolo sono l’ossimoro (anche la coronata è serva del popolo) perfetto per democratizzare il dominio.

LE PRIORITÀ COMUNI s’identificano in Brexit, la filibusta Uk che prende il mare aperto contro l’invincibile armata Ue. Nel frattempo i capitali, pronti da settimane a essere catapultati nei paradisi fiscali, sono fermi negli aeroporti, virtuali e non. Un grosso sospiro di sollievo da parte dei numerosi, meritocratici miliardari che inzeppano le rich list del Sunday Times. Questa incursione settentrionale di Johnson non è solo dettata da un soprassalto di gratitudine, ma dal fatto che mai nella storia recente del paese il bipolarismo si era squilibrato così a destra. Brexit ha dato ai conservatori un’egemonia unica e irripetibile, la possibilità di offrirsi come unica dittatura democratica capace di gestire l’incommensurabile azzardo dell’uscita. Urge quindi una riverniciatura del carrozzone blu con qualcosa di stemperato, interclassista, ecumenico, «uninazionale», quell’One nation conservatism disreaeliano di cui Johnson si propone come improbabile legatario.

LO PSEUDO-ECUMENISMO, la finta solidarietà di classe, servono agli etoniani per meglio travestirsi da populisti, in questo senso rispolverando la tradizionale narrazione di sé come di centro inaffondabile soprattutto in momenti di maggior turbolenza sociale come l’attuale, che vede un ritorno della contrapposizione radicale fra destra e sinistra.

Per questo si vocifera di uno scandaloso allontanamento di Jacob Rees-Mogg, esponente dal privilegio ostentato in maniera quasi caricaturale: troppo toff per il neopartito popolare che ha in testa Johnson. Intanto si aspetta un piccolo rimpasto governativo già lunedì. Il premier ha promesso di lavorare giorno e notte, avanti tutta con i prossimi passi della British exit. Ci si aspettano magnanimi perdoni ai remainer epurati, poi il suo withdrawal agreement sarà fluidamente approvato dal parlamento grazie alla massiccia maggioranza, mentre entro l’anno che verrà – il cosiddetto anno di transizione – bisognerà negoziare un nuovo «ambizioso» accordo commerciale con l’Ue.

Ridicolo anche solo pensare che basti un anno per un’impresa di simile vastità: di Brexit è finito solo l’inizio. Quanto al fronte interno, ora si vedrà davvero quali erano le carte in gioco con gli Usa di Trump per quello che riguarda il Nhs: i laburisti avevano ammonito circa un rischio di privatizzazione più volte smentito dai conservatori.

IN CASA LABOUR continuano le amare analisi e le dolorose dietrologie. Si rimprovera a Corbyn di non essere stato sufficientemente killer, di non aver saputo attaccare Johnson alla giugulare, si lamenta la sua incapacità di trascendere i suoi confini culturali di londinese di Islington per avvicinarsi al «buon senso» popolare del nord. Come chiedere troppo a un settantenne pacifista e vegetariano.

(il manifesto, 15/12/19)

 

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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