Scene da un matrimonio

Parlarne male è terribilmente uncool. Criticarlo, così passé. Buona parte del Paese non aspetta altro, un’altra parte – denominata surrealmente “repubblicani” – si arma per resistervi. Ma dietro l’apparenza di colossale operetta, il Royal wedding è un’arma formidabile. Al servizio della reazione naturalmente. Vediamone brevemente i motivi.

Il matrimonio fra il futuro re, primogenito di Carlo e della sfortunata principessa triste la cui straziante vicenda – l’infanzia tra atroci sofferenze, un matrimonio dettato dalla Ragion di Stato, un amore adultero per un musulmano non caucasico fieramente osteggiato e infine la scomparsa, schiacciata fra le lamiere di una scura berlina e i flash di una muta di obiettivi sbavanti, dal 1984 al 1996 fece salire il fatturato della Kleenex di cinque zeri -, con la ricca borghesona conosciuta al college, è un interessante esperimento di sopravvivenza, quanto di più vicino la monarchia britannica si sia spinta a Tomasi di Lampedusa.

La sopravvivenza cioè – riuscita – di un’istituzione medievale che è passata indenne attraverso la modernità e che dimostra di trovarsi perfettamente a suo agio nella post-post-postmodernità grazie a dei periodici lifting perfettamente (inconsapevolmente?) sfoggiati al momento opportuno (soprattutto da parte dell’anziana monarca). Personalmente, vivo in questo interessante e sfaccettato Paese abbastanza a lungo da essermi ormai spiegato l’apparentemente imperscrutabile mistero del perdurare (e prosperare) di un assurdo come la monarchia britannica.

La spiegazione consiste, frettolosamente, di pochi elementi: 1) questo Paese è stato sovrano (!) indiscusso dell’imperialismo e in quanto tale ha saccheggiato voracemente ma intelligentemente le risorse e le ricchezze (di altri abitanti ) del nostro pianeta abbastanza da contentare tutti i poveri al suo interno e da prevenire l’avvento di una sanguinosa rivoluzione che avrebbe raddrizzato un bel po’ di torti; 2) Per la stessa ragione il partito ex-socialista principale, il Labour Party, è sempre stato monarchico, una cosa che avrebbe fatto venire istantaneamente le emorroidi ai rappresentanti degli stessi partiti in Europa; 3) Sotto l’ala benevola della monarchia, in questo Paese si gettavano le basi del capitalismo moderno attraverso il grosso salto materiale della Rivoluzione industriale ed esso diventava l’officina del mondo; 5) Grazie alla sua stabilità politica interna, ricchezza economica e alla conformazione geografica insulare, questo Paese non è mai stato invaso, non ha mai conosciuto il dominio straniero – almeno in tempi moderni – e tantomeno ha conosciuto – se non in modiche quantità – fascismo e comunismo. 6) Ciò lo ha portato a uscire sostanzialmente indenne e vittorioso, anche se malconcio, dai due conflitti mondiali che hanno schiantato la prima metà del XX secolo. Infine, 7) la monarchia, svuotata delle sue prerogative istituzionali e politiche, salvo quella di spendere, allora come oggi, si perpetua attraverso un sottile gioco delle tre carte con la minacciosa opinione pubblica che, se solo volesse, grazie alle aberranti conquiste della democrazia potrebbe porvi fine: non facendo null’altro che riprodursi, morire, sposarsi (talvolta risparmiandosi l’infamia del divorzio grazie alla provvidenziale scomparsa di una dei due contraenti) e offrendo al “popolo” un buon palco a teatro dal quale osservare tutto. Pare incredibile che il potere di un istituto così supremo si estrinsechi attraverso le banalissime tappe della banalissima vita di chiunque altro: sposarsi, riprodursi ecc.: eppure meglio così: basta pensare ai danni inflitti al nostro Paese da una famiglia come i Savoia nel Novecento, per accontentarsi di questa mera rappresentazione.

I punti sommariamente schizzati qui sopra hanno finito per diffondere la convinzione che la monarchia e il sistema bipartitico uninominale secco fossero i garanti della prosperità nazionale, anche e soprattutto dopo il brusco risveglio dopo la Seconda guerra mondiale, quando, celebrata la vittoria sul nazifascismo e mollato frettolosamente l’Impero, la potenza geopolitica della Gran Bretagna era ormai l’ombra di quel che era stata fino a cinquant’anni prima. Ma, come ci insegnano il senso comune e i romanzi d’appendice, l’atteggiamento culturale tronfio/orgoglioso sopravvive a lungo anche dopo che i motivi per cui lo si è assunto sono scomparsi, come nel caso del nobile decaduto che esaspera la propria eleganza in contrasto con la sopraggiunta povertà.

Credo sia anche questo che gli inglesi monarchici vedono nella famiglia reale: il ricordo di una grandezza perduta, riflesso negli intagli delle carrozze, nelle gorgiere, nelle giarrettiere, nei pennacchi e negli sbuffi, un ricordo capace di oscurare la consapevolezza dell’obsolescenza, dei costi astronomici, dei privilegi insostenibili di un parassitismo ereditario elevato a sistema. Più che mai ora che il sacrificio della compianta Diana Spencer ha dato ai Windsor quello che mancava loro più di ogni altra cosa: la patina di umanità borghese (non di nascita ma di cultura), la stessa che consente loro di autorizzare il matrimonio del futuro re con una vera borghese, una “come noi”, anche se enormemente più ricca della stragrande maggioranza “di noi”: un assenso che avvicina, familiarizza, modernizza.
Soprattutto consola, visto che pare proprio che le ideologie non siano davvero del tutto finite e che il dilemma fra Apple e Microsoft o l’entrare o meno in Facebook non siano gli unici gesti autenticamente politici rimasti, almeno per una grossa fetta dell’Occidente privilegiato. E più che mai ora, che si attraversa una preoccupante fase di recessione economica forte abbastanza da obbligare un ripensamento profondo del de profundis di destra e sinistra as we know them.

Anche per questo non va dimenticato il potente coefficiente economico della grande parata coniugale; il turismo, l’attenzione dei media di tutto il mondo, soprattutto quelli americani, a cui a sua volta è connessa la bramosia d’intrattenimento che l’evento innesca negli altri paesi, l’occasione ghiottissima per periodici e giornali che si gettano sgomitando in una narrazione tanto acritica quanto compiaciuta di questo presepe vivente laico, certi di stimolare la lacrimazione nel pubblico soprattutto femminile grazie al potentissimo appeal fiabesco del matrimonio con il principe. Rane, principesse, carrozze.

Da un punto di vista storico, questo matrimonio è una carta importante quanto rara per l’istituto monarchico in quanto tale: in un Occidente economicamente in caduta libera rispetto all’incontenibile crescita di una certa Extraeuropa, l’unico capitale ancora spendibile è quello simbolico culturale, soprattutto in un Paese come questo, abituato a formare i tiranni e i leader di tutto il mondo non occidentale nelle proprie istituzioni scolastiche (le cordialissime relazioni dell’improvvisamente paria Gheddafi jr con l’ex-tempio della socialdemocrazia Fabiana, la London School of Economics, tanto per citarne una). Questo spiega in parte anche la morbosa attenzione degli americani, un tempo costola assoggettata dell’impero britannico e da questo e dalla sua monarchia staccatisi con una rivoluzione violenta, per l’operetta del ventinove venturo, che di quella monarchia è suprema celebrazione: una celebrazione in cui si tende a vedere l’umanità di due innamorati attraverso il rifulgere degli ori e dei broccati, un potentissimo mix di cui l’identità americana, in buona parte di matrice laica, noiosamente repubblicana e liberale, si sente disperatamente orfana.

Per concludere questo maldestro excursus: tra tre giorni la Gran Britannia si immaginerà ancora Impero, ma anche umanamente vicina ai sentimenti di due estranei che nessuno conosce, due giovani innamorati caduti dentro ruoli più grandi di loro. Il processo di immedesimazione ed umanizzazione in questi due sconosciuti raggiungerà il suo culmine all’altare, quando i due sposi pronunceranno i voti causando un’altra impennata nel fatturato della Kleenex, stavolta per una gioiosa occasione. Uomini e donne di tutte le classi avranno per un attimo la sensazione di abbattere le visibilissime barriere che li dividono e si ritroveranno fianco a fianco in questo immenso Colosseo radioteledigitale (“siete tutti invitati”) dove invece del sangue scorreranno confetti, bandiere e lacrime. Qui non si ha ragione di non augurare serenità ai due esseri umani, ma si hanno tutte le ragioni per stare alla larga dal carrozzone dolciastro sul quale ciò che essi rappresentano verrà sviolinato al mondo da parte di tutti i commentatori, anche i più seri, nel nome di non ben precisati “realismo” e “maturità”.

Credo che in questo prelavaggio e lavaggio dei fatti e del loro significato magnificamente orchestrato dall’informazione di tutto il mondo, il senso critico che ci rimane debba opporsi all’annullamento dello specioso divario fra la persona umana e il suo ruolo politico: questi sono la stessa cosa. Così, pur augurando felicità a due sposi che si arrampicano sull’impervia scenografia del matrimonio, non si può fare a meno di detestare un evento che fa da ponte – artificiosamente e senza pedaggio – tra l’ingiustizia di ieri e quella di oggi.

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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