Più Monty, meno Monti

Una chiacchiera (unabridged and unedited) con Terry Gilliam, prima di Natale, uscita sul Vogue Italia di dicembre.

Terry Gilliam è seduto in una delle sale del Century Club, nel mezzo di Theatreland, a Soho. Nonostante i molti decenni trascorsi in Gran Bretagna (qualche anno fa ha persino rinunciato alla cittadinanza americana) mantiene l’atteggiamento da all-American guy: gioviale, aperto, prodigo di sorrisi. “Sono appena arrivato anch’io”, si affretta a specificare gentilmente, forse per rassicurarmi sul mio pur lieve ritardo. Settantenne, fisicamente è in grande forma, meglio dei suoi ex complici: i capelli, molto corti, si lasciano sfuggire ancora quel codino sottile, un passo falso che lo rende simile a un biker, o a un metal fan tedesco d’inizio anni Ottanta.

È l’ultima settimana del London Film Festival, dove Gilliam ha presentato un suo cortometraggio dal titolo The Wholly Family, girato a Napoli, «Adesso sono del tutto innamorato di Napoli, non c’ero mai stato, devo assolutamente conoscerla meglio»: è un amante del nostro Paese. In realtà, siamo qui per parlare dell’uscita, tanto tardiva quanto attesa, di Monty Python – L’Autobiografia, un libro che finalmente, anche in italiano, “says it all” sulla fantasmagorica troupe satirico-teatral-televisivo-cinematografica inglese (più l’americano Gilliam e il gallese Jones). “Beh, era ora che uscisse anche da voi”, commenta l’anima visiva e figurativa del celebre combo, nonché regista di una serie impressionante di pellicole-culto (Brazil, L’esercito delle 12 scimmie, tanto per citarne un paio) mentre sorseggia da una tazza di caffè dal diametro impressionante.

Il libro, in cui i Python parlano di se con il coordinamento di Bob McCabe, in uscita per Sagoma, è di certo il viatico migliore per l’esplorazione della galassia Python: due show televisivi (il celebre Flying Circus), sette film, tre spettacoli teatrali non sono che la brutale sintesi di una carriera che ha lasciato tracce indelebili sull’idea di comicità, penetrando a fondo nelle pieghe del linguaggio e sensibilità contemporanei. Con Graham Chapman (1941-1989), John Cleese, Eric Idle, Terry Jones e Michael Palin, Terry Gilliam ha inventato un delirante universo di risate, sbeffeggiando le idiosincrasie di classe della società britannica come mai nessuno prima.

«È stato un momento felice, la Bbc ci dava spazio, aveva soldi. All’epoca c’erano solo tre canali, ti rendi conto? Ci siamo ritrovati subito perfettamente in sintonia. La Beeb voleva a tutti costi John, che era già famoso perché aveva fatto The Frost Report; ci diedero carta bianca su tutto, avevano addirittura creato il ruolo dirigenziale di Head of Comedy, con a disposizione un discreto budget…» Nasceva Monty Python’s Flying Circus. Gilliam, che era da poco “fuggito” dal proprio Paese (originario del Minnesota, i suoi si erano poi trasferiti in California), ricorda la libertà creativa trovata in Europa: «Gli Usa attraversavano un periodo difficile: erano gli anni del Vietnam, del Civil Rights Movement. Ero pieno di rabbia, il Paese era invivibile. Se fossi rimasto mi sarei di certo messo nei guai. In Gran Bretagna c’era un clima completamente diverso, molto più tollerante, un altro mondo. Era un periodo straordinario per la cultura inglese, con la British Invasion musicale che ci avrebbe poi fatto da apripista anche in America. Anche per questo ero molto più politicizzato degli altri, che preferivano dedicarsi alla struttura sociale della Gran Bretagna di allora».

Anni formidabili insomma: «Eravamo giovani e potevamo fare tutto quello che volevamo. Oggi una cosa simile non sarebbe possibile, con tutte quelle ricerche di mercato e la schiavitù degli share… Tutto questo non esisteva ancora, c’era una possibilità di sperimentazione pressoché infinita.» Per lui, l’americano, l’ingresso in una ciurma così geniale – metà proveniente da Oxford, l’altra da Cambridge -, fu relativamente soft. «Fui accettato subito, anche perché da disegnatore e cartoonist non ero in diretta competizione con gli altri. Certo, non ero alla loro altezza linguisticamente, ma altrettanto istruito e quindi funzionavo bene nel processo creativo. Ero un po’ come il pubblico, fungevo da spettatore-cavia per l’efficacia dello sketch. E poi nessuno competeva con me per quanto riguardava l’aspetto figurativo, avevo il campo completamente libero.»

Gli equilibri nel gruppo erano variabili. Il team di Oxford (Palin, Jones) era più esplosivo visivamente, quello di Cambridge (Cleese, Chapman, Idle) più provocatore e spregiudicato nel linguaggio. Mattatore era Cleese, naturalmente, e non solo per via della statura. «John troneggiava su tutti, era quello che aveva già agli inizi una certa fama, ma la scrittura era un fatto per lo più collettivo. Fin dall’inizio avveniva su base di sketch», una pratica naturalmente sviluppata sulle assi del palcoscenico e poi negli studi televisivi. «Anche i film non erano altro che un assemblaggio di sketch diversi a cui poi davamo una forma coerente in corso d’opera, spesso anche dopo». Per il resto, le dinamiche erano simili a quelle di una rock band, meno i televisori gettati dalle finestre di alberghi: non va dimenticato il loro rapporto con George Harrison, che produsse Life Of Brian e che Eric Idle aveva fondato gli esilaranti Rutles, band caricatura dei Beatles e del loro repertorio (Harrison “benedisse” e fece anche un cameo in All You Need Is Cash, spietato film-parodia televisivo dei Fab Four).

«Ci sentivamo in tutto e per tutto come una band, vivevamo le stesse situazioni quando andavamo in tour. Le litigate, le coltellate alla schiena, le riappacificazioni… tutto questo diventava materiale prezioso per la scrittura. E poi volevamo davvero essere come una band. Il fatto che avessimo tutti dei grandi ego non ostacolava il lavoro. Non vuol dire che non ci fossero attriti, ma tutto veniva superato nel nome della creatività. Anzi, finiva per alimentarla». Su cosa abbia davvero permesso ai Python di inventare una comicità straordinariamente colta, surreale e allo stesso tempo capace di arrivare dritta alla pancia dello spettatore, Gilliam ha una sua spiegazione. «Eravamo tutti ragazzi con un’istruzione superiore e questo ci ha permesso di creare una satira capace di farsi beffe dell’ipocrisia borghese. Naturalmente in Inghilterra c’era un conflitto culturale di classe che in America, almeno in teoria, non esisteva (anche se c’era eccome) e questo è stato un serbatoio inesauribile di ispirazione e di idee».

Tra i ricordi più “pythonesque” (il termine è entrato nell’uso inglese corrente), senz’altro quello dalle riprese del loro secondo film, Monty Python and the Holy Grail (1974). «Terry Jones disse: “Tutti quelli che si chiamano Terry dirigeranno questo film! E fu così che di punto in bianco che mi sono ritrovato a fare il regista. Ce ne accaddero di tutti i colori, una lotta continua con i soldi che mancavano. Una volta, dopo una straziante salita sulla sommità di una collina con tutto l’equipaggiamento, proprio quando finalmente eravamo pronti a girare… ecco che si rompe la telecamera. Da allora ho imparato a fronteggiare con forza le difficoltà e i rovesci della fortuna», e qui allude alle ben note vicissitudini sul set dei suoi film. «Credo che la mia determinazione di americano abbinata all’ironia britannica mi abbia permesso di andare sempre avanti nel mio lavoro nonostante le mille difficoltà che ho attraversato.» E oggi, con gli altri Python? «Tutto bene, siamo ancora buoni amici.»

Gilliam ama l’Italia, dove ha girato Il Barone di Munchausen, e in particolare l’Umbria. Ha una casa nel borgo medievale di Montone, dove presiede il festival cinematografico locale, l’Umbria Film Festival. «A Montone ci sono arrivato quando giravo il Barone, attraverso Sting, che all’epoca suonava a Umbria Jazz, la casa era completamente distrutta ma in una posizione straordinaria. Ci abbiamo messo sei anni a restaurarla, di solito cerchiamo di andarci in primavera (con la moglie Maggie; la coppia ha tre figli, NdR) perché in estate è troppo caldo per me. La presenza anglosassone non manca: Colin Firth a Todi, Mike Figgis… Sono cittadino onorario di Montone, ora posso anche celebrare i matrimoni» aggiunge con entusiasmo. «Ma quando sono lì non mi è possibile creare o pensare al lavoro: mi rilasso, spengo completamente il cervello.» Difficile credergli.

Autore: leonardo clausi

Si tratta di prendere Troia, o di difenderla.

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